Politically (in)correct – La verità sui conti dell’INPS

Giuliano Cazzola


Hanno suscitato un allarme sociale talune valutazioni della Corte dei Conti (contenute nella Relazione istituzionale al Parlamento) sul bilancio consuntivo dell’Inps per il 2015 (quello per il 2016 sarà presentato solo tra qualche mese come prescrive la legge; quindi il consuntivo è per ora il solo documento contabile che fa testo sullo stato di salute della “fabbrica delle pensioni” degli italiani).

 

In verità, delle preoccupazioni suscitate sono particolarmente responsabili i media i quali, in alcuni casi, sono arrivati persino a minacciare il mancato pagamento delle pensioni. Un evento impossibile – a meno che il Paese non vada in bancarotta – dal momento che la legge prescrive che queste prestazioni siano corrisposte anche in disavanzo. I pagamenti dell’Istituto (come le entrate) passano dalla Tesoreria dello Stato, alla quale l’Inps ricorre per le “provviste” occorrenti in termini di cassa ad ogni scadenza. “In quanto l’Istituto è struttura dello Stato – conferma la Corte – la pensione dei lavoratori e le stesse prestazioni assistenziali sono, nei limiti previsti dalla legge, da questo garantite e la sostenibilità del sistema non può che fare rinvio al bilancio dello Stato e al consolidamento dei conti nazionali”.

 

Nel commentare la Relazione della magistratura contabile, le agenzie (e con loro i tg) hanno sottolineato con insistenza che quella era la prima volta dall’istituzione dell’Inps, in cui si verificava un saldo negativo. Essendo l’ente fondato nel 1933 (con alcune iniziative risalenti persino alla fine del XIX secolo), la cosa ha determinato un maggiore sconcerto, anche perché ci è voluto qualche minuto per capire che la Corte non intendeva tornare indietro di un secolo (nel dopoguerra l’Inps ha avuto disavanzi ben più significativi), ma si accontentava di partire dal 2012, ovvero dalla costituzione del SuperInps con l’incorporazione dell’Inpdap (pubblico impiego) e dell’Enpals (lavoratori dello spettacolo), in conseguenza della riforma Fornero.

 

Negli stessi giorni in cui veniva presentata la Relazione della Corte dei Conti, la fondazione Itinerari previdenziali (di cui è patron  Alberto Brambilla) illustrava alla Camera il Rapporto n. 4 anno 2017 a commento del bilancio previdenziale italiano, un’opera molto utile, ricca di dati e comprensiva dell’intero sistema pubblico, “privatizzato” (le casse dei liberi professionisti) e privato (la previdenza complementare), dell’assistenza e della sanità.

 

Sappiamo che l’Inps ormai gestisce la parte più consistente del welfare all’italiana: dalle pensioni agli ammortizzatori sociali, dagli sgravi contributivi alle politiche per la famiglia, dalla tutela della malattia a quella della maternità fino alle prestazioni assistenziali e a quant’altro, con ben 42 entità interne di cui 29 comitati amministrativi di fondi, casse e gestioni. Resta autonomo solo l’Inail, l’istituto preposto a tutela degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali (che peraltro può vantare una gestione in attivo).

 

Ciò premesso, quale è la reale condizione dell’Inps e, in particolare, in quale situazione versano le gestioni pensionistiche (le più care al cuore degli italiani)? A consuntivo del 2015 il risultato economico d’esercizio (il saldo tra il dare e l’avere dell’anno) è negativo per 16,3 miliardi di euro (contro il -12,5 miliardi del 2014). La situazione patrimoniale netta (ovvero la somma algebrica della sequenza storica degli avanzi e dei disavanzi) ha ancora un segno positivo per 5,8 miliardi.

