1 luglio 2019

Percorsi di lettura sul lavoro/4 – On the Philosophical Foundation of the Concept of Labor di Herbert Marcuse

Cecilia Leccardi


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Bollettino ADAPT 1 luglio 2019, n. 25

 

Herbert Marcuse, On the Philosophical Foundation of the Concept of Labor, in Telos: Critical Theory of the Contemporary, Telos Press Publishing, 1973

 

Con “On the Philosophical Foundation of the Concept of Labor “di Herbert Marcuse, si inaugura all’interno di questa rubrica un ciclo di letture sui classici del lavoro.

 

Nel corso delle giornate di studio dell’AIDLASS di Udine dello scorso 13-14 giugno, dedicate al rapporto tra persona e lavoro oggi, è stato sostenuto che «nella dogmatica del diritto del lavoro è sin qui mancato uno statuto epistemologico del concetto di lavoro che, al di là di qualche sforzo isolato di specificazione e analisi, è stato recepito come una categoria derivata (…) dalla letteratura economica formatasi sui processi di produzione e creazione della ricchezza che hanno accompagnato la costruzione moderna del mercato del lavoro con la prima rivoluzione industriale. Una ontologia a senso unico, (…) incapace, in quanto tale, di dare conto (…) della multiforme realtà del lavoro post-fordista». (M. Tiraboschi, Mercati, regole, valori, p. 75, AIDLaSS, 2019). Da qui la necessità di una nuova ontologia del lavoro, che consideri anzitutto la persona che lavora, e metta al centro la sua soggettività e personalità.

 

In questa direzione, sebbene sul versante della riflessione filosofica, uno spunto di particolare interesse si ritrova nell’articolo On the Philosophical Foundation of the Concept of Labor, firmato da Herbert Marcuse.

 

Anche Marcuse, infatti, persegue in queste pagine l’obiettivo di una rifondazione filosofica del lavoro che trascenda l’economia, nel tentativo di rivitalizzare un dialogo fecondo tra economia politica e filosofia, interrotto dopo Marx.

 

Il presente contributo si propone di ripercorrere la riflessione di Marcuse, per valutare se è possibile promuovere una nuova idea di lavoro capace di rendere conto dei risvolti non solo economici, ma anche sociali e personali, del lavoro, avendo come orizzonte di riferimento la totalità dell’esistenza umana.

 

Sulla scorta di Marcuse, occorre prendere atto dei limiti della concezione del lavoro elaborata negli anni dalla dottrina economica quale mera attività produttiva. Alla base di questa teorizzazione vi sarebbe un’antropologia riduzionista, che concepisce l’uomo anzitutto come un essere organico animato dall’impulso primario di soddisfare i propri bisogni – e le altre dimensioni umane come sovrastrutture o strutture adiacenti a quella biologica.

 

L’utilizzo del termine “lavoro” in un’accezione meramente economica, anche da parte di altre discipline quali quella giuridica, avrebbe portato ad un progressivo svuotamento di significato dello stesso, al punto da non riuscire più a demarcarlo in modo inequivocabile rispetto ad altre occupazioni umane.

 

La denuncia dell’autore si acuisce ulteriormente: «The state of the problem is further complicated by the fact that the economic concept of labor has decisively influenced the conception of the essence of labor in general – including labor outside the economic sphere» (Marcuse, 1973, p. 9). Nel corso degli anni, la declinazione economica del lavoro ha forzato la riflessione sul significato e sull’essenza del lavoro in quanto tale in una direzione univoca, fino a far coincidere il lavoro in senso primario e autentico esclusivamente con un impiego economicamente definito, svalutando di conseguenza altre attività lavorative quali quella artistica, politica o di ricerca.

 

Nonostante gli sforzi degli economisti di fare a meno di un’ontologia del lavoro, una concezione fondativa del lavoro emerge al centro stesso della teoria economica. Una nozione filosofica di lavoro sarebbe infatti sottesa a tre ambiti specifici di indagine dell’economia politica: la teoria del valore e dei prezzi, la teoria dei fattori di produzione e la teoria dei costi. E sebbene il germe filosofico nelle teorie economiche risulti evidente solo quando vengono sollevati interrogativi etici, diversi sono i filosofi che nel corso dei secoli hanno assunto il lavoro quale snodo fondamentale del loro pensiero.

 

L’attenzione di Marcuse si sofferma sul contributo di Hegel e del giovane Marx, ravvisando nell’opera di Hegel l’ultima riflessione radicale sull’essenza del lavoro. Nella “Fenomenologia dello Spirito” (1807) Hegel concepisce il lavoro come il fare (das Tun) in cui la coscienza si estrinseca nell’oggetto del proprio lavoro, per cui la coscienza arriva a se stessa dandosi all’oggetto del lavoro. Negli scritti giovanili, Marx riprende il concetto di lavoro hegeliano con le sue caratteristiche essenziali, descrivendolo come l’atto di auto-creazione o auto-oggettivazione dell’uomo (si tratta di una determinazione astratta della nozione di “lavoro”, diversa da quella fornita nel celebre “Capitale”).

