11 novembre 2019

Politically (in)correct – Ex Ilva: non si uccidono così anche i cavalli?

Giuliano Cazzola


Bollettino ADAPT 11 novembre 2019, n. 40

 

In mezzo all’assordante frusciare delle tante code di paglia con cui gli assassini e i loro complici cercano di coprire le loro responsabilità nel tentato omicidio dell’ex Ilva di Taranto (con annessi gli altri stabilimenti sparsi per l’Italia), si sono sentite – in queste ore drammatiche – poche parole sagge. Tra coloro che si sono rifiutati di fare la voce grossa contro Arcelor-Mittal, riconoscendone le ragioni e i problemi, voglio ricordare due persone: il sindacalista Marco Bentivogli, leader della Fim-Cisl e l’ex premier ora commissario europeo Paolo Gentiloni.

 

Qualcuno investirebbe 3,6 miliardi – ha evidenziato il primo –  in uno stabilimento in cui è ancora sotto sequestro giudiziario l’area a caldo? In un impianto per il quale la magistratura ha chiesto il fermo dell’altoforno? In una struttura che deve essere messa a norma sapendo che nel corso del tempo che occorre per farlo, non potendo fermare l’attività, i suoi manager potrebbero essere chiamati a rispondere di reati conseguenti a fatti penali riferibili alle gestioni precedenti?”.

 

Dal canto suo, Gentiloni – nelle ore in cui infuriava la polemica contro la multinazionale dell’acciaio accusata di sottrarsi agli impegni con pretesto della cancellazione dello scudo penale –  dichiarava: “quando ci sono capitali pronti a bonificare l’ambiente e salvare il lavoro, un grande Paese trova il mondo di accoglierli e di non disperdere queste risorse”.

 

Mentre Bentivogli riconosce che nella realtà di Taranto l’immunità penale non è un pretesto, ma una necessità per poter portare avanti sia il piano di risanamento che quello industriale (del resto senza lo “scudo” i governi non erano riusciti a trovare nessuno disposto a fare il commissario e così sarà di nuovo se si dovesse tornare ad un’amministrazione straordinaria), Gentiloni implicitamente ammette (lo ha fatto anche Zingaretti) che la crisi dell’acciaio non è un’invenzione maligna, ma un dato di fatto connesso all’andamento ciclico di quella produzione, alla concorrenza della Cina e alle politiche dei dazi d’Oltreoceano. E che un’impresa non può perdere due milioni al giorno, soltanto perché vincolata, in altre condizioni di mercato, ad obiettivi produttivi divenuti impraticabili.

 

In sostanza, la narrazione “politicamente corretta” di queste ultime ore si sostiene su di una pregiudiziale. Che cosa spiegano i talk show (nuovi soggetti che, oltre alle procure, si sono messi ad occuparsi di politica industriale) sul caso ArcelorMittal/Ilva. La multinazionale si attacca ad un impegno (la garanzia di immunità) che non era specificato con chiarezza nel contratto (e che viene presentato come un atto quanto meno discutibile), al solo scopo di sottrarsi agli obblighi produttivi, occupazionali e di risanamento a cui era vincolata. Eppure l’azienda – in un comunicato – aveva spiegato bene la questione che teneva insieme lo scudo e i piani concordati. “I provvedimenti emessi dal Tribunale penale di Taranto obbligano i commissari straordinari di Ilva a completare talune prescrizioni entro il 13 dicembre 2019 – termine che gli stessi commissari hanno ritenuto impossibile da rispettare – pena lo spegnimento dell’Altoforno numero 2.” Ora, sempre secondo l’azienda, le suddette prescrizioni “dovrebbero ragionevolmente e prudenzialmente essere applicate anche ad altri due altiforni dello stabilimento di Taranto”. Ma, tale spegnimento “renderebbe impossibile per la Società attuare il suo piano industriale, gestire lo stabilimento di Taranto e, in generale, eseguire il Contratto”. Insomma, dove sta il problema? Arcelor-Mittal non lo dice esplicitamente, ma lo scudo penale, nella sua eccezionalità, è un provvedimento necessario, in una realtà in cui la magistratura sembra avvalersi – da anni – dei suoi poteri per condurre una guerra spietata allo stabilimento siderurgico di Taranto, imponendo processi di risanamento con modalità e tempi incompatibili con le caratteristiche dei processi produttivi della siderurgia e con un minimo di economicità dell’acciaieria (tra le prime per importanza in Europa).

