7 ottobre 2019

Politically (in)correct – La lezione dei riders “ribelli”

Giuliano Cazzola


Bollettino ADAPT 7 ottobre 2019, n. 35

 

Il primo atto di Luigi Di Maio da ministro del Lavoro fu quello di incontrare dei rappresentanti dei riders affermando che “i lavoratori che consegnano cibo in bicicletta: sono il simbolo di una generazione abbandonata, che non ha tutele e a volte nemmeno un contratto”.  Il confronto andò avanti per qualche settimana, poi il ministro si accorse che il problema era complesso e lasciò perdere. Ma ormai la questione era venuta all’ordine del giorno e, in modo carsico, aveva conosciuto sia momenti di interessamento che di oblio, a seconda dello spazio che il talk show – da sempre alla ricerca di situazioni marginali e critiche da presentare come la normalità del Paese – dedicavano a questi lavoratori.

 

Anche la giurisprudenza è stata investita del problema, senza arrivare però ad un giudizio consolidato sulla natura di quello specifico rapporto di lavoro.

Del tema si è occupato anche il nuovo governo: il ministro Nunzia Catalfo, anch’essa pentastellata come il suo predecessore e capo politico, ha annunciato, nei giorni scorsi, la presentazione – al cosiddetto Decreto Crisi in discussione al Senato – di un emendamento  che prevede per i ciclofattorini impiegati in maniera continuativa le tutele previste per il lavoro subordinato; mentre per coloro che lavorano in maniera occasionale e discontinua sarà fissato un pacchetto minimo di diritti inderogabili.

 

È, più o meno, l’approccio consueto che viene riservato ai rapporti riconducibili alla gig economy. Il precursore di soluzioni siffatte fu Cesare Damiano, ministro del Lavoro nel secondo governo Prodi, il quale affrontò, insieme alle parti sociali interessate (in realtà lo impose alle imprese), l’inquadramento dei lavoratori dei call center  stabilendo, salomonicamente, l’esistenza di due distinte categorie: quelli che facevano le telefonate, da inquadrare come lavoratori dipendenti; mentre a quelli che si limitavano a rispondere poteva essere applicato un contratto da cococo (come si diceva allora). Probabilmente era il contrario: la cosa era tanto bizzarra da indurmi in confusione.

In quegli anni erano questi i lavoratori che i sindacati, le televisioni, persino i film, consideravano appartenere all’ultimo girone dell’occupazione, privi di diritti, retribuiti con salari modesti e condannati a mansioni ripetitive se non addirittura degradanti e non decenti. A fronte di una stabilizzazione – sia pure con criteri cervellotici –  di una parte del personale, il governo stanziò degli sconti per le aziende, che non furono rifinanziati dal governo successivo. Così i call center si ridussero a chiudere bottega o ad emigrare. Quei posti di lavoro “maledetti” si rivelarono preziosi solo quando cominciarono a venir meno.

 

Con i riders si sta seguendo un percorso normativo ispirato alla medesima concezione: il lavoro vero è solo quello standard, alle dipendenze e possibilmente a tempo indeterminato. Chi è fuori da questo perimetro deve trovare il modo di entrare, anche presentando carte false. Altrimenti rimane confinato nel limbo dello sfruttamento. Anche se non siamo come Carlo Calenda che ha ripudiato il liberismo economico per abbracciare quello sociale (dove non conta più il lavoro, ma il posto) siamo comunque convinti che tutti i lavori non solo sono dignitosi, ma meritevoli di tutele, anche se regolati diversamente rispetto alla disciplina del lavoro subordinato.

 

Ma chi sono i riders? Per iniziare a lavorare come rider non servono né un titolo di studio né competenze specifiche. È richiesto il possesso di uno smartphone, di una bicicletta o di uno scooter, di essere maggiorenni e poter lavorare in Italia. Questi requisiti – è scritto in un’indagine dell’INPS – consentono a molti giovani, in larga parte studenti, di iniziare con estrema facilità un lavoro regolare che assicuri per un periodo di breve o medio termine una fonte di guadagno. E ovviamente ci sono delle differenze che riguardano la condizione della persona in quella particolare fase della sua vita.

