Marco Biagi 15 anni dopo. Il suo “erede” Tiraboschi: “Sue idee applicate a metà. Jobs Act? Riforma nata morta”

Intervista a Michele Tiraboschi a cura di Valerio Valentini (Il Fatto Quotidiano, 19 marzo 2017)


L’allievo, l’amico, “l’assistente di una vita”. Di Marco Biagi, Michele Tiraboschi non ha solo ereditato la cattedra all’università di Diritto del lavoro all’università di Modena e Reggio Emilia. Ne è stato il collaboratore più fidato per oltre 10 anni, a partire dal 1991; gli è rimasto a fianco durante tutta la stesura del Libro Bianco, il testo che avrebbe poi portato alla riforma del mercato del lavoro nel 2003. Se gli si chiede di definire il loro rapporto, lo fa d’istinto: “Era un po’ come se fossimo in una bottega artigiana. Io l’apprendista e lui il maestro”.

Anche quel 19 marzo di 15 anni fa lo avevano passato insieme. Tiraboschi ricorda tutto con esattezza: le ore trascorse in università ad elaborare un progetto per l’occupabilità degli studenti, il viaggio in treno, uno accanto all’altro, da Modena verso Bologna, l’ultimo saluto in stazione. “Lo vidi slegare la sua bicicletta e andarsene. Ci ripenso e mi domando: se magari avesse preso un taxi, chissà… Ma in fondo il suo coraggio aveva sempre avuto delle tracce d’incoscienza”. La notizia gli arrivò qualche minuto più tardi. “Una mia allieva mi telefonò: ‘Ma è vero quello che dicono alla televisione?’. Io non sapevo ancora nulla, in quel momento mi chiamò la moglie del professore. Quando arrivai di corsa sotto casa sua, c’erano già gli inquirenti”.

A distanza di 15 anni dall’attentato di Via Valdonica, dove un commando delle Nuove Brigate Rosse uccise il 52enne giuslavorista bolognese a colpi di pistola, Tiraboschi spera che “finalmente si possa dare una lettura lucida, pacificata, dell’opera di Marco Biagi”. E in particolare una cosa, ci tiene a premettere: “Vorrei che fosse ricordato come un sincero riformista. Pragmatico, certo, ma anche ostinato nella sua ansia di favorire il cambiamento. Ha sempre praticato il compromesso…

 

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