Politically (in)correct una rubrica ADAPT sul lavoro – Lavoro a termine: la parola ai dati

Giuliano Cazzola

 


È tanto complicato spiegare a chi legge i giornali e a chi guarda la televisione i concetti di “flusso” e di “stock” con riferimento alla composizione del mercato del lavoro? Fate la prova: chiedete a chi viaggia con voi in treno quale sia la percentuale di dipendenti assunti a termine. Egli vi risponderà che si tratta di quasi il 70% (il Ministro del lavoro ne ha fatto una delle principali argomentazioni a sostegno del decreto n. 34 attualmente in conversione alla Camera).

 

In verità, questo è un dato di flusso che prende in considerazione, cioè, le attivazioni di rapporti di lavoro a tempo determinato in un arco di tempo considerato. Nel secondo semestre 2013 sulla base delle comunicazioni obbligatorie risultavano attivati, in percentuale sul totale, le seguenti tipologie di rapporti di lavoro: a) contratti a tempo determinato: 69,3%; b) contratti a tempo indeterminato: 15,4%; c) collaborazioni a progetto: 5,9%; d) apprendistato: 2,7%.

 

Se invece si osservava la struttura del mercato del lavoro (ecco il dato Eurostat di stock) il fenomeno del lavoro a termine si ridimensionava. La media annuale (2012) dei prestatori con contratto a termine era pari al 13,8% sul numero totale dei dipendenti in età compresa tra 15 e 64 anni. Rispetto al 2008, l’anno iniziale della Grande crisi, si era riscontrato un incremento di mezzo punto percentuale. In realtà la dinamica era un po’ più articolata. Si era verificata una diminuzione significativa nel 2009 e nel 2010 (rispettivamente al 12,5% e al 12,8%) per risalire al 13,4% nel 2011. In sostanza dal 2010 al 2012, gli anni più duri della crisi, la quota dei contratti a termine era salita di un punto.

 

Ma che cosa è successo negli altri Paesi dell’Europa? Volendo approfondire, si scopre che l’Italia era assolutamente allineata con la media della Ue 28 e della Ue 27 Paesi (13,7%), mentre stava nettamente al disotto della quota percentuale media dell’Eurozona (15,3%). Per quanto riguarda alcuni singoli Paesi, la Francia era al 15,1%, la Spagna al 23,7% mentre il Regno Unito “svettava” con il 6,2% (a prova del fatto che, laddove il mercato è flessibile, diminuiscono pure i contratti ritenuti precari).

 

E i giovani? Purtroppo per loro i numeri hanno teso a lievitare. In Italia, sempre nel 2012, i dipendenti temporanei in età compresa tra i 15 e i 24 anni erano pari al 52,9% del totale.

Una quota sicuramente importante e significativa di una condizione di difficoltà, testimoniata anche dall’accelerazione subita in pochi anni: la quota era pari al 46,7% soltanto nel 2012; da allora vi è stato un incremento di oltre 6 punti. In questo caso l’Unione se la passava meglio di noi: il 42,2% nella Ue a 28; il 42,1% nella Ue a 27 Paesi. L’area Euro era al 51,3%. I giovani francesi (15-24 anni) dipendenti temporanei erano nell’ordine del 55,5%, quelli tedeschi del 51,3%, gli spagnoli addirittura del 62,4%. Al solito, il Regno Unito se la cavava con un 14,9%.

È bene far notare che, in generale, il numero dei contratti a termine, in Italia, erano in aumento sia pur contenuto, mentre negli altri Paesi (con l’eccezione di qualcuno) stavano in una traiettoria in diminuzione. Al dunque, siamo sempre lì: se Atene piange, Sparta non ride. Intanto il decreto Poletti si avvia a lasciare la Commissione lavoro della Camera e ad approdare in Aula per poi “fare la navetta” con il Senato ed essere convertito entro il 20 maggio. A quanto si dice, le proroghe dovrebbero essere ridotte da 8 a 5, ma dovrebbe restare immodificata l’acausalità per i 36 mesi di durata del contratto a termine. A nostro avviso è questo il punto discriminante, almeno sul piano dei principi. È chiaro che pure la soluzione di 24 mesi, privi di causale, sarebbe meglio di quella attuale limitata a 12. Ma con 36 mesi si affermerebbe che il ricorso al contratto a termine è liberalizzato per tutto il periodo in cui ne è consentito l’utilizzo.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 

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