15 maggio 2017

Reddito di inclusione e non di cittadinanza

Luca Milanetto


Il reddito di cittadinanza e il reddito di inclusione in un’epoca di lavoro scarso possono essere un nuovo ingrediente del nostro sistema di welfare?

 

Il reddito di cittadinanza, e nella visione più limitata a specifici target, il reddito di inclusione, che è quello di cui nello specifico si parla nel dibattito italiano, è una policy di forte redistribuzione della ricchezza: un sostegno al reddito per l’uscita da situazione di forte disagio economico, senza per forza prevedere forme di condizionalità legate alla ricerca attiva del lavoro.

Questa politica parte dal presupposto, suffragato in verità da numerose applicazioni in contesti differenti (Canada, Paesi Bassi, Finlandia) e da diversi studi (che partono dal 1969 quando Nixon voleva per primo introdurre un nuovo sistema di welfare), che il lavoro non può essere per tutti uno strumento di reddito, proprio perché in questa fase storica i livelli di disoccupazione sono più che doppi rispetto a quelli fisiologici (diciamo oltre il 10%); il perdurare della crisi lascia presupporre che questi siano proprio i nuovi livelli di disoccupazione fisiologica, con buona pace di tutti coloro che lavorano per strutturare ed inventare politiche attive del lavoro più inclusive.

 

Se si rompe per effetto di una profonda crisi il legame, tra fine e mezzo, e quindi tra lavoro e reddito creato, appare evidente che l’unico modo per evitare che una fascia sempre più numerosa di popolazione si sposti verso l’indigenza, sia quello di garantire un reddito minimo, di inclusione appunto, che lo stato dovrebbe erogare proprio perché fondato sul lavoro e proprio perché sempre più questo lavoro fornisce benessere verso un numero limitato di suoi cittadini, escludendo quelli che non lavorano e anche coloro che non hanno scelto di non lavorare.

Questo comporta la presa d’atto che il nostro tradizionale sistema di welfare non può garantire livelli di servizi per tutti i cittadini allo stesso modo e soprattutto non è in grado di fornire un sostegno a chi non contribuisce a “pagarli attraverso il lavoro”.

 

Certo il sostegno al reddito senza condizioni potrebbe concedere ad alcuni opportunisti-free-rider (mai dimenticati da decenni di politiche passive, quelle si un inganno a stipendio pieno) di guadagnare un reddito senza lavorare; tale sostegno non può e non vuole sostituirsi al lavoro come mezzo per costruire la “dignità della persona”, ma più semplicemente cercare di fornire un reddito di sussistenza a chi non ce l’ha.

 

Luca Milanetto

Esperto di Politiche attive del lavoro

IS-LM Torino

 

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