24 febbraio 2020

Sinistra e sindacato, prove di ritorno al futuro

Francesco Nespoli


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Bollettino ADAPT 24 febbraio 2020, n. 8

 

«Io anziché aprire il dibattito sul centro, mi piglierei uno dei pochi capi operai della sinistra, Maurizio Landini, e gli farei fare un seminario di una settimana per spiegare come si parla agli operai, il 50 per cento dei quali ha votato Lega. Perché il Pd, al momento, non è in grado di farlo». Così parlava pochi mesi fa in un’intervista a Repubblica Massimo D’Alema.

Non una boutade, visto che sull’ultimo numero della rivista della fondazione da lui presieduta Italia e Europa  è pubblicato un lungo dialogo tra i due, replicato pochi giorni fa in un confronto in presenza nella sede della Cgil. Obiettivo dichiarato, quello di un «nuovo patto che riannodi i fili tra politica e lavoratori». L’operazione non è però passata inosservata, prima ancora che per il suo significato politico, per i fatti storici che riguardano i rapporti tra la Cgil e D’Alema. Nel 1997 l’allora segretario del Psd era intervenuto al congresso del partito con un discorso esplicitamente critico nei confronti della Confederazione guidata da Cofferati, e più gradito probabilmente agli orecchi dell’altro Sergio, il D’Antoni segretario generale della Cisl.

 

«Se vogliamo spingere in avanti una politica per il lavoro – diceva d’Alema, al centro di una scenografia di proporzioni sovietiche-  noi dobbiamo anche avere il coraggio di un’opera di rinnovamento. Ecco, qui mi sento meno d’accordo con sergio Cofferati […]. Vedete noi viviamo in una società in una organizzazione del lavoro che sono sempre più distanti dalla la vecchia forma della fabbrica fordista e dell’organizzazione del lavoro taylorista. La mobilità e la flessibilità sono innanzitutto un dato della realtà e persino qualcosa che corrisponde ad un modo diverso nella nuova generazione di guardare al lavoro, il proprio rapporto con il lavoro».

 

Parole tanto simili a quelle pronunciate da Matteo Renzi alla Leopolda dell’ottobre 2014 («Il posto fisso non esiste più. Non voglio prendermela con i corpi intermedi, ma la disintermediazione dei corpi intermedi avviene dai fenomeni di cambiamento che la realtà sta producendo»), che a seguito della convention erano state richiamate, con un certo successo sulla stampa, proprio dagli uomini vicini al segretario del PD (per una analisi del discorso politico e sindacale sul Jobs Act rimando al mio libro Fondata sul lavoro. La comunicazione politica e sindacale del lavoro che cambia, ADAPT University Press, 2018)

 

«La questione che si pone -continuava D’Alema-  è se questa società più aperta debba inesorabilmente portare con sé solitudine insicurezza angoscia, oppure se noi rinnovando profondamente però gli strumenti della negoziazione, della contrattazione sociale, costruiamo nuove e più flessibili reti di rappresentanza e di tutela. Se noi non ci mettiamo su questo terreno noi rappresenteremo sempre di più soltanto un segmento del mondo del lavoro quello che sta in mezzo: quelli che non sono sufficientemente professionalizzanti per negoziare da soli: quelli molto bravi. Oppure dall’altra parte, in basso, quelli che vivono nel mondo del lavoro nero, non tutelato e precario. […] Penso che noi dovremmo preferire essere lì con quei lavoratori e negoziare negoziare quel salario per migliorare quello e negoziare i loro diritti, anziché dare fuori da quelle fabbriche con in mano una copia del contratto nazionale di lavoro».

 

Perché il segretario del principale partito di Governo si era scagliato contro il più importante e storico alleato tra i corpi sociali, con quella che appariva più di una “normale dialettica tra un partito di governo e sindacato” come ebbe a definirla Guglielmo Epifani, per altro in un clima di difficile manutenzione dell’unità sindacale e con presenza di importanti vertenze come quella degli edili e dei tessili?

 

La risposta si può trovare certo anche nella lettura del quadro politico della sinistra internazionale, che suggeriva questa scelta. Negli Stati Uniti Clinton aveva le elezioni, per la seconda volta, e Tony Blair, che si era impegnato a riformare lo Statuto dei Labour, avrebbe vinto le elezioni solo due mesi più tardi.