 

E’difficile dare torto – come sostiene pure Bentivogli – a un investitore a cui si chiede l’impossibile, ma si pretende che lo faccia, se non vuole incappare nei vincoli (e nei ceppi) della giustizia. Per meglio far comprendere l’inghippo degli altiforni Marco Leonardi scrive a proposito del sequestro da parte della magistratura dell’altoforno numero 2. “Dopo la morte tragica di un operaio nel 2015 il forno è stato sequestrato e per il dissequestro il custode giudiziario ha imposto l’integrale automazione dell’altoforno. I Mittal sostengono che se è così dovranno integralmente automatizzare anche l’altoforno 1 e 4 (che sono del tutto simili al 2), cosa molto complicata nel breve periodo e che impedisce di arrivare alla produzione di 6 milioni di tonnellate prevista nel piano industriale (per essere automatizzato l’altoforno starà pur fermo per un periodo). E comunque non vi è tecnicamente la possibilità di automatizzare entro la data stabilita l’altoforno di cui si discute.

 

A fronte di una “bomba sociale” come quella che sta progressivamente esplodendo, i sindacati dei metalmeccanici (sarebbe la prima volta nella storia che concordano degli esuberi o che affrontano dei licenziamenti collettivi?) hanno scioperato in tutti gli stabilimenti del gruppo. In altri tempi, almeno a Taranto, si sarebbe proclamato uno sciopero generale che avrebbe paralizzato la città. Si vede che l’opinione pubblica è divisa e i sindacati di categoria non hanno le spalle coperte da tutto il mondo del lavoro. Sarà per questi motivi che chi scrive ha giudicato debole e talvolta sbagliata, nella vertenza ex Ilva, l’azione dei sindacati dal 2012 ad oggi.

 

Non ci sono dubbi che soprattutto la Fiom ha subito il condizionamento culturale dell’ambientalismo e della sacralità della magistratura inquirente, che, quando non è stata incoraggiata nelle sue discutibili iniziative, non è stata neppure adeguatamente chiamata in causa per una linea di condotta esorbitante dal suo ruolo (in proposito, in questi anni, vi è stato un complesso confronto tra il Tribunale di Taranto e la stessa Consulta).

 

Al di là dei danni economici e sociali che deriverebbero dalla chiusura degli stabilimenti Ilva, nessuno rinuncia al rimpallo tra lavoro e salute. Ciò che non è chiaro è il rapporto che esiste tra questi due valori primari in una società sviluppata e industrializzata.  Negli ultimi decenni, la legislazione in materia di tutela ambientale (come in tema di sicurezza del lavoro) si è evoluta e continua ad evolversi in conseguenza di tanti fattori, tra cui è prevalente l’apporto innovativo della tecnologia, ma non possono essere trascurati anche gli aspetti economici, per tener conto dei quali vengono previsti percorsi di gradualità (si pensi alle regole europee sulla fabbricazione dell’automobile). Vi è sempre un rapporto biunivoco tra l’essere umano e l’ambiente in cui vive.   Le imprese, come le istituzioni, sono tenute ad applicare le normative vigenti e a sottoporsi alle valutazioni di impatto ambientale da parte delle autorità competenti. Quando iniziarono i guai giudiziari dell’Ilva, le indagini della magistratura inquirente fecero riferimento ad impianti che a quel tempo erano conformi alle leggi ed avevano ricevuto le dovute autorizzazioni da parte delle autorità competenti. Che cosa d’altro dovrebbe fare un imprenditore se quanto ha disposto nella sua struttura produttiva viene riconosciuto conforme alle norme di legge in materia di sicurezza e tutela ambientale ?  Per compiere opere di risanamento e riconversione della produzione e dei prodotti (che non sono “corpi del reato”) non occorrono soltanto ingenti risorse economiche, ma va individuata ed utilizzata, su scala industriale, una nuova tecnologia che deve essere disponibile sul mercato. Del resto chiudere lo stabilimento e uccidere così il “mostro” di Taranto (come si fa con i cavalli), sarebbe come sotterrare un ordigno nucleare inesploso, a due passi dal quartiere Tamburi.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 




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