Il 34% considera questa attività come la fonte principale di guadagno mentre per il 32% è solamente una attività da svolgere durante gli studi. Queste caratteristiche sono apprezzate dai rider, assieme alla flessibilità d’impegno e d’orario. La quota di quanti si dichiarano insoddisfatti è minoritaria. Tra i rider insoddisfatti la principale motivazione è il reddito: vorrebbero potere lavorare e/o guadagnare di più (e quindi sono affezionati ad una remunerazione a cottimo). Non v’è dubbio che la trasparenza e la tracciabilità dei modelli di produzione caratteristici delle prestazioni svolte attraverso l’utilizzo di labour platform contribuiscono a superare le oggettive sacche di lavoro nero tipiche dei “lavoretti” svolti per conto del produttore del bene/servizio. Mentre è evidente – e più volte riscontrato nella pratica – che l’introduzione di vincoli nella gestione del personale, giudicati insostenibili per quel tipo di organizzazione del lavoro, è destinata a riaprire le porte al lavoro sommerso e a disperdere i tentativi di dare un profilo più solido e definito alle imprese della gig economy.

 

Nel caso dei riders ci sono delle novità. È emersa, in un settore importante di questa categoria, una posizione alternativa rispetto alla rivendicazione di una maggiore stabilità, tutela ed uniformità di lavoro. La vicenda è narrata con puntualità nel sito on line “Il Diario del lavoro” fondato da Massimo Mascini e particolarmente rivolto a dare voce e spazio alle questioni delle associazioni sindacali, della contrattazione collettiva e in generale del mercato del lavoro.  Un gruppo costituito da 800 riders ciascuno dei quali ha sottoscritto una petizione, contesta il proposito di fornire una regolamentazione unica e per legge alla categoria. Ed ha ribadito il suo dissenso, subito dopo aver appreso che è in preparazione un emendamento.

 

“In merito alla bozza di emendamento sui rider proposta dal governo e che sta circolando in queste ore, il gruppo di oltre 800 rider che nei giorni scorsi si è opposto alla prima versione del decreto manifesta ulteriore e crescente preoccupazione. “Siamo passati dalla padella alla brace” – ha dichiarato Nicolò Montesi, portavoce dei dissidenti. “L’emendamento è insensato e pericoloso, perché obbliga le piattaforme a trovare un accordo coi sindacati tradizionali, ma i rider iscritti ai sindacati si contano sulle dita di una mano e il motivo è semplice: siamo lavoratori autonomi e quello che propongono i sindacati è lontano anni luce da quello che interessa a noi. Non capiamo perché il governo dia potere di trattare con le piattaforme a sindacati che non rappresentano nessuno e non invece a noi stessi, che facciamo questo lavoro e sappiamo di cosa abbiamo davvero bisogno. Come sempre, purtroppo, gli unici a non avere voce in capitolo in questa assurda vicenda siamo proprio noi rider”. Chiediamo – ha proseguito Montesi – un incontro urgente al Ministro Catalfo per arrivare a una soluzione condivisa: il decreto potrebbe essere corretto semplicemente dando a reali rappresentanti dei rider il potere di trattare a livello aziendale con ciascuna piattaforma, indipendentemente se parte di sindacati tradizionali oppure no. Speriamo in un po’ di buonsenso e di ascolto da parte del governo, per una volta. Altrimenti diventerà troppo tardi”.

 

Toni ultimativi e drammatici: per quale motivo? Nicolò Montesi ne ha parlato a lungo in un’intervista rilasciata a Nunzia Penelope capo redattore del Diario del lavoro. Alla domanda “E al ministro Catalfo cosa vorreste dire?’’: il rider ha risposto: “Il ministro è l’unica che non ci ha mai risposto alle nostre richieste di incontro. La sola cosa che vorrei dirle è: “si faccia gli affari suoi”. “Quello che vorremmo far capire – aggiunge – è che noi non siamo sfruttati: il contratto che abbiamo firmato è molto chiaro, nessuno ci ha obbligato, e le condizioni che abbiamo accettato ci stanno bene.’’ E quanto lavora e guadagna Nicolò?: “mediamente dieci ore al giorno, sei giorni su sette. E porto a casa mediamente 2.500 euro lordi al mese. In certi periodi di picco si può lavorare anche di più’’ fino a 3.500 euro.

