20 luglio 2020

Una concertazione di facciata

Francesco Nespoli


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Bollettino ADAPT 20 luglio 2020, n. 29

 

L’elaborazione politica che dovrebbe condurre al rilancio dell’economia conferma l’ambivalenza dei rapporti tra esecutivo e parti sociali. Sono almeno quattro le vicende nelle quali pare di poter leggere l’esaurimento della fase di confronto fattivo che aveva caratterizzato l’emergenza, soprattutto sul piano della salute e sicurezza e del rientro al lavoro.

 

Nell’iter di conversione del Decreto Rilancio si è assistito ad un dietrofront dell’esecutivo che ha disatteso le richieste delle imprese e di parte del sindacato sul capitolo del lavoro a tempo determinato. Il Decreto Rilancio stabiliva la possibilità fino al 30 agosto 2020 di rinnovare o prorogare anche in assenza delle causali i contratti a tempo determinato già in essere al 23 febbraio 2020. La task force guidata da Colao aveva poi proposto di derogare ulteriormente al Decreto Dignità rimuovendo temporaneamente i vincoli per tutti i contratti in scadenza nel 2020 o scaduti dopo l’inizio del lockdown. Proposte condivide da Cisl e Confindustria, che erano sembrate simbolicamente troppo care per il Movimento 5 Stelle. Alcune dichiarazioni del Ministro Gualtieri avevano però lasciato intendere che un’intervento in questo senso fosse possibile. Invece nella conversione in legge del decreto, l’estensione a tutto il 2020 è sostituita da una deroga più circoscritta e controversa, che consente di estendere i contratti solo per un periodo pari alla sospensione dell’attività lavorativa a causa del Covid-19.

 

Un secondo segnale si ritrova nel Programma Nazionale di Riforma del 3 luglio, il quale rilancia il progetto di un salario minimo e della legge sulla rappresentanza, ossia i capitoli storicamente più minacciosi per l’autonomia collettiva e oggetto della sfida della politica almeno dalla riapertura della Sala Verde annunciata da Matteo Renzi nel settembre del 2014.ù

Si pensi poi all’istituzione di una commissione di esperti voluta dal Ministero del Lavoro per istruire una riforma degli ammortizzatori sociali. Iniziativa che ha subito provocato la reazione di Cisl e Uil che hanno rivendicato una certa esperienza in materia e quindi l’opportunità di un confronto in sede istituzionale.

 

Completano il quadro i post coi quali il ministro del lavoro Nunzia Catalfo ha rilanciato l’obiettivo di “di dare ai rider un contratto collettivo nazionale di lavoro“. “Ieri ho proposto – scrive Catalfo –  che sia il mio ministero la sede istituzionale di confronto fra le parti sociali. Sono certa che con un dialogo aperto e costruttivo si possa giungere alla stipula di un accordo collettivo in grado di assicurare ai rider un quadro di tutele certe ed effettive che permetta loro di lavorare con dignità…”.

E’ dal giugno 2018 che la politica prova a mettersi alla guida di un intervento nel campo del lavoro dei ciclofattorini. “Decreto dignità” era il nome affibbiato proprio alla prima bozza, fatta circolare dall’allora ministro del lavoro Di Maio, di un decreto “in materia di lavoro tramite piattaforme digitali, applicazioni e algoritmi”. Il c.d. Decreto riders era invece arrivato dopo un’anno di promesse e di annunci con la firma di Mattarella al Decreto “per la tutela del lavoro e per la risoluzione di crisi aziendali” che interveniva, tra le altre cose, su retribuzione e assicurazione sanitarie dei rider. Nel testo convertito in legge, pubblicato in Gazzetta il 2 novembre 2019, un emendamento al decreto stabiliva un periodo di sei mesi per la scrittura di un contratto collettivo che consenta di individuare le modalità di pagamento della prestazione lavorativa.

 

La nuova convocazione del ministro Catalfo potrebbe quindi apparire come una nuova apertura ai sindacati, motivata anche dalla scadenza dei termini per il rinvio alla contrattazione collettiva. Ma a ben vedere rende anche chiaro il tentativo di ricondurre a proprio vantaggio la richiesta proveniente dalle parti sociali di una nuova concertazione. In questo senso può essere letta la scelta di convocare le parti sociali a uno specifico tavolo anche sulle altre questioni aperte (ammortizzatori sociali inclusi). Scelta che produce i suoi effetti concreti innanzitutto sulla comunicazione. Tanto che il ministro Catalfo ha diffuso via social la fitta programmazione di incontri che saranno ospitati dal suo dicastero.

 

Una concertazione di facciata insomma, percepita anche dal segretario della Cisl Annamaria Furlan, che intervistata da Repubblica ha osservato che «C’è stato un momento di forte confronto e condivisione tra governo e parti sociali quando si è trattato di fare i protocolli sulla sicurezza. […] Da allora, invece, solo annunci ed anche gli Stati Generali sono stati solo un momento di confronto ma senza risultati concreti».

 

A voler assegnare alla mossa del nuovo tavolo riders una finezza strategica ulteriore, si può osservare come l’argomento sia più insidioso che accomodante per i sindacati, perché batte su uno dei capitoli dimenticati dal sindacato durante la pandemia, almeno a livello della comunicazione pubblica. In generale è la questione della tutela del lavoro autonomo ad essere rimasta esclusa dall’agenda dal sindacato, nonostante l’emergenza abbia offerto l’occasione per tematizzare meglio il principio di una universalizzazione delle tutele per la persona che lavora, a prescindere della posizione contrattuale. Obiettivo al quale si è ormai allineata anche la Cgil di Landini, pur nella sua prospettiva di sindacato di classe. Obiettivo che però è andato perso nell’insistenza con la quale si è ribadita la necessità di estendere gli ammortizzatori sociali già finanziati e il blocco dei licenziamenti. Qualcuno nelle file del Movimento 5 stelle deve averlo notato.

 

Francesco Nespoli

ADAPT Research Fellow

@Franznespoli

 




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