Andando a verificare gli andamenti dei fondi e delle gestioni più importanti scopriamo che il Fondo lavoratori dipendenti in senso stretto (Fpdl al netto degli ex fondi speciali) ancora si difende, evidenziando un disavanzo di 566 milioni (+485 milioni nel 2014) e nonostante l’incremento di 727mila iscritti che la Corte attribuisce ai provvedimenti del Governo in tema di lavoro. Ma la situazione si deteriora subito quando si aggiunge il “rosso” per 8 miliardi degli ex fondi speciali (trasporti locali, elettrici, telefonici, ex Indpdai) confluiti nel Fpld. Le Gestioni dei lavoratori autonomi (coltivatori, artigiani e commercianti) presentano un disavanzo complessivo di poco inferiore a 13 miliardi.  L’ex Inpdap (l’ente gestore della previdenza del pubblico impiego) ha un disavanzo di 4,4 miliardi e una situazione patrimoniale netta negativa per 5,7 miliardi. L’avanzo più consistente (7,5 miliardi) è quello della Gestione separata, per un fatto molto semplice: essendo stata istituita nel 1996 ha tuttora molti più iscritti che pensionati. Le poche prestazioni erogate (il che spiega il loro importo modesto) riguardano soprattutto persone anziane che avevano maturato il diritto alla pensione in un’altra gestione, ma che riscuotono anche un assegno dalla Gestione separata in corrispondenza di altri redditi connessi ad attività regolate da tale Gestione. Mantiene un saldo positivo di 2,7 miliardi la Gestione prestazioni temporanee (GPT: ammortizzatori sociali, indennità di malattia e di maternità, assegni al nucleo famigliare e quant’altro) benché la crisi abbia pesato su di essa, la quale, in passato garantiva avanzi ben più sostenuti al bilancio unitario dell’Istituto. In ogni caso, per quanto riguarda la situazione patrimoniale netta, sia la GTP (con oltre 186 miliardi) sia la Gestione separata (con 104 miliardi) svolgono un ruolo fondamentale (insieme ai 4 miliardi dell’ex Enpals) a mantenere in attivo (per i 5,8 miliardi già ricordati a fronte dei 18 miliardi del 2014) la situazione patrimoniale complessiva dell’Inps (anche se probabilmente ciò avverrà come ultimo anno).  Ma, come si può notare, la GTP non è più in grado di mantenere in attivo – come avveniva da quando fu emanata la legge n.88 del 1989 che operò una ristrutturazione del bilancio grazie alla quale le principali poste attive venivano messe a guardia e a sostegno del Fpld – il comparto del lavoro dipendente (Fpld + GTP) che va in passivo per poco più di 6 miliardi di euro.

 

In sostanza, qualche motivo di preoccupazione esiste, soprattutto alla luce delle spinte – ne abbiamo avuto prova anche nelle misure sull’assistenza e la previdenza (si vedano le tabelle in appendice) – a smantellare la riforma Fornero (anche se la Corte dei Conti, nella sua relazione, sostiene che l’impianto del decreto Salva-Italia del 2011 non è stato messo in discussione dai provvedimenti adottati in quella sede).  Il finanziamento, a carico della fiscalità generale, dell’assistenza tramite la GIAS (Gestione interventi assistenziali e di sostegno alle gestioni previdenziali)  è ammontato a poco più di 103 miliardi contro i 98 miliardi dell’anno precedente. Di questi, 72 miliardi sono stati destinati alla voce “oneri pensionistici” tra cui 20 miliardi per il finanziamento indiretto dell’integrazione al minimo e 17 miliardi per il settore “invalidità civile” (3,5 miliardi per le pensioni e 13,5 miliardi per l’indennità di accompagnamento).

 

Per ciò che riguarda le entrate contributive l’Inps ha incassato 215 miliardi (3,3 miliardi in più rispetto al 2014) così ripartiti: 159,5 miliardi dal totale delle gestioni private (comparto dei lavoratori dipendenti privati, gestioni del lavoro autonomo, inclusa la Gestione separata); 55 miliardi dal pubblico impiego.  Quanto alle prestazioni di carattere istituzionale, esse hanno comportato, nel 2015, una spesa pari a poco meno di 308 miliardi di cui 273 miliardi per le pensioni  (di questi 68 miliardi a carico della GIAS ovvero della fiscalità generale) e 34,7 miliardi per le prestazioni temporanee e le altre prestazioni (di cui 11,5 miliardi a carico della GiAS).

