25 giugno 2018

Il mio canto libero – Attività ispettiva e certezza della rappresentatività

Maurizio Sacconi


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Michele Tiraboschi ha opportunamente sollevato un legittimo dubbio sul fondamento normativo delle attività ispettive dedicate a sanzionare le imprese (e solidalmente i loro committenti!) che applicano contratti nazionali diversi rispetto a quelli sottoscritti da Cgil, Cisl, UIL, Confindustria, Confcommercio, Confartigianato e pochi altri. Furono, peraltro, proprio queste organizzazioni a non gradire l’art. 39 della Costituzione e a contrastarne le leggi applicative in quanto ritenute fonte di limitazioni alla autonomia organizzativa e negoziale dei corpi sociali. Così abbiamo campato senza problemi per molti decenni lungo i quali però la sostanziale unità delle maggiori confederazioni sindacali ha dato luogo a contratti nazionali pesanti e invasivi che hanno determinato trattamenti retributivi omogenei, in un Paese segnato da profonde differenze territoriali, e bassa produttività.

 

In tutti gli altri Paesi industrializzati, negli stessi anni, il legislatore ha fissato un salario minimo che è risultato corrispondere a percentuali tra il 40 e il 60 per cento del salario di fatto. Il che ha significato evidentemente contratti più generosi del minimo inderogabile ma non tali da impedire che in particolari circostanze geografiche o aziendali si praticassero legittimamente retribuzioni più contenute. L’esperienza ha dimostrato che questa flessibilità retributiva ha consentito il superamento di fasi critiche e successivamente uno sviluppo dei redditi da lavoro ben oltre i nostri modesti livelli. Solo recentemente in Italia si sono propagati contratti concorrenziali con quelli “leader” i cui firmatari sono organizzazioni minori tanto degli imprenditori quanto dei lavoratori. Esse hanno trovato un terreno fertile nella progressiva obsolescenza del contratto nazionale quale fonte di rigidi e omogenei aumenti retributivi a prescindere dai contesti territoriali e dalle condizioni aziendali. Ora è discutibile una improvvisa contestazione ispettiva di comportamenti fino a ieri accettati solo perché erano contenuti ed in assenza di nuove disposizioni. Non a caso Confindustria e i tre maggiori sindacati hanno sottoscritto il cosiddetto “Patto della fabbrica” con il quale hanno concordemente sollecitato una legge regolatrice della rappresentanza per avere quei criteri obiettivi di rappresentatività dei singoli attori che ora non sono acquisibili. La certezza del diritto è principio irrinunciabile anche di fronte a prassi eticamente riprovevoli.

 

Premesso che la legge, attuando la Costituzione, dovrebbe necessariamente disciplinare anche gli “interna corporis” degli attori sociali riducendone il grado di autonomia, sorge spontanea la domanda se il grande tema del mercato del lavoro italiano sia la tutela del contratto collettivo nazionale o non piuttosto la diffusione degli accordi di prossimità in quanto strumenti più idonei a promuovere il nuovo diritto-dovere dei lavoratori all’apprendimento e il necessario collegamento tra salari da un lato e produttività o professionalità dall’altro. Noi dobbiamo far crescere la massa salariale fino al livello dei Paesi industrializzati con cui ci confrontiamo, ma ciò sarà possibile solo evitando i rigidi meccanismi egualitari e centralizzati. Nessuno quindi può immaginare di sottoporre le attività ispettive ad autorizzazioni “politiche”. Esse sono soggette solo alla legge e, nell’ambito di ciò che questa dispone, a indirizzi prioritari del Ministro come il contrasto delle persistenti sacche di lavoro sommerso. Sono piuttosto le parti sociali più rappresentative a dover autonomamente prosciugare le ragioni di quei discutibili contratti accettando la fine del lavoro massificato, assumendo l’obiettivo dello sviluppo delle aree arretrate, cercando l’adattabilita’ reciproca fra imprese e lavoratori nell’unica dimensione possibile. Quella di prossimità.

 

Maurizio Sacconi
Presidente Associazione Amici di Marco Biagi
@MaurizioSacconi

 

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