Politically (in)correct – Marco Biagi 15 anni dopo

Come scriveva Seneca in una lettera all’amico Lucilio “tutti i momenti che appartengono al passato si trovano in un medesimo spazio: si vedono su di uno stesso piano, giacciono gli uni insieme con gli altri, tutti cadono nel medesimo abisso”. Ecco perché gli eventi seppelliti  dal trascorre degli anni ci appaiono ancora vivi e presenti, anche se hanno perduto la sequenza temporanea  (il tempo in fondo è solo una convenzione in cui cerchiamo di incasellare uno dopo l’altro le vicende del nostro vissuto).

 

Se penso al mio amico Marco, mi tornano in mente, tutte insieme e contemporaneamente, le immagini di tanti momenti vissuti insieme. A partire da quando ci conoscemmo, nel lontano 1974, durante un viaggio in auto da Bologna ad Ariccia per partecipare ad un seminario organizzato da Gino Giugni in quella che era la Scuola quadri della Cgil.  Ricordo ancora, parecchi anni dopo, la serata in cui Alessandra volle celebrare il mio cinquantesimo compleanno, invitando a cena i coniugi Biagi, il quali si portarono appresso il loro amico giapponese, antico compagno di studi e di ricerche di Marco, lo stesso che, seppure un po’ ingrigito non è mai mancato alle cerimonie ed alle iniziative che hanno accompagnato le ricorrenze. Quella sera, non aveva ancora smaltito il fuso orario e si addormentava sul divano.

 

Ma il ricordo più netto e lacerante si concentra sulla dinamica degli eventi di quel tragico 19 marzo 2002, dei giorni che lo avevano preceduto e di quelli che lo seguirono.  Innanzi tutto le premesse, gli indizi e i presentimenti che qualche cosa stava per succedere. In un giorno della settimana precedente (sinceramente non ricordo quale) mi telefonò una giornalista chiedendomi quali fossero  i  veri autori  (e se Marco fosse tra questi) del disegno di legge delega presentato dal Governo sul mercato del lavoro, che stava suscitando – per le sue  modifiche sperimentali dell’articolo 18 dello Statuto – un mare di aspre polemiche e di velenose accuse. Io la invitai ad usare cautela perché, a scriverne, rischiava di offrire un obiettivo e di mettere in pericolo di vita delle persone nel clima di violenta polemica scaturita – strumentalmente – fin dalla pubblicazione del Libro Bianco nell’autunno del 2001. Poi il venerdì successivo, Marco Biagi aderì come terzo firmatario, dopo Renato Brunetta e il sottoscritto, ad un documento che difendeva quel disegno di legge.  Seppi successivamente – quando venne reso noto,  postumo,  il disperato carteggio tra Marco e le istituzioni nei  mesi che precedettero una morte annunciata (io  ignoravo l’esistenza di quelle lettere) – che un collega milanese lo aveva criticato per aver  sostenuto il Governo Berlusconi.  Riprendendo il filo rosso della memoria, si entrò poi nella nuova settimana: la rivista Panorama pubblicò stralci di un rapporto dei servizi segreti in cui venivano indicate le possibili vittime di attentati terroristici. Tra i loro profili svettava un identikit di Marco Biagi. In questi casi, non sai mai come comportarti. Non è facile telefonare ad un amico per chiedere spiegazioni. Del resto, io credevo che fosse ancora sotto tutela di sicurezza come avevo scoperto, per caso, incontrandolo una sera su di un binario della Stazione Termini – ambedue in attesa del treno per Bologna – in   compagnia di un giovanotto, che mi venne presentato e del quale pensai che si trattasse di un suo studente che lo aveva accompagnato. Rientrando insieme mi spiegò che era un agente di Polizia e mi raccontò tutta la storia. Ho appreso soltanto a tragedia avvenuta che gli avevano levato la scorta, nonostante l’intensificarsi delle minacce connesse al procedere di quell’iniziativa legislativa che prese il nome di legge Biagi, che venne approvata solo a morte avvenuta. Pochi giorni dopo, nella serata del 19 marzo, ero nella mia casa di Roma e stavo lavorando al computer nello studio ascoltando per radio la cronaca di una partita. Ricordo che giocava, piuttosto male, la Roma in una sfida di carattere internazionale. Nell’intervallo, il giornale radio lanciò la notizia del tragico evento.