 

Sugli andamenti del bilancio 2015 hanno influito anche la svalutazione dei crediti contributivi ritenuti ormai inesigibili (viene compiuta periodicamente una “pulizia” del bilancio dal lato delle poste attive proprio per non gonfiarle artificialmente con entrate che non si ritengono più possibili) e i rapporti finanziari (in termini di trasferimenti o anticipazioni) tra il bilancio dello Stato e quello dell’ex Inpdap.

 

Vale la pena di sottolineare quanto la Relazione riporta a proposito delle otto salvaguardie per i c.d. esodati. “Provvedimenti di salvaguardia – scrive la Corte –  che, se nel periodo immediatamente successivo all’entrata in vigore della riforma del 2011 (il primo, in effetti, incorporato direttamente nella legge di riforma) potevano trovare ragione nei necessari adeguamenti conseguenti alla mancata previsione di una idonea fase di transizione, hanno nel prosieguo interessato una platea sempre più ampia di lavoratori con interventi di carattere non strutturale e privi di chiarezza quanto agli obiettivi di politica previdenziale. Il numero di domande di salvaguardia accolte dall’Inps (ad ottobre 2016) è di oltre 128.800, mentre le pensioni liquidate (con requisiti più favorevoli a quelli della generalità dei lavoratori) sono pari a 113.219, cui sono conseguiti costi amministrativi non indifferenti, stimati dall’Istituto in circa 34 milioni. Significativa è anche l’incidenza media delle pensioni “salvaguardate” sul flusso delle nuove pensioni di vecchiaia e anzianità liquidate dall’Inps (escluse quelle dei lavoratori pubblici), che si attesta nel 2014 su una percentuale del 14,7 per cento e nel 2015 dell’11,1 per cento’’.

 

APPENDICE

 

Gli interventi previdenziali della legge di bilancio 2017
Argomento Dettagli
APE A partire dal 1° maggio 2017 ci si potrà ritirare dal lavoro aderendo all’APE. L’opzione consentirà di percepire l’assegno Inps, con un finanziamento di una banca (provvista finanziaria) per l’erogazione della pensione dall’accesso anticipato, fino alla maturazione dei requisiti effettivi (quelli ordinari). Tre le condizioni richieste: avere un’età non inferiore a 63 anni, raggiungere il diritto al pensionamento entro 3 anni e 7 mesi e maturare un trattamento d’importo non inferiore a 703 euro mensili. La restituzione del prestito, che include interessi e premio assicurativo (che copre la premorienza), è diluita su 20 anni.
APE volontario Per avvalersi dell’APE volontario sarà richiesta un’anzianità contributiva di almeno 20 anni, ma nessun requisito reddituale. Il costo stimato si aggirerà attorno al 4,6-4,7% (costo finanziamento). Per cui, nell’ipotesi di una pensione di 1.500 euro mensili, con un anticipo di 3 anni e 7 mesi si avrebbe un prelievo sulla rata mensile di circa il 16% (più o meno 240 euro).
APE sociale È riservato solo ad alcune categorie di lavoratori:

1.  coloro che si trovano in stato di disoccupazione e che abbiano esaurito l’indennità Inps da almeno 3 mesi, cui è richiesta una anzianità contributiva di almeno 30 anni;

2.  i lavoratori che assistono, da almeno 6 mesi, il coniuge o un parente di primo grado convivente con handicap in situazione di gravità e sono in possesso di un’anzianità contributiva di almeno 30 anni;

3.  gli invalidi con una riduzione della capacità lavorativa almeno pari al 74% (anche qui è richiesta un’anzianità contributiva di almeno 30 anni);

4.  i dipendenti che svolgono da almeno 6 anni in via continuativa attività per le quali è richiesto un impegno difficoltoso e rischioso (gli operai dell’industria estrattiva, dell’edilizia, conciatori, maestre d’asilo, ecc.) che abbiano maturato una anzianità contributiva di almeno 36 anni.

L’APE sociale consisterà in un trattamento assistenziale di importo non superiore a 1.500 euro al mese (non è soggetto a rivalutazione) che accompagnerà le 4 categorie sopra individuate al raggiungimento della pensione. L’indennità è comunque compatibile con la percezione di redditi da lavoro nei limiti annuali di 8mila euro per i lavoratori dipendenti e di 4.850 euro per quelli autonomi.

