24 giugno 2014

Troppi dubbi su Garanzia Giovani

Emanuele Di Nicola (Rassegna.it)


Il Ministro del lavoro, Giuliano Poletti, è “600 volte contento” per la registrazione di 90 aziende al progetto Garanzia Giovani, che mettono a disposizione circa 600 offerte di lavoro. Questa la dichiarazione riportata il 20 giugno dall’agenzia Dire. Due giorni prima, il 18 giugno, lo stesso ministro aveva diffuso in conferenza stampa i dati sul piano europeo di Youth guarantee, il programma di avviamento al lavoro per i ragazzi tra 15 e 29 anni. In Italia oltre 80 mila ragazzi sono iscritti al programma Garanzia giovani, di questi il 53% è donna. Poi sono diventati 90 mila iscritti in 7 settimane (dati Ministero del lavoro, 20/6). “Grandi numeri”, secondo il dicastero, ma dietro alle cifre governative si affacciano molti dubbi. Non c’è – al momento – una contestazione “ufficiale” ai numeri dell’esecutivo, ma una serie di testate e studiosi autorevoli hanno avanzato perplessità sull’andamento italiano del progetto indicato dalla Ue.

 

Il sito del Sole 24 Ore, a inizio giugno, ha pubblicato un’elaborazione di ADAPT, il centro studi di Marco Biagi proprio su questo argomento. I risultati non sono lusinghieri: “Il rischio che la Garanzia giovani vada in cortocircuito è altissimo – scrive il sito –. L’ambizioso programma di reclutamento al lavoro under 30, voluto dall’Europa e diventato operativo in Italia il primo maggio scorso, è pieno di falle che se non colmate al più presto disattiveranno sul nascere la forza dell’intera operazione”. Queste “falle”, secondo l’analisi di Adapt, si riassumono in alcuni punti: prima di tutto le Regioni sono in ritardo sui portali online, addirittura il primo maggio (giorno d’inizio) il collegamento tra il portale nazionale e quelli regionali non era attivo. E sono proprio le Regioni che devono passare le informazioni ai Centri per l’impiego, che entro 60 giorni sono chiamati ad organizzare per il giovane il primo colloquio di lavoro.

 

Poi c’è il nodo dei Centri per l’impiego. Giulia Rosolen, ricercatrice ADAPT, spiega sempre sul Sole: «I Centri pubblici per l’impiego collocano una percentuale bassa di lavoratori e che in questo momento dipendono dalle Province, che sono in via di smantellamento con un commissario come referente». Anche la partnership con i privati non convince: «Solo in sei Regioni – aggiunge Rosolen – è presente un sistema di accreditamento pienamente operativo e consolidato (Toscana, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Piemonte e Sardegna; il Lazio sta muovendosi ora) che garantisce un’effettiva cooperazione tra pubblico e privato».

 

Avvenire insiste sullo stesso punto, i ritardi delle Regioni. “La Regione in testa è la Toscana – scrive Francesco Riccardi –. L’unica secondo il nostro (parziale) monitoraggio ad aver attivato anche la seconda fase della Garanzia Giovani: quella dei colloqui con i ragazzi disoccupati che si sono iscritti. Per il resto, a un mese dall’avvio ufficiale del 1° maggio, gli altri territori sono ancora là, fermi ai blocchi di partenza. Qualcuno pronto ad accelerare, altri invece ancora con i motori praticamente spenti”.

 

A proposito di territorio, la declinazione locale di Garanzia Giovani pone un altro problema. Alcune Regioni e Province sono più indietro di altre e, come spesso capita, a rimetterci è il Mezzogiorno dove il tasso di disoccupazione è più alto. Basta leggere – a titolo di esempio – cosa è successo a Catania, nell’allarme lanciato dalla Cisl cittadina: «Neanche un migliaio le iscrizioni a Garanzia Giovani a Catania, l’iniziativa a favore dell’occupazione giovanile del Fondo sociale Europeo. Eppure la provincia di Catania ha un elevato tasso di disoccupazione giovanile e di Neet (Not in Education, Employment or Training) che potrebbe sfruttare le opportunità offerte dal Piano».

 

Infine una voce critica arriva da eticaeconomia.it, il sito dell’associazione fondata da Luciano Barca (leggi l’articolo integrale). Scrive Massimiliano Tancioni, ricercatore di Politica economia alla Sapienza: «L’ammontare delle risorse stanziate appare inadeguato rispetto alle preoccupazioni per la “lost generation”, che abbondano nelle dichiarazioni ufficiali. Si tratta comunque di un primo passo per affrontare un problema importante. La domanda cruciale è, però, se questo passo vada nella direzione giusta». Una domanda, finora, senza risposta.

 

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