 

Se, come scrive Marcuse, «in economics there is no discussion of labor as a specific human activity» (p. 12), i contributi filosofici ci consegnano una concezione del lavoro diversa, quale prassispecifica dell’essere umano, eletta addirittura ad evento fondativo della sua esistenza. L’attività lavorativa si configura come quel fare proprio dell’uomo in quanto suo modo di stare al mondo: è attraverso il lavoro che ciascuno diventa pienamente se stesso, rendendo allo stesso tempo il mondo abitabile per sé e gli altri.

 

La riflessione di Hegel e Marx evidenzia un’ulteriore caratteristica ineliminabile nel fare laborioso dell’uomo: la sua oggettivazione. Nel lavoro, l’uomo non è con l’uomo, non sostiene la propria esistenza, ma si pone al servizio di un altro da sé, si relaziona con la cosa e ubbidisce alle sue leggi.

 

Dunque, nel lavoro l’esistenza umana si oggettiva – diventa cioè storica. Argomenta Marcuse: «by working, man actually places himself in the totally concrete situation of history, deals with its present, accepts its past, and works for its future.» (p. 26). Prima e al di fuori del lavoro, l’esistenza umana può proiettare molte possibilità, ma non può realizzarne nessuna. Attraverso il lavoro entra invece in un circolo definito di possibilità: la sua esistenza ha acquisito una permanenza storica.

 

Per evidenziare la peculiarità del lavoro rispetto ad altre occupazioni umane, Marcuse istituisce un paragone tra questo e il gioco. Anzitutto, nel gioco il rapporto con l’oggetto è completamente diverso: ci si può ugualmente preoccupare ed occupare di oggetti, ma ci si pone con questi in un rapporto libero e non costretto. Inoltre, nella vita dell’uomo, il gioco non ha, a differenza del lavoro, una durata di permanenza: questo si verifica piuttosto in intervalli di tempo, essendo auto-distrazione e auto-rilassamento. Infine, il lavoro si presenta in sé come oneroso. È un errore attribuire un carattere di onerosità a specifiche mansioni e non al lavoro in sé, dal momento che questo è sempre sotto una legge aliena imposta, quella dell’oggetto che deve essere trattato.

 

Risulta così chiaro come il lavoro non sia affatto un fenomeno che si distingue solo dal punto di vista economico, ma connota il modo di divenire umano nel modo. Il processo della vita umana è, infatti, praxis nel senso proprio del termine, dal momento che l’uomo deve “fare” egli stesso la propria esistenza. A differenza dell’animale, l’uomo è inserito e agisce in un mondo che non è immediatamente suo, ma di cui si appropria “mediando” se stesso.

 

A conclusione dell’analisi critica svolta, Marcuse riconosce che la teoria economica non ha sempre fallito nel rendersi conto dei propri limiti ermeneutici rispetto al fenomeno del lavoro nel suo complesso, richiamandosi, negli ultimi paragrafi dell’articolo, a due economisti del XIX secolo, Karl Bücher e Friedrich von Gottl.

 

Il merito di Karl Bücher è stato quello di aver messo in luce la necessità di assumere l’uomo nel suo complesso come oggetto dell’economia, uscendo dall’interpretazione antropologica di stampo biologico per cui questi sarebbe solo un soggetto del mondo dei bisogni. Il collega Friedrich von Gottl ha invece elaborato una teoria economica partendo dall’assunto, rivoluzionario, che l’economia non sarebbe primariamente interessata alla soddisfazione dei bisogni, quanto alla fornitura dei desideri. La vera struttura del bisogno dell’uomo è radicata in lui, e il suo adempimento è il significato finale del lavoro: l’autorealizzazione nel presente e la necessità di una durata nel tempo.

 

Dal punto di vista della concezione del lavoro ciò implica che l’attività lavorativa deve avere un compito che non può più essere meramente economico (nel senso della soddisfazione dei bisogni), bensì deve avere l’obiettivo – fondamentale per l’esistenza umana – di auto-creare forme dotate di durata e permanenza.

 

La considerazione conclusiva di Marcuse appare di particolare rilievo e preminenza, evidenziando, al contempo, i limiti ermeneutici della teoria economica e il suo merito di suggerire una fondazione di carattere ontologico dell’attività lavorativa quale prassi radicata nella struttura stessa dell’essere umano che non si può ridurre a un processo passivo, ma deve essere costantemente un processo di auto-creazione.

 

Oggi, gli scenari aperti dalla quarta rivoluzione industriale, sommati agli effetti della questione demografica e ambientale, confermano la maturazione di una profonda trasformazione economica e sociale che sfida alla radice il lavoro tradizionalmente inteso quale attività produttiva dotata di uno specifico valore di mercato. Una trasformazione che ha preso le mosse dal superamento del lavoro salariato, e che prosegue con l’emersione di nuove forme di lavoro non produttivo o di lavoro senza mercato o senza valore di mercato. In un momento storico di grandi mutamenti è di fondamentale importanza definire uno statuto epistemologico del lavoro capace di restituire il significato di questa attività non solo per l’economia, ma anche e soprattutto per la persona e la società. E un aiuto in questo senso può arrivare sicuramente dalla filosofia, disciplina per vocazione critica e allo stesso tempo propositiva.

 

Cecilia Leccardi

Università Vita-Salute San Raffaele di Milano

@CeciliaLeccardi

 




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