29 ottobre 2018

Politically(in)correct – La Stalingrado della Cgil

Giuliano Cazzola


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 Nella più importante confederazione sindacale italiana è in corso un dibattito molto aspro, divisivo e venuto clamorosamente allo scoperto. In altri tempi, quando il sindacato (il riferimento non riguarda la sola Cgil) era ancora un interlocutore fondamentale nel contesto della società civile, i media si sarebbero gettati a capofitto in questa inedita controversia, mentre ora vi dedicano soltanto qualche notazione di sfuggita.

 

Ricapitoliamo i fatti. Al prossimo Congresso Susanna Camusso, giunta al termine del mandato, lascerà la segreteria generale. Il suo prossimo incarico dovrebbe essere addirittura la direzione della Cisl internazionale. Nei giorni scorsi – dopo aver condotto una consultazione informale – ha ritenuto che fosse giunto il momento di proporre il nome del suo successore e, con il consenso della maggioranza della segreteria, ha indicato Maurizio Landini. L’ex leader della Fiom non è più il descamisado che dirigeva i metalmeccanici (dove ha incassato – come ricordano i suoi avversari – solo cocenti sconfitte). Negli ultimi anni ha dimostrato di avere il cinismo necessario per capire che Parigi val bene una messa. Così, prima di passare al vertice confederale, ha accettato di stipulare – in modo unitario – un rinnovo contrattuale che in precedenza avrebbe respinto con sdegno. E, ciò che più significativo, è riuscito a farlo approvare – a dimostrazione di una capacità di leadership che rasenta il fideismo – da una grande maggioranza di quei lavoratori che lo seguivano – nei secoli fedeli – quando li chiamava a scioperare contro i mulini a vento.

 

In una società dell’immagine, Landini (sia pure in evidente declino rispetto alle performance del passato) è una delle personalità più note del sindacalismo nostrano, diversamente dal riformista Vincenzo Colla (l’altro candidato) che è conosciuto solo all’interno dell’organizzazione dove ha ricoperto ruoli di notevole importanza. Se ce la farà ad occupare il posto che fu di Giuseppe Di Vittorio, Luciano Lama e di Bruno Trentin, Landini sarà il primo “sandinista” (così vengono definiti i seguaci di Claudio Sabattini) ad essere entrato non solo nella segreteria confederale, ma a divenirne il segretario generale.

 

La candidatura di Landini ha sollevato, però, diverse critiche e autorevoli pareri contrari (ne dà conto con grande apertura il giornale on line “Il diario del lavoro” fondato da Massimo Mascini, già giornalista sindacale d’antan, de Il Sole 24 Ore quando il sindacato era ancora un tema interessante per l’opinione pubblica). Era quindi inevitabile che dai post sui social si dovesse, prima o poi, arrivare al confronto negli organismi dirigenti. La questione è stata iscritta all’ordine del giorno del Direttivo del 27 ottobre. In tale istanza hanno la maggioranza i sostenitori di Landini. Era quindi interesse della componente che parteggia per Colla, rinviare il problema all’Assemblea generale dove i rapporti di forza sono più equilibrati. Così, a stare a quanto è trapelato, la sessione del Comitato direttivo della “Grande madre” si è svolta come se si trattasse di una riunione di condominio, caratterizzata da schermaglie procedurali piuttosto che da un effettivo dibattito politico. I membri della segreteria favorevoli a Landini hanno presentato, durante la discussione, un documento la cui approvazione avrebbe comportato l’assunzione – da parte del Direttivo uscente – della candidatura dell’ex leader della Fiom. A quel punto una dirigente vicina a Landini ha proposto una mozione d’ordine per chiudere il dibattito e procedere al voto, provocando in tal modo l’abbandono dell’area Colla della seduta e il venir meno così il numero legale, nonché la conseguente sospensione dei lavori.

 

La Cgil, quindi, è spaccata a metà, nel bel mezzo dello svolgimento del Congresso. Ma perché si è risvegliata un’opposizione alla leadership di Maurizio Landini? La sua elezione alla segreteria generale avrebbe un chiaro indirizzo politico non solo per la Cgil, ma per l’intera sinistra. Diversamente da Vincenzo Colla – acerrimo avversario del sovranpopulismo dilagante anche tra i ranghi della Confederazione (il 30% degli iscritti il 4 marzo ha votato per il M5S e il 10% per la Lega) – Landini non ha mai preso una posizione netta nei confronti del governo e della maggioranza giallo-verde. Anzi, si è concesso più volte apprezzamenti – che alla prova dei fatti avrebbe fatto bene a risparmiarsi – sui provvedimenti adottati (si veda il decreto dignità) e sulle promesse propalate senza ritegno dai due vice-presidenti del Consiglio.

 

Ecco perché, se questo fosse l’orientamento che la Cgil assumerà nei prossimi mesi, c’è da temere che anche il Congresso del Pd (ammesso e non concesso che si tenga) ne risentirà. Del resto, come potrebbe essere altrimenti? La confederazione di Corso Italia è l’ultima casamatta da cui la sinistra riformista potrebbe ancora sparare qualche colpo. Ma, per come si sono messe le cose, sembra prevalere il principio (deleterio) che è meglio stare con i lavoratori anche quando sbagliano. Come ha scritto Emilio Miceli, leader dei chimici, “non solo siamo in presenza di un Governo che ha una linea di politica economica e sociale che non condividiamo, ma anche di una classe dirigente che ci allontana, contemporaneamente, dall’Europa e dalla democrazia come è disegnata nella Carta Costituzionale. Un’autentica rivoluzione (in questo sono stati di parola!) che fa del nazionalismo, dell’indebolimento della democrazia e del razzismo i suoi punti di forza. Ovunque la democrazia è in fase di trasformazione: in Italia rischia di cedere”. Del medesimo tenore – sempre su Il diario del lavoro – la posizione di Alessandro Genovesi, segretario degli edili:  “Di fronte ad una visione di società espressa dal Governo dei nuovi sofisti (teorici per cui solo le apprensioni dei sensi e l’impressione soggettiva determinano il vero in quanto utile) quanto possiamo cavarcela con la logica del “giudicheremo provvedimento per provvedimento” (la filosofia di Landini, ndr) negando a noi stessi la natura reazionaria (che può anche avere consenso popolare) di questa cultura politica fatta alimentando rabbia, paure, sistematicamente impegnata a scavalcare corpi intermedi e a semplificare i processi democratici e i contrappesi istituzionali… tutta vocata a parlare alla pancia del Paese e non alla sua testa, alle sue energie migliori?”.

 

Ecco perché nel congresso della Cgil è in corso la “battaglia di Stalingrado” contro le controriforme delle forze sovranpopuliste e in difesa delle politiche riformiste del mercato del lavoro che – sia pure con travagliati compromessi – hanno caratterizzato le due precedenti legislature.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 

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