 

Da quel momento la mia vita è cambiata. Come ho potuto e come mi è stato consentito mi sono messo a disposizione di quanti – e sono molti – che ne onorano la memoria portando aventi le intuizioni di Marco, nell’ambito di vere e proprie scuole di pensiero, guidate (La Fondazione) da Marina Biagi, (il Centro studi e le attività editoriali connesse), da Michele Tiraboschi. Insieme a Maurizio Sacconi e a pochi altri ho passato, dopo l’assassinio di Biagi, a difendere la legge n. 30/2003 e il decreto attuativo dalle accuse, da cui furono sommersi, di rappresentare non solo una sorta di carta costituzionale della precarietà, ma di averla persino promossa e sollecitata. In tanti ambienti politici e sindacali quella legge veniva criticata, l’accademia ne prendeva le distanze, come aveva fatto fin dall’inizio. Ma poiché un martire del terrorismo è scomodo da gestire, la linea di condotta degli oppositori a cui era rimasto un briciolo di umanità (altri lasciavano intendere che avevano fatto bene ad ammazzarlo) si concretizzò nel tentativo di separare il testo della legge dal suo ispiratore, come se fosse stato indotto dal Governo ad agire in modo contrario alle sue idee (in verità fu il Governo a concedergli mano libera e ad adottare tutto quanto Biagi riteneva giusto ed opportuno).

 

Poi, ci sono voluti anni, ma alla fine la verità ha prevalso. Ad ogni ricorrenza non si celebra più soltanto la persona del civil servant assassinato sotto casa, ma anche il giurista. Non si onora più soltanto l’uomo coraggioso, ma si riconosce pure il valore di quelle idee che Marco professò e difese fino all’ultimo soffio di vita. Sono trascorsi 15 anni da quella notte che ha cambiato tante vite e ha intessuto tra loro un patto di solidarietà. Spesso mi domando, quando si avvicina il 19 marzo ed osservo le iniziative che si svolgono nella ricorrenza, come sia potuto accadere che la fiamma della memoria del nostro caro amico non si sia mai spenta, ma risplenda ancora sfavillante, come se fosse stata accesa ieri. Certamente, molto merito va a tutti coloro che quella memoria hanno coltivato con rispetto ed affetto, nella consapevolezza che soltanto l’oblio uccide del tutto una persona.

 

Il fatto è che – al di là della tragedia di una persona perbene, della sua famiglia, dei suoi amici, dei suoi allievi e studenti – Marco Biagi è stato un giurista il cui pensiero ha lasciato un segno nel diritto del lavoro. Ha compreso, in anticipo, che quelle diversificazioni del lavoro, quei rapporti che sorgevano dalla realtà fattuale, non erano pericolose deviazioni da reprimere e ricondurre alle regole standard del lavoro subordinato; non costituivano – al di là degli eventuali abusi – marchingegni padronali per retribuire meno i lavoratori e potersene liberare senza problemi. Si trattava, invece, di rispondere alle esigenze di un mercato del lavoro che non era più quello di una volta, a cui occorreva assicurare una gamma di profili contrattuali articolati, utili e pertinenti, anche nell’interesse dei lavoratori e dell’occupazione. In fondo, a pensarci bene, il professore bolognese si era dedicato alla studio di situazioni tutto sommato marginali del mercato del lavoro, non coperte e quindi non tutelate dalla vecchia dottrina che non riconosceva loro neppure legittimità.

 

La migliore spiegazione dell’opera del marito la diede Marina parlando di lui in un convegno organizzato dalla Cisl bolognese: “Marco era un uomo libero che ha sempre detto quello che pensava. Non era legato, in particolare, ad una parte, si sentiva libero di dire quello che gli sembrava giusto. Ha avuto il coraggio di esporre le proprie idee. Proprio nei giorni in cui è stato ucciso – aggiunse – ricordo che Marco mi parlava di una cosa che riguarda i ragazzi. Era consapevole che la società si stava trasformando e che un lavoro per tutta la vita, lo stesso a tempo indeterminato, sarebbe stata una cosa praticamente impossibile, sarebbe arrivata tardi nella vita delle persone. Aveva in mente che bisogna difendere i lavori brevi. Purtroppo ci sarà questa precarietà, diceva Marco, però dobbiamo renderla una precarietà protetta, fare in modo che le persone che non hanno un lavoro protetto abbiano anche dei diritti, siano protette, che una persona non trovi solo un lavoro in nero”. Chi scrive si avvale sempre di questo brano perché crede che esso colga appieno – da parte di una persona che ha amato Marco fin da ragazzina – la mission del nostro indimenticabile Maestro. Con parole semplici, che tutti odono nel loro vivere quotidiano. E perciò comprendono nel loro significato più compiuto e vero. Ma di parole che tutti odono sono scritte le frasi che nessuno ha udito mai.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

Docente di Diritto del lavoro UniECampus

 

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