19 giugno 2014

Evoluzione necessaria verso modelli virtuosi

Raffaele Bonanni (Avvenire)


Pubblichiamo uno stralcio della Lectio magistralis pronunciata lunedì 16 giugno dal segretario generale della Cisl in occasione del conferimento della Laurea magistrale honoris causa in Consulenza e Management aziendale, da parte dell’Università di Salerno, per il suo «importante e significativo contributo alla collettività, al mondo del lavoro, alla politica e alle istituzioni» nel corso della sua trentennale attività di sindacalista, «connotata da una profonda conoscenza e capacità applicativa delle dinamiche che mettono in relazione le regole del mercato del lavoro con quelle del sistema produttivo» si legge nelle motivazioni e per «essere tra i principali artefici di un articolato processo di riforma del sistema delle relazioni industriali, che si evolve da un modello conflittuale e rivendicativo verso un modello partecipativo».

 

Le radici culturali dell’azione sindacale del mondo cattolico e della Cisl in particolare affondano nella Dottrina sociale della Chiesa cattolica, che riconosce una «responsabilità di tutti» per il Bene comune. Un modello che riconosce anche ineludibilmente la famiglia quale cellula vitale della vita sociale e, perciò, converge verso una società a servizio della famiglia.

 

L’impresa assume così un “valore” in quanto strumento che deve servire l’uomo e non sottometterlo. Si persegue la giustizia sociale mettendo al centro la persona e traguardando un «contesto ordinato». La mancanza di ordine produce scompensi, imbarbarisce ed esaspera i rapporti. Sulla base di tali princìpi si deve a ogni costo rinunciare alla sterile contrapposizione per ricercare invece la collaborazione tra soggetti economici.

 

Il modello “conflittuale”, infatti, di per sé vede un vinto e un vincitore. L’impresa e i lavoratori appaiono agli occhi di un disattento osservatore come l’acqua e l’olio. Dobbiamo invece riconoscere che si genera una naturale separazione tra imprese corrette e scorrette così come tra sindacati antagonisti e non antagonisti. Di fronte a questa impostazione le alleanze si creano ordinatamente e nel modo più naturale possibile.

 

Le imprese sane cercano altre imprese sane; i lavoratori bravi si riconoscono fra loro e si alleano. Sono modelli virtuosi ai quali dobbiamo necessariamente tendere che accompagnano naturalmente le esigenze del libero mercato. Non è la legge che migliora la qualità della vita, ma l’applicazione naturale di modelli virtuosi. E questo principio generale vale a mio avviso tanto nelle relazioni industriali quanto nella politica.

 

Il sindacato deve avere il coraggio di accompagnare questo percorso. Deve avere il coraggio e la forza di accompagnare le buone idee affinché queste si trasformino in realtà. Tutto questo si compendia in una corretta declinazione delle relazioni industriali.

 

Per intervenire, però, è necessaria una profonda conoscenza delle dinamiche che regolano il mercato del lavoro e una notevole capacità applicativa che passa e non potrebbe essere diversamente per un confronto leale, aperto e continuo tra tutti i protagonisti di questo scenario: lavoratori, imprese, politica, istituzioni.

 

La mia ultra quarantennale esperienza mi ha insegnato che si genera un’attrazione naturale tra imprese corrette e sindacati non antagonisti. Questo significa che i modelli virtuosi si riconoscono tra loro! Il processo involutivo del Paese, che abbiamo definito «crisi di sistema», induce a un bilancio morale e politico dell’agire quotidiano di quanti hanno un ruolo nel determinare processi di crescita della nostra economia. Ed è in questo “mercato” così dinamico e in costante evoluzione che occorre ripensare al ruolo che il sindacato deve interpretare.

 

Nell’ultimo Congresso confederale della Cisl, a giugno 2013, abbiamo voluto convintamente lanciare lo slogan: «L’Italia della responsabilità. Un sindacato nuovo per un nuovo Paese». Nel segno di un’attenzione speciale agli interessi reali delle nostre comunità, in uno straordinario esercizio di responsabilità dei soggetti che le rappresentano.

 

Una strada difficile, ma già coraggiosamente intrapresa come dimostra il nuovo assetto della rappresentanza sindacale e del sistema delle relazioni industriali, faticosamente raggiunto il 14 gennaio 2014. Un traguardo non oscurabile dalla politica troppo spesso ancora autoreferenziale.

 

Una politica che dovrebbe emulare comportamenti basati sul senso pieno della responsabilità, riconoscendo nella partecipazione, nella solidarietà e nella condivisione la traccia da seguire per restituire dignità a questo Paese e alla sua gente. Una politica che dimentichi una volta per tutte espressioni come “ci penso io”, in qualsiasi dialetto queste vengano riferite.

 

 

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