3 settembre 2015

Lettera a Matteo Renzi

Marino Masucci


Egregio Presidente del Consiglio On. Matteo Renzi,

 

sempre più spesso si sente affermare che il Sindacato, di fronte ai profondi mutamenti economici in atto nella nostra società, ha esaurito il suo ruolo. Alla base di una simile conclusione vi è il seguente ragionamento: il Sindacato, nato per tutelare gli interessi dei lavoratori, è un’istituzione ostile al cambiamento, corporativa e miope, e non potrà che peggiorare le performance macroeconomiche delle nuove Economie.

In realtà la letteratura scientifica, le analisi e gli studi esistenti non dimostrano tale tesi ma anzi, arrivano a conclusioni ben diverse.

 

Nel 2000 una ricerca dell’OCSE, pubblicata dal Corriere della Sera, inserto economia, ha evidenziato come non vi sia alcun legame certo, né tra grado di sindacalizzazione e inflazione, né tra sindacalizzazione e crescita economica. Viceversa i dati disponibili stabiliscono una chiara correlazione negativa tra grado di sindacalizzazione e disuguaglianza salariale.

Lo studio evidenziava come nei Paesi Scandinavi, dove i Sindacati sono molto forti, il grado di disuguaglianza sia tra i più bassi al mondo, mentre in Paesi come gli Stati Uniti o il Regno Unito, caratterizzati da sindacati deboli, la disuguaglianza nella distribuzione del reddito sia decisamente più marcata. L’Italia occupava una posizione intermedia sia rispetto al grado di sindacalizzazione sia rispetto a quello della disuguaglianza.

 

Alle stesse conclusione arriva un recente studio del 2015 elaborato da due brillanti economiste del Fondo Monetario Internazionale.

Tra l’altro diversi premi Nobel, quali Modigliani, Stigliz, Sen, Krugman hanno spesso messo in evidenza, attraverso studi ed interviste, il ruolo indispensabile del Sindacato come fattore di riequilibrio macroeconomico.

A proposito dell’utilità, vorrei citare un autore per tutti, Karl Polanyi ( La grande trasformazione).

«dire che la legislazione, sociale, la regolamentazione del lavoro in fabbrica, il welfare e, anzitutto, i sindacati non interferiscono nella mobilità del lavoro e sulla flessibilità dei salari, come talvolta pur si sente dire, vuole in sostanza significare che questi istituti abbiano del tutto fallito il loro compito che è, esattamente, quello di interferire sulle leggi della domanda e dell’offerta per tutto quel che riguarda il lavoro umano, rimuovendolo dall’orbita del mercato».

 

Sentire affermare dal Presidente del Consiglio del proprio Paese che il Sindacato ha più tessere che idee, risulta a mio avviso ingeneroso e sconfortante. Le nostre idee sono note e pubbliche, ne cito solo alcune; la riforma della contrattazione con estensione e diffusione di quella territoriale ed aziendale, detassazione del salario di produttività, investimenti dei Fondi Pensione nell’economia reale, un fisco più equo, la partecipazione dei lavoratori alla governance delle aziende.

 

Egregio Presidente, sarei da cittadino ed elettore interessato a conoscere quali politiche economiche ed industriali, il Responsabile del Governo intenda perseguire? Quale visione di medio e lungo periodo la classe dirigente che ci governa voglia mettere in campo per evitare il lento ma costante declino e perdita di competitività del nostro sistema industriale?

Invece di proporre soluzioni che intervengano sui fattori strutturali quali, il nanismo produttivo, pochi investimenti in ricerca ed innovazione, scarse risorse nella formazione permanente, mancanza di investimenti infrastrutturali e nelle reti di trasporto e comunicazione, Vi apprestate di nuovo a svendere i gioielli di famiglia, Poste, Ferrovie, Eni ed Enel; sapendo già in anticipo che la conclusione sarà, come già avvenuto in passato, meno qualità e quantità del servizio, effetti negativi su i prezzi per i cittadini, meno occupazione per i lavoratori.

 

La teoria dell’inutilità del ruolo del sindacato sia falsa dal punto di vista scientifico e ingenerosa nei confronti del Sindacato italiano che negli ultimi anni ha dovuto esprimere, a causa di evidenti lacune della classe dirigente e politica, un ruolo di rappresentante non solo dei lavoratori ma anche degli interessi generali.

 

Il vero problema da analizzare ed affrontare, che riguarda tutti, nessuno escluso, è la crisi della rappresentanza;

– Non c’è più mediazione generale degli interessi; ma semmai frammentazione;

– Non c’è più concertazione, la politica è divisa, i partiti deboli, perché prevalgono le trattative specifiche, i veti, le pressioni localizzate, su singoli leader, singoli gruppi;

– Sembra esaurita la fase in cui le grandi associazioni si incontravano attorno a problemi con obiettivi comuni nell’interesse generale.

 

Siamo entrati, scrive il Prof. Ilvo Diamanti, nell’era delle professioni e dei professionisti, dei lavoratori autonomi (da tutto e da tutti). Gli avvocati, i tassisti, i commercialisti, i farmacisti. L’era degli ordini professionali, degli albi, dei gruppi, dei mestieri.

Ciascuno proteso alla difesa del proprio specifico interesse, delle proprie specifiche ragioni. In grado di sfruttare le risorse del sistema mediatico, il disagio sociale, le complicità politiche.

Lo specchio si è rotto. Ciascuno si riflette nel suo frammento. Nel suo particolare. Nel suo immediato. Ma non c’è domani, se non si ripropone uno specchio comune.

Da queste analisi e spunti di riflessione, con lo spirito di offrire semplici suggestioni, sono convinto che, Suo malgrado, il sindacato avrà sempre un ruolo attuale ed insostituibile in una e per una società più equa e più giusta.

 

Roma lì 6 agosto 2015

Marino Masucci

Coordinatore Nazionale Fit Cisl

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