18 aprile 2017

Politically (in)correct – L’Inps smentisce alcuni luoghi comuni in materia di pensioni

Giuliano Cazzola


“Analizzando la distribuzione per classi di importo mensile delle pensioni si osserva una forte concentrazione nelle classi basse. Infatti il 63,1% delle pensioni ha un importo inferiore a 750 euro. Questa percentuale, che per le donne raggiunge il 76,5%, costituisce solo una misura indicativa della ‘povertà’, per il fatto che molti pensionati sono titolari di più prestazioni pensionistiche o comunque di altri redditi”. E non basta ancora.  Infatti “delle 11.374.619 pensioni con importo inferiore a 750 euro, solo il 44,9% (5.106.486) beneficia di prestazioni legate a requisiti reddituali bassi, quali integrazione al minimo, maggiorazioni sociali, pensioni e assegni sociali e pensioni di invalidità civile”.  Tali prestazioni sono riconosciute ai soggetti che non hanno altri redditi al di fuori delle pensioni (oppure, al massimo, condizioni reddituali molto modeste).

 

Ne deriva allora che – come certifica l’Inps – meno della metà degli assegni inferiori a 750 euro mensili viene erogata a soggetti che versano in quelle situazioni. Non crediamo ai nostri occhi. Continuiamo quindi a leggere con compiaciuta curiosità. Ci imbattiamo, ben presto, in un’altra considerazione: “nonostante un incremento graduale dell’età dovuto alle recenti modifiche normative, una percentuale rilevante di pensionamenti avviene prima dei 60 anni”.

 

Chi si assume la responsabilità di affermazioni “politicamente scorrette” come queste?  Si vede che l’impertinente non guarda neppure i programmi televisivi che battano la grancassa su due aspetti di fondo del nostro sistema pensionistico dopo la “macelleria sociale” effettuata dalla riforma Fornero: gli italiani possono andare in pensione solo all’età di Matusalemme; i pensionati sono poveri, tanto che sono costretti a vivere di stenti.  Sorpresa. Si tratta di luoghi comuni, di banali semplificazioni della realtà.

 

Chi ha scritto queste frasi quasi blasfeme è l’Inps: per l’esattezza il Coordinamento statistico attuariale con riferimento alle pensioni erogate nel 2016 e nei primi due mesi dell’anno in corso (e con l’esclusione delle gestioni dipendenti pubblici e della gestione Ex Enpals: ci sarebbe da chiedersi perché dopo anni di incorporazione, l’Inps stenta a fornire statistiche complete). È poi sempre opportuno sottolineare – lo fa anche, per inciso, il Coordinamento attuariale –  che sarebbe un grave errore confondere il numero delle pensioni con quello dei pensionati, poiché il primo aggregato è superiore a 22 milioni di prestazioni erogate, mentre il secondo si ferma a 16,3 milioni di soggetti; vi sono perciò 7 milioni di assegni che si redistribuiscono sulla medesima platea.

 

Inoltre, non è corretto mettere nel medesimo calderone tutte le tipologie di pensioni IVS (invalidità, vecchiaia, superstiti), in quanto in via di fatto o in applicazione delle disposizioni vigenti, i trattamenti di invalidità e ai superstiti sono di importo modesto (mediamente, nel 2016, i primi sono pari a 672 euro, i secondi a 611 euro mensili, con differenze di genere a vantaggio degli uomini). La valutazione più appropriata è quella riferita alle pensioni di vecchiaia (il dato del Coordinamento incorpora anche la vecchiaia anticipata, già anzianità, le cui prestazioni sono significativamente più elevate e che rappresentano una peculiarità prevalentemente maschile e diffusa nelle regioni settentrionali). In questo settore, l’importo medio mensile è di 1.130 euro (1.400 euro per gli uomini e 750 per le donne). Interessanti, poi, sono gli andamenti relativi all’età media alla decorrenza della pensione, perché è qui che casca l’asino. Mentre l’età media di vecchiaia, nei settori privati considerati, nel 2016, è pari a 66 anni (66,8 gli uomini e 65,1 le donne), quella relativa all’anzianità non arriva a 61 anni (poco meno di 60 anni per le donne). E dal 1° gennaio 2012, quando è entrata in vigore la legge Fornero le pensioni di vecchiaia (complessivamente, per uomini e donne) sono state 450mila, quelle di anzianità 600mila. Va da sé che su tale squilibrio hanno pesato i trattamenti “salvaguardati” in favore dei c.d. esodati. Coloro che hanno vinto quel terno al lotto hanno avuto la possibilità di andare in quiescenza – in generale di anzianità – avvalendosi persino delle regole previgenti rispetto alla riforma del 2011.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 

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