22 ottobre 2018

Politically(in)correct – Un messaggio di speranza

Giuliano Cazzola


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Mentre le regioni settentrionali, entro i confini dello Stato fantoccio della Repubblica sociale italiana (Rsi), erano sotto la dominazione delle truppe naziste, una fiaccola di libertà si accese, il 9 novembre del 1943, nell’Ateneo padovano. Concetto Marchesi, un insigne latinista e grande intellettuale, allora Rettore di quella Università, inaugurò l’anno accademico con uno straordinario discorso che colpì le coscienze delle centinaia di studenti accorsi per ascoltarlo. “In nessuno di noi manchi, o giovani – concludeva – lo spirito della salvazione, quando questo ci sia, tutto risorgerà quello che fu malamente distrutto, tutto si compirà, quello che fu giustamente sperato’’. È rivolto direttamente agli studenti: “Giovani, confidate nell’Italia. Confidate nella sua fortuna se sarà sorretta dalla vostra disciplina e dal vostro coraggio: confidate nell’Italia che deve vivere per la gioia e il decoro del mondo, nell’Italia che non può cadere in servitù senza che si oscuri la civiltà delle genti. In questo giorno 9 novembre dell’anno 1943 in nome di questa Italia dei lavoratori, degli artisti, degli scienziati, io dichiaro aperto l’anno 722° dell’Università padovana’’.

 

Successivamente – il 28 novembre – inviò al Ministro dell’Istruzione una lettera in cui spiegava i motivi delle sue dimissioni: “È responsabilità tutta mia se non intendo apparire collaboratore di un governo da cui mi distacca una capitale e insanabile discordia. Rassegno frattanto per l’ultima volta le mie dimissioni. Ella volle un giorno riconoscermi la fermezza del carattere. Non vorrà rimproverarmi oggi di averla mantenuta”. Poi, scrisse di getto – il 1° dicembre – un’incitazione alla lotta di liberazione agli studenti padovani che fu affissa sui muri della città. “Studenti: mi allontano da voi con la speranza di ritornare a voi maestro e compagno, dopo la fraternità di una lotta assieme combattuta. Per la fede che vi illumina, per lo sdegno che vi accende, non lasciate che l’oppressore disponga della vostra vita, fate risorgere i vostri battaglioni, liberate l’Italia dalla schiavitù e dall’ignominia, aggiungete al labaro della vostra Università la gloria di una nuova più grande decorazione in questa battaglia suprema per la giustizia e per la pace nel mondo”.

 

Può sembrare esagerato paragonare quegli eventi pur grandi nella loro tragicità (nel Paese era in corso una guerra civile, nell’ambito del secondo conflitto mondiale del secolo scorso) con le miserie della nostra epoca. Ma i valori contro i quali Concetto Marchesi incitava i giovani alla lotta sono tornati in campo di nuovo adesso, nell’Italia del XXI secolo: il nazionalismo, il sovranismo, l’identitarismo e, perché no?, il razzismo. Tutti quegli “ismi” che il presidente Macron ha definito le “passioni tristi” del Vecchio Continente, ricordando le sciagure di cui furono causa e protagoniste. Queste dannate ideologie e subculture, che stanno conquistando consensi in molti Paesi europei, in Italia hanno vinto, rendendo possibile – come ha riconosciuto lo stesso Steve Bannon – al populismo di destra e di sinistra di allearsi e di governare insieme.

 

Le opposizioni non si sono ancora riprese dalla sconfitta del 4 marzo; ma – quel che è più grave – esse stentano a contrapporsi alle soluzioni demagogiche che il governo sta portando avanti, perché il virus del populismo ha fatto breccia anche nel loro elettorato. Queste forze non sembrano neppure in grado di organizzare un Aventino.

