19 marzo 2018

Politically (in)correct – L’ultimo colloquio con Marco Biagi

Giuliano Cazzola


ADAPT - Scuola di alta formazione sulle relazioni industriali e di lavoro
Per iscriverti al Bollettino ADAPT clicca qui
Per entrare nella Scuola di ADAPT e nel progetto Fabbrica dei talenti scrivi a: selezione@adapt.it

Poche settimane prima che venisse assassinato, Marco mi telefonò dal Ministero del Lavoro per chiedermi se avessi l’ultimo libro di Tiziano Treu e se fossi disposto a farglielo avere subito. Allora mi stavo recando al lavoro all’Inpdap (ero componente del Collegio dei sindaci e in quei tempi civili disponevo di un’auto di servizio). Risalii in casa da cui ero appena disceso quando mi era arrivata la telefonata, presi il libro ed effettuai la consegna. A Marco quel testo serviva per inserire – parola per parola –  nel disegno di legge di riforma del mercato del lavoro (che poi prese il suo nome) le proposte che vi erano contenute a proposito del superamento – in via sperimentale – dell’articolo 18 in taluni casi ben delimitati.

 

Il seguito della vicenda è noto. Il disegno di legge venne presentato, scoppiò il finimondo con la Cgil e con i partiti di sinistra che scomodarono persino la violazione dei diritti della persona. Marco fu assassinato il 19 marzo; pochi giorni dopo ebbe luogo una grande manifestazione della Cgil (chi non ricorda Sergio Cofferati arringare le folle con i capelli scompigliati dal venticello romano?). All’inizio di luglio fu sottoscritto il Patto per l’Italia da tutte le organizzazioni sindacali ed economiche del Paese con la sola eccezione della Cgil; ma la riforma dell’articolo 18, ancorché ridimensionata, fu stralciata dal testo e parcheggiata su di un binario morto a (dis)onore del Governo di centrodestra. Per affrontare nuovamente il tema cruciale della tutela del licenziamento individuale ingiustificato il Paese ha dovuto attendere una decina di anni prima che fosse approvata la legge Fornero n.92/2012 (ancora una volta, negli anni dal 2008 in poi, un Governo di centrodestra aveva ‘’marcato visita’’) per arrivare nel 2015 al dlgs n.23 (istitutivo del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti) nel quadro complessivo del jobs act.

 

Perché ho voluto ricordare quel colloquio tra due amici che si conoscevano fin dal 1974 e che avevano tante cose in comune? In primo luogo per rendere una testimonianza. C’è stato negli anni scorsi un progetto – incoraggiato da molte parti – di rivalutazione “buonista” di Marco consistente nel tentativo di distinguere il suo pensiero da quello di coloro che insistevano per modificare l’articolo 18 dello Statuto. Il che sulla base del seguente assioma: un martire del terrorismo non avrebbe mai potuto condividere la responsabilità di mortificare un presidio fondamentale dei diritti dei lavoratori (come la reintegra nel posto di lavoro in caso di licenziamento ingiustificato). Il prof. Biagi, invece, aveva le idee chiare su questo punto. Le manifestò apertamente in un articolo (nell’autunno 2001) sul Sole-24ore, dal titolo non equivoco “Licenziare per assumere” di cui riproduco, di seguito, alcuni brani: «Si discute molto in questo periodo di riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Probabilmente siamo giunti ad un punto di svolta per il diritto del lavoro. Sappiamo bene, a questo proposito, che il mercato del lavoro italiano vive una situazione di notevoli difficoltà. La nostra struttura economica e la nostra organizzazione produttiva e del lavoro si sono evolute con velocità via via crescente. Ma a questa accelerazione non sempre si è accompagnata anche una modernizzazione delle regole dei rapporti di lavoro e delle relazioni industriali. Una delle priorità nella agenda della modernizzazione è certamente quella della flessibilità in uscita. Il nostro sistema è più rigido e antiquato di quello esistente in molti dei nostri partners europei. Oltre a ciò è chiaro che se abbiamo un alto tasso di rigidità in uscita rispetto alla disciplina del lavoro subordinato standard, a tempo indeterminato e iperprotetto i nostri datori di lavoro ricorreranno sempre di più al lavoro flessibile (ai contratti a termine, al lavoro interinale, alle collaborazioni coordinate e continuative, ecc., quando non al lavoro “nero”)».

 

Ciò premesso, l’ulteriore motivo che mi ha spinto a rinfrescare la memoria sulle opinioni di Marco Biagi è quello di lanciare un grido di allarme per le sorti delle riforme del lavoro intervenute negli ultimi anni, dopo la vittoria elettorale delle forze populiste. Una preoccupazione che si è ulteriormente accentuata quando ho letto le dichiarazioni di Carlo Calenda (il nuovo astro nascente su di un orizzonte in declino) a proposito del ruolo che dovrebbe assumere la sinistra in materia di lavoro: «[una sinistra] che difenda il posto di lavoro e non il lavoro in sé, che offra protezione. Il Jobs act è sbagliato non per l’abolizione dell’articolo 18, ma perché contiene un indebolimento sostanziale degli ammortizzatori sociali». Il ministro ha poi voluto precisare meglio il suo pensiero, ribadendo i concetti della seconda parte della dichiarazione; ma le sue parole esprimono valori chiari e distinti. Quando si afferma di difendere il posto di lavoro e non il lavoro di per sé si ricade inevitabilmente in quel principio di job property che il jobs act ha inteso superare sia pure nel corso di lunghi decenni (giacché l’articolo 18 “novellato” è tuttora la disciplina del licenziamento individuale per la (stra)grande maggioranza dei lavoratori).

 

Il fatto è che parlare di tutela del lavoro in sé, resta tuttora una chimera, dal momento che un sistema di politiche attive efficienti ed efficaci è di là da venire. Ecco perché fanno breccia le vecchie risposte: il pensionamento anticipato, la tutela reale nel licenziamento individuale, la concessione di ammortizzatori sociali senza scadenze, per arrivare di un balzo alle ultime trovate dell’assistenzialismo: un reddito di cittadinanza che, in pratica, consenta di vivere senza lavorare. Sappiamo che queste non sono soluzioni e che continuerebbero a nascondere – come è sempre avvenuto in passato – sacche di lavoro sommerso a spese dell’intera collettività, insieme con il degrado dell’economia di intere zone del nostro Paese.  Il ritorno ad un antico quadro di certezze (che peraltro erano solo illusioni ottiche) appartiene al novero delle chimere. Ma, come ha scritto Sebastiano Vassalli, gli uomini si nutrono di chimere, le chimere di uomini.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 

Scarica il PDF 

 




PinIt