24 luglio 2017

Una breve analisi dei risultati della sperimentazione del sistema duale

Riccardo Giovani


 - Scuola di alta formazione sulle relazioni industriali e di lavoro
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I primi risultati della sperimentazione del sistema duale che ha coinvolto 300 Centri di Formazione Professionale dislocati nell’intero territorio nazionale, presentati dal Ministero del lavoro il 13 luglio 2017, appaiono incoraggianti.

In primo luogo, è emerso che i giovani iscritti ai percorsi offerti del sistema duale che partecipano ad attività di istruzione e formazione professionale (Iefp) sono quasi 22.000 e che sono stati finora attivati, nell’ambito di tale sperimentazione, 10.612 apprendistati di I° livello e 1.120 apprendistati di alta formazione e ricerca.

 

I numeri generati, in senso assoluto, non sono particolarmente elevati, ma se li confrontiamo con quelli, assai più modesti e pressoché stagnanti, dell’apprendistato di I° livello precedente alla Riforma del Jobs Act, comprendiamo subito come la direzione intrapresa con la sperimentazione del sistema duale di istruzione e formazione professionale (IeFp) presenta un maggiore appeal per il tessuto imprenditoriale italiano composto, come noto, da micro e piccole imprese (il 95,4% delle imprese italiane occupa fino a 10 addetti, che diventano il 99,4% se si sale alla soglia dei 50 addetti).

 

Ciò in quanto i percorsi regionali di istruzione e formazione professionale riguardano mestieri e professionalità che servono in maniera particolare ed immediata alle micro e piccole imprese; inoltre, l’istruzione e formazione professionale ha tradizionalmente un particolare collegamento con il mondo del lavoro.

 

Occorre dunque sostenere e proseguire la sperimentazione in questione, non solo per i risultati concreti che sta producendo in termini di rapporti di lavoro in apprendistato, ma anche perché può contribuire in maniera determinante alla diffusione di quella cultura duale, tesa a superare l’idea di disgiunzione tra momento formativo e lavoro, che fatica ad imporsi nel nostro Paese, anche se vanno riconosciuti i notevoli passi avanti degli ultimi anni.

 

Se non si parte dal presupposto della valenza formativa del lavoro, risulta estremamente difficile avviare a soluzione concreta le ben note criticità che caratterizzano la situazione dei nostri giovani, che vanno dal basso tasso di partecipazione, all’elevatissimo tasso di abbandono scolastico e di presenza di NEET, fino a giungere poi all’apparente paradosso per cui gli imprenditori continuano a reperire con fatica alcune figure professionali che intendono assumere.

 

In tal senso, va visto positivamente lo stanziamento di ulteriori 25 milioni di euro l’anno, a partire dal 2018, per rendere stabile il “sistema di apprendimento duale” nei percorsi di istruzione e formazione professionale, previsto dal D.Lgs. n. 61/2017, attuativo della delega della Buona Scuola sul riordino dell’istruzione professionale.

Ci sono, naturalmente, ancora molti problemi da affrontare sul terreno del duale.

 

In primo luogo, la distribuzione geografica dei dati della sperimentazione conferma l’enorme gap fra il nord da un lato, ed il resto del Paese dall’altro, gap in parte determinato dalla concentrazione nel nord dei centri di istruzione e formazione professionale, e nella restante parte dagli elevati numeri prodotti – seppure per ragioni differenti – da Bolzano e dalla Lombardia.

 

In secondo luogo, nonostante gli importanti interventi apportati dal Jobs Act, che hanno rimosso molti degli ostacoli che fino ad oggi hanno rappresentato un grandissimo freno alla diffusione dell’apprendistato duale, restano però alcune criticità legate, in particolare, alla normativa sul lavoro minorile. Si pensi, ad esempio, al divieto di lavoro nella fascia oraria dalle 22 alle 6 o dalle 23 alle 7, che impedisce l’accesso ad alcune attività.

 

Permane, inoltre, il tema del costo del lavoro, ancora troppo elevato. In merito, occorre segnalare l’errore interpretativo – almeno a parere di chi scrive – commesso dall’Inps con il messaggio n. 2499 del 16 giugno 2017, che nell’applicazione della riduzione al 5% dell’aliquota contributiva del 10% disposta dall’articolo 32 del D.Lgs. n. 150/2015, ha cancellato le aliquote più basse dell’1,5% e del 3% previste dalla legge per i primi due anni, disponendo l’applicazione di un’unica aliquota del 5% a partire dal primo anno, capovolgendo così per le imprese fino a 9 dipendenti la finalità della norma, che avrebbe dovuto comportare una riduzione e non un incremento del costo del lavoro.

 

Appare inoltre importante rendere stabili gli incentivi per il tutor aziendale, figura chiave per la formazione del giovane apprendista. Il tutor, infatti, soprattutto nelle micro e piccole imprese, spesso coincide con il titolare, il quale deve dedicare una parte del proprio tempo di lavoro all’attività di tutoraggio.

Al momento, tali incentivi sono previsti dall’Avviso di Italia Lavoro pubblicato a luglio 2016, che per sostenere nell’ambito dell’istruzione e formazione professionale gli oneri connessi al tutoraggio aziendale prevede per l’apprendistato di 1° livello un contributo massimo di 3 mila euro in un periodo di almeno 12 mesi e per l’alternanza scuola lavoro, un contributo massimo di 500 euro annui.

 

Infine, vi è la necessità di mettere a sistema tutti gli strumenti a disposizione, in maniera tale da renderne più semplice e mirato l’utilizzo creando, nel contempo, una vera e propria filiera che parta dall’alternanza scuola lavoro e dall’apprendistato duale, prosegua con l’apprendistato professionalizzante e possa poi completarsi con la formazione continua dei fondi interprofessionali: una filiera con la persona al centro.

 

Riccardo Giovani

Confartigianato Imprese

@riccardgiovani

 

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