 

Eppure, una scintilla di libertà è scaturita nei giorni scorsi a Milano – la capitale morale dell’Italia, che ha saputo cambiare pelle sul piano economico, produttivo e sociale rimanendo all’altezza delle più importanti città europee –  in occasione dell’Assemblea dell’Assolombarda. C’era davvero la necessità di ascoltare un discorso come quello del presidente Carlo Bonomi. Il suo è stato insieme una denuncia della decadenza etico-politica in cui verso l’Italia e un’implacabile denuncia della maggioranza giallo-verde, non per ciò che fa, ma per quello che è, esprime e vuole perseguire. Bonomi non si è coperto con la foglia di fico usata da Vincenzo Boccia, il quale – dopo aver riservato, nelle scorse settimane, un formidabile assist alla Lega di Matteo Salvini – si è limitato, a Capri, a criticare la manovra di bilancio chiedendone alcune modifiche. Purtroppo la stessa ambigua linea di condotta la stanno tenendo anche le grandi confederazioni sindacali.

 

Il presidente di Assolombarda ha colto la questione centrale dell’attuale fase politica. “E, su tutto questo (la rappresentazione dei mutamenti intervenuti nel quadro internazionale, ndr), nella generalità dei Paesi occidentali e innanzitutto in Italia – sono parole di Bonomi – ha assunto una forza sempre più rapida un massiccio fenomeno di riorientamento del consenso popolare. Verso forze che auspicano il ritorno a sovranità nazionali contrapposte. Verso un’idea di Stato non solo dispensatore di sussidi, ma di nuovo protagonista nell’affermazione sulla scena internazionale di vincoli e dazi discrezionali, come in ambito nazionale nella conduzione diretta di imprese e nell’offerta di beni e servizi. Verso un’idea di comunità nazionale chiusa nelle proprie frontiere, diffidente se non esplicitamente avversa a ogni idea ordinata di gestione e integrazione dei flussi migratori. Si tratta di fenomeni di un tale impatto che come imprese non possiamo e non dobbiamo ignorare’’. “Come comunità di imprese che si riconosce in Assolombarda – ha aggiunto – noi avvertiamo il nostro dovere come rivolto all’intera società, e non solo verso i nostri collaboratori e soci, clienti e fornitori. Come parte del ceto dirigente del nostro Paese, non possiamo e non dobbiamo volgerci dall’altra parte, e discutere solo delle nostre esigenze e attese in vista della prossima legge di bilancio”.

 

Che cosa significa, allora, tale assunzione di responsabilità? “Di fronte a questo quadro, avvertiamo un dovere. Dobbiamo tutti contribuire a una nuova strategia di responsabilità nazionale, con gli occhi rivolti all’Europa. Noi tutti dobbiamo sentirci responsabili di ciò che saremo”. Poi le parole diventano ancora più nette. “Non è il momento di abbandonare processi potenzialmente disgregativi così profondi nelle mani di qualcuno che non pensa all’interesse di tutta la comunità. “La politica ha il suo mandato popolare. Ma le istituzioni di un Paese libero dai tempi di Montesquieu vivono dell’equilibrio tra poteri diversi. Guai a rinunciarvi!”. “È avvenuta nel volgere di pochi mesi – prosegue il j’accuse – una trasformazione profonda del senso di sé e della volontà reattiva degli italiani. È un fenomeno che non trova riscontro nell’alternanza tra destra e sinistra al governo durante la Seconda Repubblica. Assume forme di ripulsa verso la stessa idea di democrazia rappresentativa, verso i fondamenti garantisti della giustizia e della presunzione d’innocenza. Inoltre esprime sfiducia crescente verso la scienza – si pensi al rilievo del fenomeno NoVax, che ci vede segnalati ormai dalle autorità sanitarie internazionali come un Paese prima della cui visita sottoporsi a profilassi – e le nuove tecnologie, imputate di sostituire lavoro umano accrescendo le fila dei disoccupati. In particolare questi due ultimi fenomeni minano anche la fiducia verso la libera impresa, considerata come un attore di processi organizzativi, gestionali e finanziari non più volti a rafforzare l’occupazione e la coesione sociale, bensì potenzialmente tali da accrescere i divari di reddito e il disagio sociale. È inutile fingere di non vedere la portata convergente di questi fenomeni’’.

