Il sindacato digitale, prove tecniche di un nuovo modo di fare comunicazione

Il sindacato digitale. O forse anche meglio: il sindacalista digitale. È inevitabilmente questa la prospettiva verso la quale ci muoviamo.

 

Le nuove tecnologie stanno determinando cambiamenti profondi sul lavoro del sindacalista, quasi a traslare il concetto di “nativo digitale” in “sindacalista digitale”. È un concetto sul quale rifletto da qualche tempo e che le parole di Francesca Brudaglio e di Antonio Belloni intercettano. Vero: la comunicazione con la base è l’elemento centrale per un sindacato e, in questa centralità, i nuovi strumenti della comunicazione offrono opportunità da cogliere. Ed è questa, seppure attraverso un percorso accidentato, la direzione verso la quale il sindacato si sta muovendo, sia attraverso i singoli che le “strutture”.

 

La gran parte dei sindacalisti con la quale mi relaziono è digitale, senza distinzioni generazionali. Chi ha un gap a riguardo ha infatti, l’intelligenza di capire che quel segmento è cruciale ed, eventualmente, da colmare. E su questo sta lavorando. Il sindacalista è immerso nei nuovi media: li utilizza, ne piega l’uso alle sue esigenze e si fa cambiare da questi, per questa via amplia e gestisce la propria rete sociale, sempre di più capisce che c’è una sovrapposizione tra identità digitale, sociale e sindacale.

 

C’è insomma una sorta di “governo” della disintermediazione che i social media producono. Si registra cioè un protagonismo dei singoli per dare rappresentanza a temi più o meno “collettivi” (penso a situazioni di crisi, di vertenze, di accordi e trattative).

 

Faccio qualche esempio concreto (e inevitabilmente specifico sulla Funzione Pubblica Cgil). Ogni comparto qui in Fp-Cgil ha costruito specifici gruppi, da whatsapp a telegram, dentro i quali ci troviamo spesso responsabili nazionali, di territorio a più livelli, fino ad arrivare alle Rsu. In questi gruppi si condividono in tempo reale notizie, decisioni, documenti, trattative e altro ancora, secondo un percorso bidirezionale: dal “centro” al lavoratore e viceversa. Si produce per questa via una dinamica di informazione, confronto e azione subitanea e fino a qualche tempo fa impensabile.

Su social come Facebook e Twitter tutti segnano, anche qui, un protagonismo specifico, dialogando spesso con gli opinon leader, gli stakeholder di settore, segmentando al meglio la comunicazione e la (nobile) attività di propaganda. Si interagisce con gli iscritti e i lavoratori, con la cautela dettata dal rischio di “esondazioni verbali” che spesso i social producono (sostengo e diffondo per quanto posso la teoria: “Don’t feed the troll!”).

 

I sindacalisti, inevitabilmente tutti, fanno del loro lavoro un bacino di storytelling (ne ho scritto qui). Basta dare uno sguardo veloce alle loro “bacheche” per vederli a lavoro. Spesso infatti non si considera a sufficienza che l’attività del sindacalista è totalizzante. Da qui la sovrapposizione tra l’identità digitale e quella sindacale. Così come spesso si sottovaluta, fuori dal mondo sindacale, il difficile lavoro di governo del conflitto, di allargamento del consenso e di ricerca della migliore soluzione possibile. Un’attività che spesso non ha i tempi subitanei dei social ma che richiede tempo e dedizione. Ed è su questo scarto che bisogna lavorare, ma senza cedere all’iperattivismo dei troll.

 

Alexander White ha ragione: ai sindacalisti va insegnato l’utilizzo delle nuove tecnologie e dei social network come strumento organizzativo (lo spiegava, come riprendo qui, anche De Rita nel libro di Massimo Franchi Il sindacato al tempo della crisi) ma è esattamente il processo che si sta intraprendendo nel sindacato. La Fp-Cgil ne fa un punto dirimente della sua azione, anche attraverso la formazione sui temi strettamente sindacali, dalla contrattazione alla rappresentanza anche e soprattutto col supporto delle nuove tecnologie a tutti i livelli, dal centro nazionale al singolo rappresentante nei luoghi di lavoro (basta dare uno sguardo alla guida digitale per le Rsu della Funzione pubblica Cgil).

 

Quanto invece agli account istituzionali del sindacato, anche qui ci sarebbero esempi da fare sulle modalità specifiche di utilizzo dei social media. Penso al ruolo di hub e di informazione costante della Cgil nazionale, al lavoro di recupero della memoria dello Spi nazionale, ancora, a come ogni singola categoria stia dando preminenza alla comunicazione sui social rispetto agli old media. Pochi esempi recenti: penso alla comunicazione della firma del contratto dei chimici data su Twitter dalla Filctem Cgil, penso a come la Filcams di Milano (e le connessioni con i Fight For 15) stia seguendo la vertenza di McDonald’s, penso a come la Fp di Roma e Lazio abbia segnalato in tempo reale alcune notizie errate.

 

Ecco, il sindacato su questo fronte sta osando e sperimentando, magari anche sbagliando a volte, scontrandosi però troppo spesso con account di organi di informazione rigidi, chiusi al confronto, forse loro sì spaventati (che fine hanno fatto i “social media editor?”).

 

Chiudo con un esempio personale, che riguarda la Fp-Cgil nazionale. Come si sa, al momento le cifre per il rinnovo del contratti pubblici ammonterebbero a 200 milioni di euro. Venerdì 16 ottobre, a poche ore dal consiglio dei Ministri sulla manovra, come Fp-Cgil nazionale abbiamo messo in piedi velocemente una campagna sui “miseri” cinque euro di aumento, dietro le parole: #CheCiFai con i cinque euro di aumento? #DilloAMatteo. In questi giorni registriamo centinaia di condivisioni e interazioni, un rilevante livello di engagement, proprio seguendo quella linea che Brudaglio segnava: partecipazione e coinvolgimento.

 

Nessuno ha la soluzione in tasca ma siamo tutti, con pregi e difetti, in cammino lungo la strada di un nuovo modo di fare comunicazione, alla ricerca di quel “punto di caduta” (dal vocabolario “sindacalese”) tra un mestiere complesso e faticoso e una comunicazione semplice e veloce.

 

Giorgio Saccoia

Ufficio Stampa Fp-Cgil nazionale

@gsaccoia

 

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