Reddito di cittadinanza e Quota 100, pregi e difetti di un decreto tanto atteso*

Francesco Seghezzi


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Bollettino ADAPT 21 gennaio 2019, n. 3

 

Reddito di cittadinanza e Quota 100 non sono ancora legge ma il decreto che li istituisce avrà effetto non appena sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. A quel punto le Camere avranno 60 giorni per convertirlo, ma nel frattempo l’iter che porta all’avvio dei provvedimenti, promesso per aprile, potrà partire. Si è scritto molto su questi temi e spesso la ricerca spasmodica di novità e dettagli passati inosservati, condita magari da dichiarazioni contraddittorie, ha fatto passare in secondo piano lo scopo e il senso delle due misure cardine di questo avvio di legislatura. Ora è possibile provare a leggerli con più calma e interpretarli.

 

Il reddito di cittadinanza tra principi corretti e rischi concreti

 

Il reddito di cittadinanza presenta già nel nome una grande illusione ottica. Infatti si tratta di un reddito minimo garantito, per accedere al quale è necessario possedere dei requisiti specifici legati principalmente all’ISEE (che deve essere inferiore ai 9.360 euro annui), alla cittadinanza e al possesso o meno di determinati beni. Non un reddito garantito dalla nascita quindi, non un reddito universale (Universal Basic Income), non una liberazione dal lavoro per potersi dedicare all’ozio, come dichiarato più volte da Beppe Grillo.

 

Il reddito di cittadinanza ha quindi due scopi principali: reinserire le persone nel mercato del lavoro e combattere la povertà. Il reinserimento avviene attraverso Centri per l’impiego e Agenzie per il lavoro che individuano e offrono proposte di lavoro al disoccupato che non può rifiutarne più di due (a distanza geografica crescente) pena la perdita del reddito. La lotta alla povertà si realizza utilizzando lo stesso sistema del Reddito di Inclusione (Rei) del governo Gentiloni. Due obiettivi importanti e sui quali l’Italia deve fare passi avanti, ma che presentano criticità.

 

Il primo obiettivo è fondamentale per un mercato del lavoro come quello italiano colpito pesantemente dalla crisi, ma rischia di non essere la soluzione. Infatti sappiamo che in Italia il numero di persone che pur avendo un lavoro si trovano in povertà o a rischio di povertà è in crescita. Per cui ci troveremo in molti casi di fronte al paradosso di persone che percepiranno il reddito di cittadinanza pur avendo un lavoro, lavoro magari trovato proprio grazie al percorso di reinserimento dato dal reddito stesso.

 

Per non parlare del rischio di comportamenti opportunistici da parte delle imprese che potrebbero abbassare i salari reali (magari con mezzi illeciti), rassicurate dal fatto che lo Stato ripianerà la differenza con il reddito di cittadinanza. Rischi che andranno monitorati e che ci fanno già capire che sono necessari interventi di rafforzamento del tessuto economico-produttivo affinché le offerte di lavoro stesse possano migliorare.

 

Il secondo obiettivo, quello della lotta alla povertà, è sacrosanto a fronte di numeri in continuo aumento. Il reddito di cittadinanza non fa che ampliare la platea del Rei e alzare (vedremo di quanto in base alle risorse stanziate) l’importo. Occorrerà però monitorare l’accesso a questo secondo canale. La componente di discrezionalità di Centri per l’impiego e servizi sociali infatti è alta e i criteri separano i richiedenti tra le due strade possibili sembrano molto ampi. Pensiamo, ad esempio, che un giovane di 27 anni senza lavoro da due anni che vive con un genitore anch’esso senza lavoro da due anni non verrà indirizzato ai Centri per l’impiego, ma direttamente ai servizi sociali.

 

Quota 100, una misura contro i giovani 

 

Il capitolo sulle pensioni ha come obiettivo quello di consentire alle persone che hanno 62 anni e 38 anni di contributi di andare in pensione senza attendere i tempi stabiliti dalla Legge Fornero, indipendentemente dal lavoro che svolgono, che sia considerato usurante o meno. Se per il reddito di cittadinanza è facile condividere il principio alla base delle misura, in questo caso siamo di fronte a un principio che difficilmente può essere sostenibile in un Paese come l’Italia che soffre anno dopo anno un continuo invecchiamento della popolazione dato soprattutto dai cali di natalità.

 

Una misura come quella di Quota 100 condanna gli under 40 di oggi a pagare per il pensionamento anticipato di molte persone (non tutte) che potrebbero continuare a lavorare ancora per qualche anno. Infatti il sistema previdenziale italiano funziona a ripartizione: chi lavora versa i contributi che si traducono negli assegni mensili a chi è in pensione nello stesso periodo. Tenendo conto della speranza di vita che è cresciuta molto negli ultimi anni e che, ci auguriamo, crescerà ancora, nel futuro il peso sulle spalle delle nuove generazioni crescerà sempre di più.

 

A questa obiezione il governo risponde rilanciando con la promessa di nuove assunzioni per i giovani come conseguenza dei pensionamenti. Si tratta però di calcoli che non hanno fondamenti teorici ed empirici e che si basano su una idea di mercato del lavoro immaginato come una torta fissa per la quale ogni fetta tolta viene rimpiazzata, quasi in automatico, con una fetta nuova. Tecnologia, innovazione, concorrenza internazionale, riorganizzazione delle imprese ci dicono che non è affatto così.

 

E anche se così fosse, per assurdo, non sarebbe sostenibile. Infatti sappiamo che i contributi versati da un giovane neo-assunto sono almeno 4 o 5 volte inferiori a quelli versati da un lavoratore che a 62 anni va in pensione. Per questo anche se ci fosse un ricambio uno a uno tra pensionati e nuovi assunti, questo si tradurrebbe comunque in un peso sempre sulle spalle delle nuove generazioni. Altro giro, stessa corsa.

 

I prossimi mesi serviranno per monitorare l’andamento dei due provvedimenti e servirà particolare attenzione nella fase iniziale, sia per verificare se tutto partirà nei tempi previsti sia per valutare le platee coinvolte. Infatti a oggi sia il reddito di cittadinanza, sia Quota 100 si fondano su previsioni in merito al numero di persone che vi faranno richiesta. Non possiamo che augurarci che il funzionamento e le prime conseguenze di queste misure vengano monitorate nel dettaglio e che si abbia il coraggio di intervenire nel caso in cui le criticità possibili si rivelino effettive.

 

Francesco Seghezzi

Responsabile comunicazione e relazioni esterne di Adapt

Direttore ADAPT University Press

@francescoseghezz

 

*pubblicato anche su Open, 17 gennaio 2019

 




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21 gennaio 2019