24 settembre 2018

Chiusure domenicali: le giuste premesse per un dibattito pubblico che vada oltre l’effetto annuncio

Matteo Colombo


ADAPT - Scuola di alta formazione sulle relazioni industriali e di lavoro
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Nelle ultime settimane si è molto discusso della proposta di chiudere gli esercizi commerciali un determinato numero di domeniche e giorni festivi all’anno, annunciata dal Ministro Di Maio. Il dibattito si è subito polarizzato tra chi la reputa una “misura di civiltà” volta a “proteggere la famiglia” e a difendere la piccola distribuzione dai giganti del settore, e chi invece la critica, sostenendo che a rischio ci siano molti posti di lavoro e che “la libertà non ha orari”. Una polarizzazione che ha impedito qualsiasi dibattito costruttivo, facendo sì che le parti rimanessero trincerate nelle loro posizioni contrapposte.

 

Alle spalle delle diverse proposte dei partiti (e dei sindacati) non c’è infatti un’approfondita riflessione antropologica e sociologica: non ci si chiede, cioè, quale sia il senso del lavoro per l’uomo, come il lavoro – e soprattutto i tempi del lavoro – oggi stiano cambiando con l’introduzione di un nuovo paradigma lavorativo sociale e culturale; non ci si chiede nemmeno con quali argomentazioni, oggi, proporre un giorno del riposo, o giorno della comunità: se a partire da una concezione confessionale, oppure da una riflessione etica e sociale. L’assenza di queste – radicali – domande fa sì che le diverse proposte corrano il rischio di appiattirsi a semplici slogan o ad analisi solo abbozzate. Ciò che occorre è proprio il contrario: una proposta che sia parte di un orizzonte più ampio, che abbia la pretesa di partire da un retroterra culturale chiaro e approfondito.

 

In un contesto produttivo dove l’organizzazione del lavoro va sempre più nella direzione di superare la c.d. “unità aristotelica” di spazi e luoghi, dove sempre più si lavora a progetto e per obiettivi e non in base al principio dell’ora-lavoro, ha ancora senso dividere nettamente tempo del lavoro e tempo del non-lavoro? Antropologicamente, argomentare partendo dalla “liberazione dal lavoro”, così come fatto ad esempio dal Movimento 5 Stelle o dalla Lega, rischia di generare un’idea di uomo dualistica e frammentata. Si lascia intendere che il tempo del lavoro è il tempo della fatica, rigidamente separato dal tempo della libertà. L’idea di uomo che sta alle base di questa proposta genera uno sguardo nei confronti del lavoro come condanna, come qualcosa di estraneo all’uomo stesso. Quest’idea di relazione tra uomo e lavoro, concepita come relazione solamente utilitaristica o al massimo funzionale, dimentica il valore di senso e di significato che il lavoro assume per la vita di ognuno di noi. Si rischia così di trasmettere anche un’idea di uomo separato in sé stesso, in quanto non riesce a ricondurre la sua attività lavorativa al suo desiderio di senso per sé, per la sua vita.

 

Ciò di cui abbiamo bisogno oggi è invece un’antropologia unitaria, in grado non tanto di difendere l’uomo dal lavoro, ma di educare a uno sguardo in grado di cogliere nella relazione con il lavoro una possibilità di senso per sé. Allo stesso tempo, argomentazioni opposte a difesa dell’occupazione e della libertà di lavorare quando meglio si crede, rischiano di appiattire tutta la profondità umana sulla dimensione lavorativa. Ma l’uomo non è solo ciò che fa[1]: l’uomo si realizza anche nella dimensione dell’agire e dell’essere. Anche in questo caso, il rischio è quello di appiattire tutto il dibattito su una sola dimensione antropologica, cioè quella del lavoro, a scapito invece di una concezione integrale dell’uomo. Una visione unitaria valorizza invece la persona, come origine di una domanda di senso che si espande e permea tutto ciò che vive: il suo lavoro, la sua azione, il suo essere, e non si riduce a una sola di queste dimensioni, ma invece le valorizza all’interno di un sistema di reciproche influenze e interdipendenze. Chi interviene nel dibattito pubblico dovrebbe quindi chiedersi: che idea di uomo e di lavoro sottostà a questa proposta? E che senso ha la relazione tra questi due termini, e quindi: perché l’uomo lavora?

 

Per quanto riguarda invece la riflessione a proposito della domenica, argomentare partendo da una confessione religiosa è difficile, se non impossibile: l’attuale società multiculturale e multiconfessionale è invece più orientata al tema del senso della comunità, della convivenza. Oggi i legami sociali, culturali, religiosi, tradizionali, politici sono spezzati. Cosa continua a tenerci assieme? Uno spunto ci arriva dalla riflessione dell’etica sociale[2]: una prima consapevolezza da (ri)guadagnare è che il virtuale non sostituisce – né può sostituire – la realtà dell’incontro e dell’esperienza vissuta assieme, la quale è invece una dimensione fondamentale per la vita di ognuno. Per generare però rapporti che abbiano luoghi nei quali concretizzarsi è necessario trovare dei tempi che riescano ad unire e a promuovere l’incontro tra persone. Concordare quindi un giorno dove è liberamente possibile, a chiunque voglia, entrare nella comunità attraverso le proposte che questa fa, e soprattutto vivere la relazione con altri come relazione significativa e determinante per la propria esperienza, è coerente con una teoria etica che vede nella relazione il centro dell’essere umano. Costruire luoghi d’incontro è però possibile se si identificano tempi dell’incontro: i quali, anche in questo caso, non vanno a sostituirsi dualisticamente agli altri giorni della settimana, visti come giorni della solitudine o del lavoro vissuto come peso. Sono invece spazi di possibilità, il cui senso non è determinato dal lavoro, o al contrario dalla libertà dal lavoro, o dal riposo come riposo dal lavoro, ma dalla centralità della persona, concepita come nucleo di libertà e possibilità che chiede luoghi e tempi in cui esprimersi, nelle sue molteplici dimensioni.

 

Ciò che tiene assieme questi termini (lavoro – persona – comunità) è la categoria di relazione. Che senso hanno le relazioni che viviamo? Quella con il lavoro, quella con gli altri, quella con la comunità nella quale viviamo e lavoriamo? Queste domande devono stare alla base di ogni proposta che vada a regolamentare come e quando l’uomo lavora.

 

Chi oggi può farsi portatore di un’analisi e di uno sguardo come questo? Una prima risposta indica nei corpi intermedi e nella rappresentanza i luoghi nei quali approfondire queste analisi: essi sono chiamati ad essere interpreti sussidiari e portatori di una proposta significativa di un’idea di lavoro, società, libertà, persona, dalla quale partire per proporre un dibattito serio e costruttivo, finalizzato al bene comune.

 

Matteo Colombo

Adapt Junior Fellow

@colombo_mat

 

[1] Una tesi di questo tipo si ritrova in H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, 2017

[2] F. Riva, La collana spezzata. Comunità e testimonianza, Cittadella editore, 2012

 

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