Decreto Scuola: una svolta o una toppa? Criticità e potenzialità dopo la conversione in legge

l decreto “L’istruzione riparte” è stato convertito in legge dello Stato. Il 7 novembre con 150 si, 15 no e 61 astenuti il Senato ha approvato le modifiche apportate dalla Camera al decreto n. 104 del 12 settembre 2013. Il 12 novembre è entrato in vigore. Come ha dichiarato il Ministro Carrozza: «È un provvedimento importante, offre segnali importanti per tanti mondi. Si inverte la rotta e si torna a investire su scuola, università e ricerca». Ed in effetti, dopo una lunga stagione di tagli bipartisan, si immettono nel nostro sistema di istruzione risorse per 470 milioni di euro complessivi.
Ma per innovare il nostro sistema educativo e renderlo competitivo con quello dei paesi più avanzati la strada è ancora molto lunga. La pur apprezzabile inversione di tendenza sull’istruzione infatti, da “spesa” a “investimento”, è solo un primo segnale di cambiamento delle nostre politiche scolastiche e ci sarà bisogno di continuità per risolvere i tanti problemi strutturali di scuola, università e ricerca. Problemi legati più a questioni culturali che a questioni finanziarie.
Non a caso nelle pagine della legge è ancora evidente uno sproporzionato scuola-centrismo che rischia nella pratica di vanificare molti buoni propositi. A fare eccezione, e va sottolineato, è il nuovo appello per la promozione dell’apprendistato di alta formazione sia nei percorsi degli ITS che nei percorsi universitari. Si tratta di un segnale importante nella direzione di una integrazione tra mondo della scuola e mondo del lavoro i cui effetti concreti, però, sono ancora da valutare. Va detto infatti che operazioni di sostegno legislativo a questa tipologia contrattuale sono presenti sin dalla Legge Biagi, ma finora non hanno – purtroppo – portato ai frutti desiderati. La speranza è che questa sia la volta buona e che l’apprendistato di alta formazione da eccezione diventi la regola.
In altre parole il provvedimento sembrerebbe dire: “l’istruzione salvi sé stessa. E non: l’istruzione salvi l’Italia”. Non si investe infatti sulla scuola per risolvere questioni urgenti del Paese (il lavoro dei giovani in primis), ma si investe sulla scuola per risolvere questioni urgenti di chi nella scuola dovrà lavorarci. Si guardi ad esempio il piano triennale di assunzione di 85mila docenti, personale ATA e insegnanti di sostegno. Il finanziamento di questa operazione impegnerà circa un terzo delle risorse complessive previste dalla legge, mostrando quali sono le priorità del provvedimento che ha l’obiettivo (questo non dichiarato) di regolarizzare a tempo indeterminato gli insegnanti precari che da anni orbitano nel nostro sistema. Segue la medesima scia la previsione sulla selezione dei dirigenti scolastici: le graduatorie di merito regionali diventeranno di fatto graduatorie ad esaurimento. E presumibilmente dovranno passare molti anni prima di poter bandire nuove selezioni per il reclutamento dei presidi.
Nel frattempo, ufficialmente per un problema tecnico, sono spariti dai finanziamenti circa 41 milioni di euro che erano inizialmente previsti per premiare gli atenei più virtuosi. Questo significa che le migliori università italiane, proprio nell’anno in cui è stato inaugurato il sistema di valutazione della qualità promosso dall’Anvur, rischiano di vedersi tagliate risorse essenziali per restare competitivi in Europa e nel mondo. Un paradosso che amareggia ulteriormente perché, come ha ricordato il Rettore di Bergamo, e Presidente Crui, Stefano Paleari: «L’università è l’unica parte della Pubblica Amministrazione che ha accettato di farsi valutare con parametri internazionali».
Curioso è poi che gran parte delle coperture finanziarie del provvedimento proverranno dall’aumento delle accise su birra e bevande alcoliche. Ci si fermi un attimo a ragionare sulla contraddizione che questa previsione porta con sé: da un lato infatti si va ad incidere su un settore produttivo che, nonostante la crisi, si è mostrato competitivo ed efficiente; dall’altro lato si va a investire sull’istruzione, che dovrebbe essere un asset strategico per un paese avanzato, sperando che aumentino i consumi di bevande alcoliche. Chissà cosa diranno gli insegnanti di scuola secondaria ai loro alunni quando presenteranno le campagne ministeriali sulla prevenzione all’alcolismo, un problema sempre più grave tra i giovani. Da una parte: “Ragazzi non esagerate con l’alcol, vi fa male” e dall’altra: “Ragazzi se bevete meno birra la nostra scuola avrà meno soldi e la Lim ve la sognate!”. La legge ricorre al c.d. soft paternalism per finanziare un intervento che avrebbe meritato risorse più consistenti, magari prelevate dai tagli alla spesa pubblica, sollecitando così la corresponsabilità di amministratori e cittadini su un tema giudicato prioritario dal legislatore.
I paradossi pratici e finanziari del provvedimento sull’istruzione non devono comunque ridimensionare alcuni passi in avanti che sono stati impostati dal Governo e dal Parlamento. Tra i più importanti va sottolineato l’investimento sull’orientamento scolastico e sugli stage in azienda per i docenti di scuola secondaria. Tra gli emendamenti al decreto iniziale ha trovato consensi la previsione di un periodo di orientamento scolastico già a partire dall’ultimo anno delle scuole medie, mentre inizialmente si limitava al quarto anno della scuola secondaria di secondo grado. In totale sono destinati 6,6 milioni di euro a questi interventi.
Significative poi, oltre alle previsioni sul diritto allo studio, le novità riguardanti gli ITS. È stato infatti abolito il limite di costituzione di massimo un ITS per Regione nel medesimo settore tecnologico. Una risposta positiva alle Regioni che chiedevano una maggiore rispondenza dell’offerta formativa degli ITS alle vocazioni produttive dei territori. È altresì un incoraggiamento alla diffusione di questo canale di formazione terziaria non universitaria che si sta mostrando molto efficace nel creare occupazione e competenze high-skilled per i giovani.
Nel complesso la nuova legge sull’istruzione, nonostante alcune migliorie, conferma la distanza tra intenzioni teoriche e previsioni pratiche che il decreto già manifestava alla sua emanazione (sul punto: Decreto Scuola, la distanza tra intenti e provvedimenti in Bollettino ADAPT, 2013, n. 31). Resta comunque un segnale importante per un Paese in cui l’istruzione è sempre stato un tema di divisione e contrasti, sia tra le parti politiche, sia tra addetti ai lavori e opinione pubblica. Ora bisognerà vedere come il sistema educativo reagirà alle novità del provvedimento e se effettivamente le innovazioni volute del legislatore saranno concretizzabili o resteranno uno spot. Aspettando i decreti attuativi, i modi in cui il provvedimento è stato finanziato e scritto lasciano pensare che si tratti di una proverbiale “toppa” e non dell’innesco di quella svolta epocale che tutto il Paese attendeva. Con le toppe un motore si aggiusta pure…ma non si va molto lontano.
 
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Scuola internazionale di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro
ADAPT-CQIA, Università degli Studi di Bergamo
 

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