Navigator: 6(mila) personaggi in cerca di autore. Un (piccolo) contributo di ADAPT al dibattito pubblico col Mooc #Navigator2019

Michele Tiraboschi


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Bollettino ADAPT 11 marzo 2019, n. 10

 

Nessuno sa dire oggi, con certezza, come verrà descritto ufficialmente il profilo professionale di un navigator. Solo con la pubblicazione del relativo bando da parte di ANPAL sapremo se ci sarà una descrizione dettagliata di attività, compiti, competenze, conoscenze, titoli di studio richiesti.

Non serve però aspettare (anzi!) per provare a dare un contributo al dibattito pubblico. C’è stato infatti chi ha parlato, sbagliando, di cacciatori di teste, chi ha parlato di collocatori, chi di operatori della rete dei servizi al lavoro e, infine, chi ha richiamato i profili professionali contenuti nei repertori pubblici delle Regioni, sicuramente strumenti preziosi. Ci sono però altre due strade, in parte diverse e da percorrere in parallelo prima di ricongiungersi.

 

La prima strada si imbocca partendo dal dato normativo, che, pur indirettamente, già fornisce informazioni rilevanti sul profilo. In particolare, l’articolo 12, comma 3, del decreto legge n. 4/2019, che autorizza la spesa a favore di ANPAL servizi per stipulazione dei contratti con i c.d. Navigator, parla di «professionalità […] anche con il compito di seguire personalmente il beneficiario nella ricerca di lavoro, nella formazione e nel reinserimento professionale». La disposizione descrive quindi per le professionalità necessarie anche competenze sul mercato del lavoro, competenze che perciò sono da considerarsi, a rigore, come una componente di un quadro molto più ampio.

 

Un altro dato normativo proviene dal bando ANPAL per l’affidamento del servizio di gestione e organizzazione della prova scritta per la selezione dei c.d. Navigator (“incarichi di collaborazione a supporto dell’avvio del RDC”). Il banco indica dieci tematiche e ambiti che comporranno il test al quale i candidati saranno sottoposti. Il punteggio di valutazione indicato è parimenti ripartito in quesiti di cultura generale, psicoattitudinali, di logica, di informatica, sui modelli e gli strumenti di intervento di politica del lavoro, sul reddito di cittadinanza, sulla disciplina dei contratti di lavoro, sul sistema di istruzione e formazione, sulla regolamentazione del mercato del lavoro e sull’economia aziendale. Da questo punto di vista quindi il dato normativo prevede una selezione che si concentra su figure molto vicine agli operatori del mercato del lavoro.

 

Sin qui il dato normativo. La seconda strada si segue invece tentando di considerare il dato di realtà, ossia tentando di prefigurare la platea dei destinatari del reddito di cittadinanza. La descrizione del profilo professionale di un navigator non può infatti logicamente prescindere dalla conoscenza del profilo dei beneficiari. Ebbene, la platea degli aventi diritto sarà costituita da persone che in molti casi, come prevede il decreto, dovranno firmare non solo un patto di lavoro ma anche un patto di inclusione sociale a seconda che siano o meno pronti per un (tentativo) di inserimento nel mercato del lavoro. Non stiamo infatti parlando “semplicemente” di disoccupati da ricollocare. A spiegarlo chiaramente è lo studio della platea dei beneficiari effettuato dal consigliere dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio Alberto Zanardi e presentato durante l’audizione informale sul DDL n. 1637 di conversione del DL. Secondo una delle ipotesi dell’Ufficio, la maggioranza dei nuclei e dei nuclei familiari beneficiari (37%) sarà inserita nei percorsi di inclusione attivati nei casi in cui sia individuato un bisogno “complesso e multidimensionale”. Solo il 26% saranno invece i nuclei inseriti in un percorso lavorativo attraverso i Centri pubblici per l’impiego. La situazione prefigurata non è molto diversa in una seconda ipotesi, sviluppata considerando la definizione di occupato ex Jobs Act: i nuclei in percorsi di inclusione sarebbero comunque il 33%, a fronte di un 38% inserito in un percorso lavorativo.

 

Solo tenendo in considerazione sia il dato normativo sia il dato di realtà della platea dei beneficiari si può passare in modo utile a considerare i repertori e i profili esistenti. Tali profili, per definizione, non possono che essere stati pensati per altre funzioni da quelle indicate ora dal reddito di cittadinanza, mentre i navigator non devono rispondere a criteri di selezione astratti, ma alle esigenze delle persone interessate dalla misura. In altre parole, assumere truppe di collocatori avrebbe poco senso, perché in moltissimi casi servirà un intervento a monte.

 

A questo punto del ragionamento va quindi tenuto in considerazione anche un fattore politico. Il percettore del reddito di cittadinanza verrà preso in carico da un sistema già esistente di servizi socio-assistenziali e di servizi per il lavoro. Quale sarà dunque il valore aggiunto fornito dai navigator? Andranno a incrementare gli organici dei servizi o, piuttosto, svolgeranno un ruolo diverso di raccordo tra il percettore del reddito e il sistema?

È ancora presto per trarre delle conclusioni e le scelte competono alla politica. Tuttavia ci è parso ragionevole unire le forze di molte persone interessate a contribuire a questo dibattito con un esercizio collettivo che rappresenta anche un esperimento di innovazione sociale. Esperimento che ha già raccolto, in una vera e propria “comunità di apprendimento”, oltre mille aspiranti navigator e qualche esperto di welfare e politiche attive. Un esercizio collettivo di condivisione e “ricerca partecipata” che trova nel confronto il suo punto di forza rispetto alle evidenze empiriche date dai bisogni reali della platea dei percettori del reddito di cittadinanza.

 

Se per esempio si assume che il destinatario del RdC e dei servizi collegati sarà un disoccupato di lunga durata (più di 6 mesi), che versa in condizioni economiche inferiori alla soglia di povertà e che possiede titoli di studio difficilmente spendibili, si deve allora immaginare un navigator che sia in grado innanzitutto di ricomporre i frammenti della vita formativa e professionale del beneficiario e di intervenire anche, per esempio, sulle sue carenze motivazionali o sulla scarsità delle sue relazioni sociali. È d’altronde quello il dato di realtà dal quale può e deve trarre origine un “patto” che si riveli realmente efficiente per un’inclusione effettiva nel mondo del lavoro. Lontano tanto da sterili adempimenti burocratici alle procedure normative quanto da astrazioni a tavolino noncuranti delle reali situazioni di difficoltà che impediscono di convertire l’esclusione sociale in partecipazione attiva alla vita produttiva del Paese.

 

Michele Tiraboschi 
Coordinatore scientifico ADAPT
@Michele_ADAPT

 




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11 marzo 2019