16 aprile 2018

Politically (in)correct – Quando la proprietà transitiva si applica anche ai programmi

Giuliano Cazzola


ADAPT - Scuola di alta formazione sulle relazioni industriali e di lavoro
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Il gruppo dirigente della Cgil è stato prodigo di commenti e di ammissioni sul voto del 4 marzo e sullo tsunami che ha sconvolto il quadro politico. Il leitmotiv che ha accompagnato la dichiarazione degli esponenti sindacali è stato più o meno il seguente: i temi che hanno permesso ai due partiti più votati – il M5S e la Lega – di conquistare grandi consensi, dall’abolizione della legge Fornero al superamento del Jobs Act, sono gli stessi per i quali la Cgil si batte da anni. I lavoratori hanno bocciato una sinistra (il Pd) che non riesce più a interpretare i bisogni delle fasce più deboli ma, d’altra parte, non intendono abbandonare il sindacato.

 

Su quest’ultima considerazione ci sarebbe da ridire in presenza di una significativa penetrazione del sindacalismo radicale di base anche nei settori industriali, a partire dai metalmeccanici. Ma il peso e l’influenza della Cgil sono ancora ben saldi, tanto da riscuotere un buon livello di fiducia da parte dell’opinione pubblica. La questione, però, pare essere un’altra: per quali partiti avrebbero dovuto votare i militanti, gli iscritti e i lavoratori orientati dalla Cgil il 4 marzo per rimanere fedeli e coerenti con la loro appartenenza sindacale? Forse per i “redenti” di Liberi & Uguali o per una delle frattaglie ancora più a sinistra, magari per quel “Potere al popolo” animato da una loro vecchia conoscenza? I lavoratori sono persone serie, non hanno tempo da perdere, non sono interessati a spaccare il capello in quattro parti: se devono ingoiare una medicina scelgono quella di marca, non un prodotto generico.

 

Per anni, la Cgil ha raccontato ai lavoratori (magari un po’ seccati per essere costretti ad andare in pensione qualche mese o anno più tardi) che loro sono vittime di un abuso perpetrato dalle sciagurate (in verità, immaginarie) politiche d’austerità, senza darsi minimamente cura (come dovrebbe fare un sindacato) di accennare agli squilibri demografici e alla sostenibilità del sistema. Per di più a questi lavoratori hanno spiegato che la ‘’perfida’’ Elsa Fornero li costringeva ad occupare il posto di lavoro che sarebbe potuto andare al figlio disoccupato, condannato, invece, ad un’eterna condizione di precarietà per colpa del jobs act e della “abrogazione” dell’articolo 18. Chi è stato a definire “pizzini” uno strumento semplice e trasparente come i voucher, fino a portare il Paese in prossimità di un referendum abrogativo, anche a costo – come poi è avvenuto dopo la loro sostanziale soppressione – di incentivare il lavoro nero? E chi ha protetto quegli insegnanti che – approdati stabilmente in cattedra laddove c’erano dei posti vacanti (la scuola è fatta per gli studenti o no?), magari lontano da casa – non si vergognavano a definirsi “deportati”? Chi ha scelto – all’Ilva – di stare dalla parte della procura anziché da quella dei lavoratori? Se tutto questo è avvenuto sotto i nostri occhi, dove sta la meraviglia per il comportamento dei lavoratori nella cabina elettorale?

 

Anche in politica si applica la proprietà transitiva: se A=B, B=C, anche A=C. Nelle schede i lavoratori non trovavano le liste della Cgil, ma quelle del partito che, secondo la confederazione, aveva mal governato insieme ai suoi alleati, sottratto diritti ai lavoratori, condannato il Paese al declino, massacrato il sistema di sicurezza sociale e quant’altro fosse esecrabile ed iniquo. Ma quella stessa scheda conteneva anche i simboli di altre forze politiche che promettevano di abrogare, asfaltare, superare o, se del caso, ripristinare, in perfetta concordanza con ciò che andava ripetendo il loro sindacato, dopo averli chiamati a protestare e a manifestare. Certo, c’è stato qualche risultato imprevisto. Nei gloriosi distretti industriali del Nord la Lega, in una decina di anni, ha raddoppiato o addirittura triplicato i consensi. Ma il partito dell’altro Matteo (Salvini) non era accusato di tendenze razziste? Non era in combutta con poco raccomandabili partiti sciovinisti (se non persino neofascisti) europei? Non fa piacere accorgersi che la classe lavoratrice non è insensibile agli slogan “fuori i clandestini”, “basta sbarchi”, “salvaguardiamo la razza bianca”, “padroni in casa nostra”, “la ruspa contro i campi rom”, “diritto assoluto alla legittima difesa”, “protezionismo e dazi”, “no alla delocalizzazione” e via di questo passo.

 

È stato molto esplicito, in una intervista, Marco Bentivogli, un giovane sindacalista, “figlio d’arte”, il quale ha dimostrato come si possa essere riformisti senza scontentare i propri militanti: “Abbiamo considerato compatibile – ha detto il leader della Fim-Cisl – con l’appartenenza sindacale, con la militanza sindacale accostamenti al razzismo e culture populiste che sono quanto di più lontane dalla cultura sindacale e dalla ricerca di giustizia sociale che esprime il sindacato’’. Certo, si deve riconoscere che, su questi temi, la Cgil ha sempre mantenuto una linea corretta, degna delle sue grandi tradizioni. Eppure degenerazioni siffatte non sono altro che il cascame di una visione dell’economia mondiale in preda alla globalizzazione e sottomessa al volere delle multinazionali.

“Si potrebbe dire – sono parole di Susanna Camusso – che la globalizzazione ha rovesciato il paradigma, garantendo la massima circolazione delle merci, ma riducendo la libera circolazione delle persone. Dalle migrazioni ai muri, dall’integrazione ai fenomeni di razzismo, alle guerre vicine ed ignorate”. Il fatto è che è vero il contrario. Sono i nemici della internazionalizzazione dell’economia che hanno riscoperto i muri e il razzismo. Ma la segretaria della Cgil, dopo il 4 marzo, non ha avuto soltanto la consolazione di chi può affermare “noi lo avevamo detto”. Il primo significativo atto politico del M5S è stato quello di mostrarsi interessato alla Carta dei diritti universali del lavoro, il fiore all’occhiello della confederazione di Corso d’Italia: un documento che, in tema di populismo e demagogia, è in testa a tutte le classifiche.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 

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