28 ottobre 2019

Politically (in)correct – VII: Non rubare (la povertà altrui)

Giuliano Cazzola


Bollettino ADAPT 28 ottobre 2019, n. 38

 

Da una nota di Natale Forlani, pubblicata su Itinerari previdenziali nell’Osservatorio sul mercato del lavoro, troviamo conferma di un aspetto che resta accuratamente nell’ombra, quando si parla di povertà. In sostanza, per trovare conferma di una narrazione stereotipata e consolidare nell’opinione pubblica luogo comune   – ritenuto politicamente corretto solo se descrive l’Italia alla stregua di un Paese povero in canna – ci siamo impadroniti anche della povertà dei residenti stranieri. Nella comunicazione riguardante l’immigrazione abbiamo già concesso lo jus soli, lo jus culturae, pur di confermare un racconto di noi stessi che non esiste nella realtà o almeno che non corrisponde al vero nella misura in cui viene diffuso.

 

“Negli anni della crisi economica, scrive Forlani, con effetti che perdurano anche in quelli recenti, si è verificato un aumento rilevante dei cittadini in condizione di povertà assoluta che coinvolge 5 milioni di persone e 1,8 milioni di nuclei familiari”. E’ vero, ma quando i conduttori dei talk show sentono che i loro ospiti forniscono questi numeri come se si trattasse di persone e di famiglie italiane, non si prendono la briga di precisare, ai fini di una corretta informazione degli ascoltatori, che gran parte di questi poveri sono stranieri e stanno nei gironi più bassi dell’indigenza.

 

Come rilevato nelle statistiche Istat – ricorda Forlani – gli immigrati in questa condizione rappresentano il 30% delle persone e il 28% dei i nuclei familiari composti da soli stranieri, rispetto al 6% e 5,3% di quelli formati da cittadini italiani. Sommando a questa rilevazione la quota delle persone – prosegue la nota dell’Osservatorio – esposte al forte rischio di impoverimento, tale incidenza supera i 2/3 sul complesso degli immigrati regolarmente residenti. Di particolare rilievo il fatto che una quota significativa di questi nuclei riguardi quelli con la presenza di lavoratori occupati, il 25,5%, o in cerca di occupazione, il 51%. Incidenze che per le famiglie italiane interessate si riducono significativamente al 3,5% per gli occupati e al 22% per quelli disoccupati.

 

Data la forte concentrazione nelle regioni del Nord, si può affermare che l’incremento della povertà assoluta in queste aree sia dovuto essenzialmente alla quota dei nuclei composti da soli immigrati. Certo, gli italiani stanno anch’essi tra i discendenti della coppia che fu cacciata dall’Eden, ma come sostiene Luca Ricolfi, nel suo ultimo libro, l’Italia è una “società signorile di massa” (più o meno il medesimo concetto che esprime Alberto Brambilla quando parla di “poveri benestanti”). “Numeri alla mano – sostiene Ricolfi – siamo nei primi posti al mondo per possesso e utilizzo di automobili e cellulari, per iscrizioni a palestre e centri benessere, per la spesa in giochi d’azzardo. Ce la caviamo bene anche sul consumo di droghe, sui pranzi fuori casa e sul tempo passato a navigare in Internet. E non è finita: l’80% degli italiani ha una casa di proprietà, il 65% fa vacanze lunghe e il 50% possiede una seconda abitazione al mare o in montagna”. E Brambilla aggiunge: “Raccontare la storia dei 5 milioni di poveri assoluti e di altri 9,3 di poveri relativi (il 25% della popolazione italiana non arriverebbe a fine mese) ai quali dare un reddito, una pensione o una prebenda (a carico dei poverini che le tasse le pagano), questo sì porta molti voti”.

 

Ma secondo il presidente di Itinerari previdenziali basterebbe osservare la distribuzione del carico fiscale, mettendola a confronto con stili di vita diffusi nella società, per comprendere la realtà effettiva del Belpaese: “Il paradosso è tra i due estremi delle classi di reddito dichiarato: il 45,19% dei cittadini paga solo il 2,62% dell’Irpef, mentre il 12,28% ne paga ben il 57,88%. Tuttavia, il numero delle automobili con un costo superiore ai 120.000 euro è dieci volte il numero di coloro che dichiarano un reddito lordo superiore ai 240mila euro (120mila netti)”.

 

Se questa è la situazione come avrebbe potuto il reddito di cittadinanza raggiungere il numero dei percettori previsti ed annunciati al momento del varo del dl n.4/2019, se – escludendo di diritto e di fatto gli stranieri poveri  – quelli autoctoni risultano essere, in valori assoluti, molti di meno di coloro che sono censiti quando si tirano le somme delle persone e delle famiglie in condizione di povertà assoluta? Gli immigrati ci invadono? E noi rubiamo loro lo status di poveri assoluti allo scopo di dare dell’Italia un’immagine di un Paese in via di (sotto)sviluppo.

Gli stranieri che hanno presentato la domanda per il RdC sono meno di 100mila, suddivisi fifty fifty tra comunitari ed extra comunitari. È noto che questi ultimi (oltre ai dieci anni di residenza che è un requisito comune a tutti i soggetti interessati, siano essi italiani o stranieri) sono tenuti a presentare la documentazione dei beni posseduti in patria. Era compito di un decreto ministeriale – mai emanato nonostante la scadenza dei termini fissati nella legge – stabilire quali fossero in Paesi ritenuti non in grado di soddisfare queste richieste allo scopo di esonerare i loro cittadini da tali complessi adempimenti. Le statistiche citate da Forlani testimoniano che dei 5,144 milioni di immigrati regolarmente residenti all’1 gennaio 2018, 3,8 milioni provengono da Paesi extracomunitari: un dato sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente ma in diminuzione di 215mila unità rispetto al gennaio 2016 anche per effetto del concomitante riconoscimento di cittadinanze italiane per oltre 350mila ex cittadini stranieri. Il 61% dei cittadini extracomunitari è lungo soggiornante. E pertanto avrebbero il diritto – avendone i requisiti – di presentare la domanda per il RdC, se fossero definite le procedure necessarie.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 




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