 

Il rider non vuole sentire la parola sfruttamento ed ha le idee chiare anche sul futuro prossimo: “Senta, io ho 22 anni, guadagno bene, tra poco andrò a vivere con la mia fidanzata, che ancora studia. Con duemila euro al mese possiamo vivere dignitosamente. Ma non siamo tutti giovani: c’e’ per esempio una signora di 55 anni, separata e con due figli a carico, che grazie a questo lavoro riesce ad andare avanti, altrimenti mi dice lei chi l’assumerebbe alla sua età? Lei mi chiede –  afferma rivolgendosi a Penelope – quali “prospettive di carriera”. Non so cosa intende. Io guardo a oggi. Non so se ci sono prospettive di “crescita”. So che un nostro collega ha chiesto all’azienda di passare al lavoro di ufficio, e infatti ora lavora lì. A me ora va benissimo come sto e quello che faccio”.

 

Sono affermazioni impegnative ed insolite quelle di Nicolò, portavoce del riders “ribelli” che hanno assunto iniziative di protesta prima contro il decreto, poi contro l’eventuale emendamento. Il meno che possa capitare a questi ragazzi è di essere accusati di “stare col padrone”, di essere manovrati dalle multinazionali del settore (che hanno minacciato persino di andarsene dall’Italia). Un’eventualità, questa, che nessuno può escludere a priori, ma che non sussiste se non è dimostrata.

Siamo comunque persuasi che chi lavora nella gig economy abbia il diritto di adeguate tutele che, tuttavia, non possono consistere nella solita reductio ad unum del lavoro subordinato. Attribuire questo profilo a quanti svolgono tale attività a tempo pieno è un non senso sul piano giuridico se – come ha affermato la sentenza del tribunale di Torino parzialmente ribaltata in appello – è proprio la “non obbligatorietà” della prestazione lavorativa ad escludere in radice la subordinazione perché “la configurabilità della “eterodirezione ” contrasta con l’assunto secondo cui la parte che deve rendere la prestazione può, a suo libito, interrompere il tramite attraverso il quale si estrinseca il potere direttivo dell’imprenditore. Ma ben al di là degli aspetti giuridici e delle soluzioni che saranno date, chi scrive non può non apprezzare la linea di condotta dei riders “ribelli”. A loro vanno riconosciute caratteristiche, anzi vere e proprie qualità, praticamente scomparse dalle regole del vivere comune. Questi ragazzi ricordano ai loro colleghi e più in generale ai loro coetanei che esiste una responsabilità individuale da cui nessuno può sottrarsi prendendosela con il sistema e con la società. L’articolo 4 della Costituzione va letto interamente: se è vero che la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro promuovendo le condizioni che lo rendano effettivo, è altrettanto vero che ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. In parole povere siamo i carnefici e le vittime di noi stessi.

 

Il pensiero, a questo punto, si rivolge al saggio di Alessandro Barbano “Troppi diritti” (Mondadori 2018). Barbano sostiene che vi sia in Italia una vera e propria ideologia del dirittismo, con radici intellettuali e politiche orientate a sinistra ma capace di infiltrarsi anche nelle altre culture politiche. Anche le forze anti-sistema, scrive Barbano, sono alimentate da questa ideologia, dal momento che portano avanti il mito della democrazia diretta e della Rete, contro ogni delega politica e gerarchia del sapere. La subcultura del dirittismo è alla base del “rifiuto” di certi lavori considerati esempi moderni di sfruttamento. Per non parlare dell’invidia sociale – anch’essa imbevuta di dirittismo – che è divenuta la protagonista del vivere civile e dei rapporti tra le persone e che induce a considerare un “privilegiato’’ a spese degli altri chi è riuscito a guadagnarsi un “posto al sole”. Dai riders “ribelli” giunge un messaggio diverso che si compendia nelle parole di un ragazzo di 22 anni di nome Nicolò: “ho trovato questo lavoro, e ora sono contento”.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 




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