 

In sostanza, non si tratta di criticare uno specifico provvedimento allo scopo di ottenerne qualche modifica, con un’ottica meramente corporativa. L’impegno è più ampio e difficile: si deve contrastare una visione, un indirizzo politico complessivo.” Come imprese – è l’appello di Carlo Bonomi – siamo chiamati a una grande battaglia culturale su uno dei fondamenti stessi di ogni idea di comunità. Ed è per questo che dobbiamo impegnarci con forza perché non si radichi e si diffonda sempre più in Italia il ritorno in grande stile dello Stato paternalista. Non abbiamo bisogno di uno Stato che torni ad essere padre e madre: perché nella storia del Novecento questa formula ha prodotto guai immensi. L’etica pubblica non è l’etica di uno Stato che voglia dall’alto imporre ai cittadini la sua visione di cosa sia morale e cosa no. Dobbiamo dire NO a uno Stato che chiuda gli esercizi commerciali la domenica, sostenendo di difendere le famiglie. Viola la libertà di milioni di consumatori, abbatte consumi e lavoro, mina la possibilità che proprio le famiglie in cui lavorano due componenti si possano contemperare i tempi di lavoro con le scelte di consumo. “NO a uno Stato che torna a prepensionare aggravando il furto ai danni dei più giovani. Nessun dato empirico comprova l’ipotesi che un pensionato anzitempo lasci il suo lavoro a un disoccupato giovane. NO a uno Stato che crede di poter rigestire il trasporto aereo. Se non potevamo permetterci, anche giustamente, un aereo di Stato come quello della presidenza del Consiglio, possiamo mai tornare a permetterci una flotta pubblica di Stato? Quando già con il prestito ponte abbiamo profuso 6 volte l’ammontare di quello che il venture capital dà alle start up in Italia in un anno? E tutto questo per un vettore che perde 1,2 milioni di euro al giorno? Perché non fare un referendum e chiedere agli italiani se vogliono ancora pagare di tasca propria per Alitalia? NO a uno Stato che si oppone alle grandi opere infrastrutturali come TAP, TAV, e Terzo Valico. Il governo ha evitato un grave errore respingendo la tentazione di chiudere l’ILVA, scelga ora sulle grandi opere di trasporto ed energetiche di parlare la lingua del futuro e non quella del passato. NO a uno Stato che ci chiama “prenditori” e che dopo anni di promesse continua a non pagarci oltre 40 miliardi, chi è il vero prenditore? NO a uno Stato che creda di poter strappare 35 mila contratti di concessione: la vicenda tragica del ponte Morandi vede con troppa disinvoltura dimenticate le responsabilità della vigilanza tecnica e di sicurezza del concedente pubblico, ignorata la necessità che le responsabilità si accertino con indagini amministrative e penali, calpestata la prescrizione vigente che la realizzazione della nuova opera sia fatta con gara di evidenza europea e non con affidamento diretto.

 

Occorre allora: “Promuovere i nostri giovani e non pensare solo a chi un reddito l’ha già (nel discorso Bonomi ha ricordato una ricerca sulle nuove frontiere del lavoro condotta insieme con Adapt, ndr). Riequilibrare la finanza pubblica non perché ce lo dice l’Europa, ma perché sappiamo che è nostro primario interesse Tornare a credere nella forza della libertà e non in quella del paternalismo dall’alto.”

Chi scrive ritiene che questo discorso andrebbe letto nelle scuole. È invece un segno dei tempi che le cronache lo abbiano annoverato tra le tante notizie che vengono date, in seconda battuta, dopo esservi ampiamente diffusi, i media, sulle bravate quotidiane dei nuovi governanti.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 

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