APE aziendale È rivolto alla gestione del personale in esubero. Funziona con gli stessi meccanismi dell’APE volontario, con la differenza che il finanziamento è posto a carico del datore di lavoro. Tale possibilità dovrà essere esercitata nel quadro della contrattazione collettiva in presenza di processi di ristrutturazione, riconversione e riorganizzazione.
Penalizzazioni prima dei 62 anni È cancellata definitivamente la riduzione prevista per chi va in pensione ad un’età inferiore a 62 anni. Queste penalizzazioni, che servivano a scoraggiare alla pensione anticipata (un punto percentuale per ogni anno di anticipo rispetto ai 62 anni e di 2 punti percentuali per gli anni di anticipo rispetto ai 60 anni di età) erano già state sospese sino al 2017, grazie all’intervento della legge di stabilità 2015.
14a  mensilità La 14a rappresenta un importo aggiuntivo (esente fiscalmente) pagato insieme alla rata di pensione di luglio. Viene riconosciuta ai pensionati con più di 64 anni che hanno un reddito lordo annuale fino a 9.787 euro. Nel 2017 l’asticella si alza fino a 13.050 euro (ossia 2 volte, anziché 1,5 volte il minimo Inps). L’Inps stima che la platea dei beneficiari si allargherà comprendendo circa 1,5 milioni di pensionati.
Collaboratori I collaboratori coordinati e contributivi titolari di partita IVA (i c.d. freelance), iscritti alla gestione separata Inps e non titolari di pensione o già titolari di diversa copertura previdenziale, pagavano un contributo pari al 27% dei compensi. A partire dal 1° gennaio 2017 l’aliquota scende al 25%.
Cumulo gratuito Gli iscritti presso due o più forme di assicurazione obbligatoria avranno diritto al cumulo gratuito dei propri contributi, ai fini della maturazione del diritto alla pensione anticipata e/o a quella di vecchiaia. Il criterio di calcolo dell’assegno non seguirà la regola del sistema contributivo, come nella totalizzazione, ma sarà applicato il pro rata con le regole in vigore in ciascuna gestione. Con il cumulo gratuito si potrà dunque sfruttare l’intero patrimonio contributivo, senza pagare somme (a volte notevoli) per la ricongiunzione, o attendere l’apertura della “finestra” di 22 mesi per la pensione anticipata prevista per la totalizzazione.
Esodati Ennesimo scudo contro l’incremento dei requisiti di accesso al sistema pensionistico. È l’ottavo intervento che permette a circa 30mila persone rimaste senza lavoro di percepire la pensione. Operazione che dovrebbe definitivamente chiudere il cerchio sulla discussa vicenda. Le “categorie” interessate sono le solite: i soggetti che hanno cessato l’attività e sono autorizzati alla prosecuzione volontaria, i mobilitati, ex dipendenti di ditte fallite, ecc. che maturano la pensione con decorrenza entro gennaio 2019.
Opzione donna Proroga dell’opzione donna, con rettifica per le lavoratrici precedentemente escluse, ossia quelle donne che avevano compiuto i 57-58 anni nell’ultimo trimestre del 2015 (circa 4mila persone). La nuova norma introdotta dalla legge di bilancio 2017, coinvolge le lavoratrici che hanno raggiunto i requisiti anagrafici entro il 2015 e che erano rimaste escluse dalla proroga varata lo scorso anno. Attenzione: lo slittamento del temine non cancella però l’adeguamento dell’età alle speranze di vita, né tantomeno la c.d. “finestra mobile”, il meccanismo che fa decorrere la prestazione dal 13° mese successivo (19° mese per le lavoratrici autonome) a quello in cui si raggiungono i requisiti.
No tax area La no tax area, le detrazioni che consentono di non pagare le tasse, sarà estesa anche ai pensionati con età inferiore a 75 anni. Inoltre il limite della tassazione sarà elevato a 8.125 euro per tutti i pensionati.
RITA È la possibilità di erogazione anticipata delle prestazioni della previdenza complementare (con esclusione di quelle in regime di prestazione definita) in relazione al montante accumulato richiesto e fino al conseguimento dei requisiti pensionistici del regime obbligatorio.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

Docente di Diritto del lavoro UniECampus

 

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