25 giugno 2015

Lo stucchevole esercizio di azzeccare garbugli

Antonio M. Orazi


Nascono e si sviluppano come incendi della macchia mediterranea feroci polemiche su temi di incredibile arretratezza come quello sui controlli a distanza dei dipendenti, in relazione alle modeste modifiche dell’art. 4 del vecchio statuto dei lavoratori, oltre tutto senza tener conto del fatto che, in questi 45 anni, si è sviluppato un ampio, seppur farraginoso, sistema di tutela della riservatezza delle comunicazioni.

 

Ora, mentre è sempre vivo lo scandalo – perché si dice ad alta voce quello che tutti sanno e fanno – sulle intercettazioni dei potenti della terra fra di loro; mentre su Facebook o su altri social network tutti dicono di tutto che li riguardi, anche intimamente; mentre si stanno sviluppando schemi di lavoro proprio basati sulle connessioni remote e sul mondo dell’online; questo dibattito tra tricoteuse del lavoro e fini interpreti del diritto sembra fuori dal nostro mondo/tempo.

 

Premesso che qualunque rapporto si basa sulla fiducia e vive nello spazio/tempo, anche virtuale, con la buona fede reciproca, quindi il riscontro della persistenza di tale condizione dovrebbe essere del tutto occasionale, a meno che le specifiche condizioni del lavoro non lo rendano costante, non si vede perché chi mette a disposizione di un altro un macchinario, per così dire comunicativo, destinato a una produzione non possa, se del caso, controllare l’uso che di tale macchinario viene fatto.

 

Ovviamente come e quando potrà essere effettuato il controllo dovrà essere chiarito all’atto dell’assegnazione del macchinario; chiaramente andrà sempre e comunque garantita la riservatezza dei contenuti delle comunicazioni, anche se effettuate abusivamente; possibilmente andrà gestito il tutto in termini di ragionevolezza e di buon senso, ma questo attiene alla maturità delle parti e non può e non deve rientrare in una logica legalistica.

 

La grande trasformazione del lavoro che c’è già e che continuerà ad ampliarsi e ad approfondirsi richiede proprio questo: una maggiore maturità di tutti gli attori del mondo del lavoro – regolatori, (interpreti), controllori e regolati – di questo grande gioco da cui dipende il futuro delle attuali e delle prossime generazioni, nei limiti in cui potremo sottrarre lavoro intelligente alle macchine sempre più intelligenti ma, forse, non mai tanto intelligenti quanto gli umani.

 

Antonio M. Orazi

ADAPT Professional Fellow

@occamorazi

 

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