Attenzione ai malintesi sul “merito”. A proposito del nuovo nome del Ministero della Istruzione

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Bollettino ADAPT 24 ottobre 2022, n. 36
 
Il Ministero che governa la scuola si chiama oggi “Ministero dell’Istruzione e del Merito”. Si tratta di una delle novità culturalmente più rilevanti del nuovo Governo, sebbene meno appariscente della “sovranità alimentare” (entrata nel nome del Ministero dell’Agricoltura), del “Made in Italy” (Ministero dello Sviluppo Economico) e della “natalità” (Ministero della Famiglia e delle Pari Opportunità). A bene vedere, vi è una differenza sostanziale tra il “merito” e i termini appena elencati: se questi sono facilmente associabili a concezioni politiche tipicamente conservatrici, nel caso del “merito” il vocabolario di riferimento sembra quello del progressismo anni Novanta, della cultura democratica anglosassone (l’espressione “meritocrazia”, come noto, deve la sua fortuna a un testo distopico del saggista inglese Michael Young scritto nel 1958 e intitolato The Rise of Meritocracy 1870-2033), della retorica, anche molto italiana se si guarda alla ultima campagna elettorale, sulla importanza della “competenza”.
 
Viene difficile pensare che siano questi i riferimenti culturali che hanno ispirato la ri-denominazione dell’amministrazione di viale Trastevere. Non infondato il rimando alla concezione di scuola elaborata dal filosofo Giovanni Gentile negli anni venti. Forse ancor più ragionevole ricercarne l’ispirazione nell’articolo 34 della Costituzione, ove si impartisce che “la scuola è aperta a tutti” e che “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.” È una definizione di merito certamente diversa da quella affinata a fine secolo, associata non casualmente alla “capacità” e alla situazione economica soggettiva. I membri della costituente con questo articolo intesero (provare a) garantire la possibilità di conseguire i massimi livelli di istruzione anche a chi, potendone aspirare per “merito” e “capacità”, quindi in conseguenza dei risultati scolastici e del talento personale, non fosse in possesso dei mezzi necessari per l’iscrizione e il mantenimento durante gli studi secondari superiori (allora non obbligatori) e, tanto più, terziari (destinati a una ristretta élite, quantomeno fino agli anni Settanta).
 
Si potrebbe discutere a lungo sulla effettiva realizzazione di questo diritto. Chi conosce la scuola sa che le diverse condizioni di partenza, soprattutto connesse al contesto socio-economico e culturale ove crescono le alunne e gli alunni che frequentano l’istruzione obbligatoria, influisce assai sui risultati e, quindi, sul “merito” come costituzionalmente inteso. È ancora la “ingiustizia” di “far le parti eguali tra diseguali” colta senza mezzi termini da don Milani nel 1967 (Lettera a una professoressa), a Costituzione già vigente.

Questa stessa è anche la ragione per la quale gli intellettuali progressisti hanno gradualmente smesso di “occupare” questa parola.
 
Questa distorsione ha delle conseguenze anche sui “gradi più alti degli studi” poiché permane il pregiudizio per il quale i più bravi devono iscriversi ai licei classico e scientifico, i validi agli altri licei o agli istituti tecnici, i meno bravi all’istruzione professionale, quelli con evidenti problemi di rendimento alla formazione regionale e i pessimi, probabilmente ripetenti e oramai essi stessi convintisi di essere le ultime ruote del carro, trovare un qualche contratto di apprendistato per andare a lavorare. Una pragmatica del merito gerarchica e piramidale, condizionata dal solo indicatore dell’andamento dei voti scolastici, che posiziona nel punto più lontano dalla eccellenza il lavoro, inteso indirettamente come qualcosa di svilente, quantomeno quando anticipato nei tempi rispetto al percorso ideale dell’ingresso in società.
 
Una dinamica di questo genere è inaccettabile, socialmente innanzitutto, ma anche culturalmente.

Al Ministro Giuseppe Valditara, personalità preparata, che bene conosce non soltanto i dossier aperti, ma anche la “macchina” ministeriale, il compito di declinare la parola “merito” senza scadere nelle patinate disparità del politicamente corretto.
 
In questa ottica, sarebbe stato forse più interessante, sebbene di certo meno elegante, l’espressione “meritorietà”, che permette di posizionare l’accento sull’impegno personale a coltivare il proprio talento, quale che sia. Non tutti i talenti, infatti, hanno una spendibilità scolastica e speculativa; fare perciò coincidere il merito con la tipologia di titolo di studio conseguito e con il voto finale è una violenza alla naturale, inevitabile e irriducibile differenza che c’è tra ogni persona. Alla scuola della società delle competenze e non più delle (sole) conoscenze, come dimostrato dagli studi di James J. Heckman sulle non-cognitive skills predittive del successo scolastico e professionale, non è richiesta la mera trasmissione di nozioni, ma anche l’impegno per una formazione il più possibile integrale, che azioni tanto il pensiero, quanto alleni il braccio e coltivi il cuore.
 
La sfida di tutto coloro che si occupano oggi di istruzione ed educazione, allora, non è quella di comporre classifiche di “merito”, ma di non perdere nessuno per strada. Questo è irrealizzabile brandendo la clava della bocciatura (sempre meno incisiva per una generazione estremamente fragile, abituata a sottovalutarsi e a chiudersi in sé stessa). Occorre invece la pazienza di scorgere in ogni alunna e alunno il tratto positivo, il punto di forza da porre nelle fondamenta della costruzione educativa. Il merito, allora, nel suo significato profondo, non è un metro di misura, né una circostanza socio-economica, bensì la volontà della persona di impegnarsi a fare fruttare i suoi talenti per crescere e migliorarsi.
 
La speranza è che il milione di dipendenti del Ministero che da sabato ha cambiato titolazione intendano in questo senso la nuova denominazione, per il bene degli oltre otto milioni di giovani iscritti a scuola.
 
Emmanuele Massagli

Presidente ADAPT

Associazione per gli studi sulle relazioni industriali e di lavoro

@EMassagli

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