16 marzo 2020

Politically (in)correct – Diciotto anni fa in via Valdonica

Giuliano Cazzola


Bollettino ADAPT 16 marzo 2020, n. 11

 

Mi piace pensare che, se fosse ancora tra noi, oggi Marco Biagi starebbe preparando una pubblicazione (magari coinvolgendo – come era sua abitudine – più autori)  su “Il diritto del lavoro in tempi di calamità”, nella quale cercherebbe di individuare i confini tra i diritti indisponibili dei lavoratori e le deroghe consentite in nome dell’interesse pubblico; con particolare riguardo agli obblighi dei datori di lavoro, ai sensi dell’articolo 2087 c.c., quando i problemi di sicurezza provengono da condizioni esterne al posto di lavoro.

 

Ma le mie sono considerazioni scritte sull’acqua, perché la quarantena imposta dalle autorità per resistere e difendersi dal “virus venuto dal freddo” ha impedito agli amici, ai colleghi, alle istituzioni e alle comunità scientifiche e civili, di ricordare, con iniziative pubbliche e partecipate, l’anniversario (sono trascorsi 18 anni) dell’uccisione di Marco, sotto casa, nella sera di quel maledetto 19 marzo, una giornata che restava pur sempre (ancorchè contrassegnata nel calendario senza il ‘’rosso’’ delle festività) dedicata al papà e da festeggiare in famiglia.

 

Condannati ad una sorta di confino chez nous, ci è rimasto un solo modo per ricordare un amico scomparso: leggere le sue opere e quanto è stato scritto di lui. Non solo per riannodare i fili di un pensiero giuridico che, a fatica, si è aperto una breccia nella cultura dominante che lo respingeva come un’eresia, ma che è stato in grado di ispirare profondamente la nuova legislazione del lavoro.

Il primo brano incontrato in questa rimpatriata è stato scritto da Marco nel 2001, eppure sembra ancora fresco di stampa: ‘’Il mercato e l’organizzazione del lavoro si stanno evolvendo con crescente velocità: non altrettanto avviene per la regolamentazione dei rapporti di lavoro. In Europa stiamo vivendo una trasformazione epocale che in alcuni paesi di altri continenti (America, Asia, Oceania) conosce stadi di sviluppo più avanzati: il passaggio definitivo dalla “vecchia” alla nuova “economia”, la transizione tra un sistema economico “industrialista” ad uno nuovo, fondato sulle “conoscenze”. Il sistema regolativo dei rapporti di lavoro ancor oggi utilizzato in Italia e, seppur con diversi adattamenti, in Europa, non è più in grado di cogliere – e governare – la trasformazione in atto”.

 

Intendiamoci, non è nostra intenzione sostenere che lo sguardo di Biagi, quando scriveva queste parole, arrivasse a prefigurare i problemi di oggi. Da allora le trasformazioni, in un arco di venti anni, sono state diverse. Ciò che va sottolineato non riguarda solo i contenuti, ma il metodo, l’approccio culturale, il superamento della concezione tolemaica del diritto del lavoro per metterlo in relazione con le trasformazioni dell’economia, dei mercati e dell’organizzazione del lavoro.

 

A pensarci bene si tratta di una svolta radicale, se non rivoluzionaria addirittura. Il lavoratore non è più il centro di un sistema che è tenuto ad adattarsi ai suoi diritti, ma sono questi ultimi che devono adeguarsi ai cambiamenti, non per svanire nella nebbia della globalizzazione, ma per continuare a vivere e a salvaguardare la dignità del prestatore d’opera nelle nuove condizioni. Tutto sommato, la “vecchia” cultura del diritto del lavoro restava prigioniera di un broccardo che, tuttora, caposaldo del diritto penale ha fatto di esso un ‘’diritto assoluto’’: pereat mundus iustitia fit.

 

Biagi fu tra i primi a rompere questa sfera di cristallo e a teorizzare che le nuove forme di lavoro, convalidate da esigenze effettive, non dovevano essere forzatamente ricondotte, con la spada del diritto e della giustizia, all’interno degli ordinamenti tradizionali, ma toccava al legislatore, e quindi al diritto, varcare i confini dell’hic sunt leones, per fornire delle regole pertinenti alle nuove realtà. Le leggi devono servire alle persone, non le persone alle leggi. E’ questo il filo rosso della ricerca  a cui Marco si atterrà con coerenza, quasi con intransigenza fino a quella sera in cui non fece più ritorno. Nel saggio ‘’Giuristi del lavoro del Novecento italiano.

Ha scritto di lui un suo Maestro, Umberto Romagnoli, uno degli ultimi grandi giuslavoristi della scuola di Federico Mancini (a cui anche Biagi apparteneva): ‘’Così, a quanti rimpiangono il tempo in cui il diritto del lavoro legava la sua popolarità all’ascesa della logica concessivo-acquisitiva che ha presieduto alla sua evoluzione, Marco (ma non solo lui) obietta che il diritto del lavoro è rimasto vittima del suo successo nella misura in cui ha prodotto effetti controfattuali. A causa di un costo del lavoro troppo alto, gli outsider stentano a trovare occasioni di lavoro regolare e la crescita delle tutele degli occupati crea difficoltà alle imprese, le incentiva a delocalizzarsi e, al limite, a tuffarsi nell’illegalità, fino a scomparire nell’economia sommersa’’. E ancora: ‘’ Il diritto del lavoro era abituato più a ridistribuire la ricchezza prodotta che a produrne, ma Marco comincia a persuadersi che i profitti d’impresa non sono che gli investimenti di domani e saranno i posti di lavoro di dopodomani. Per questo Marco assegna la priorità all’esigenza di migliorare il contesto nel quale opera l’impresa, incoraggiandone lo sviluppo al livello di competitività più elevato possibile’’.

 

Ma è la conclusione di Romagnoli del Profilo dedicato a Marco che merita di essere ricordata, perché proviene da un giurista che non ne condivide fino in fondo  il pensiero ma riconosce al suo allievo martire l’onestà e la coerenza. ‘Nondimeno, lo spunto costruttivo di Marco rappresenta sicuramente il punto alto della sua instancabile ricerca di ciò in cui credeva fermamente: l’esistenza, come scrive nel 2001, di «un percorso innovatore che andasse ben al di là delle appartenenze politiche»”. Per questo, in un’epoca in cui si celebra l’apologia del relativismo dei valori, a ragione può dirsi che Marco Biagi è stato un simbolo e un alfiere della schiera sempre più esile di quanti uniscono all’etica della responsabilità l’intransigenza delle convinzioni assolute’’.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 




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