Il tentativo di D’Alema è da considerare però anche nell’ottica di un’effettiva consapevolezza delle sfide che i fenomeni di trasformazione del lavoro ponevano ai socialdemocratici. L’obiettivo era probabilmente quello di imprimere al partito un cambio di direzione verso il campo moderato, proprio attraverso la dialettica con il sindacato di classe, anche parlando a suocero perché nuora (la Cisl) intendesse. C’era quindi un effettivo riconoscimento di quei mutamenti e dei segmenti sociali sui quali questo cambiamento impattava. Non a caso, secondo un retroscena apparto su Repubblica, D’Alema aveva già dato un segnale al sindacato in questo senso citando nei giorni precedenti il caso di due fabbriche di Martinafranca, in Puglia, chiuse in due anni «per effetto della “vittoria” costituita dall’aver imposto il contratto». Con conseguente scontento dei lavoratori.

Si pensi poi che solo pochi mesi prima aveva cominciato ad osservarsi, proprio grazie ad un’indagine della Cgil Lombardia, lo spostamento del voto operaio, e quindi di parte dei 5 milioni di iscritti alla Cgil, verso destra. Tendenza per altro verificata altrove in Europa, come le già meglio osservate tendenze della terziarizzazione dell’economia e i processi di globalizzazione. Il tentativo era dunque quello di mantenere il voto del lavoro allargando verso il centro, parlando anche agli impiegati e ai lavoratori del terziario.

 

Possono allora essere lette in linea con quel discorso le riforme del mercato del lavoro iniziate proprio nel 1997 con il pacchetto Treu e poi la riforma Biagi del 2003.

 

Perché quindi tornare ora a lusingare il segretario della Cgil, in quello che sembra a tutti gli effetti un passo indietro rispetto alla posizione assunta nel ‘97? Si pensi che l’idea di Landini come possibile coach della sinistra, formulata a maggio, era la risposta alla proposta di Carlo Calenda proprio di un’apertura del Partito Democratico ai moderati.

 

La risposta più lineare potrebbe riguardare proprio l’opportunità del momento per riconquistare il voto dei lavoratori, comunque perso dopo il fallimento della “terza via all’italiana”. Per D’Alema, «Era più comprensibile aver civettato con la “Terza via” di Blair negli anni novanta che dopo la crisi del 2007». E quindi, ora che il PD rappresenta già una parte del voto moderato e il Movimento 5 Stelle è in difficoltà, la via per riallacciare i fili con la sinistra è quella del sindacato di classe.

 

Il nemico comune individuato da Landini e D’Alema è in effetti il Jobs Act, che Matteo Renzi aveva provato ripetutamente a qualificare come una riforma di sinistra dimostrandolo con l’assunto, quasi assurdo nell’ottica novecentesca della contrapposizione tra capitale e lavoro, che un imprenditore che crea lavoro faccia la cosa più di sinistra possibile. E che l’articolo 18 costituisca nulla più che un totem ideologico.

 

Per Landini inoltre la convenienza è quella di rimarcare una distinzione identitaria rispetto a Cisl e Uil, sfumata dopo un anno di azione unitaria in supplenza della politica, con un certo successo sia mediatico sia di reputazione presso l’opinione pubblica. Il segretario della Cgil rilancia infatti l’idea di un sindacato unitario, ma che abbia una funzione politica generale (lontana quindi dalla cultura della Cisl) e che si basi su «una legislazione di sostegno alla rappresentanza e alla contrattazione». Idea da sempre controversa nel mondo sindacale e sulla quale il segretario della Cisl Annamaria Furlan si è espresso chiaramente, in senso contrario, proprio settimana scorsa sulla pagine di Avvenire.

 

Tuttavia ciò basta a spiegare solo il posizionamento tattico del nuovo sodalizio. Se si leggono invece le parole dello scambio consegnato alle pagine di Italia e Europa, risulta più difficile trovare una piena sintonia anche sul piano dei contenuti e delle ricette. Si percepisce piuttosto tra i due una continua tensione dialettica tra strategie differenti, che percorre tutti i capitoli toccati. In sintesi per Landini è sbagliata «l’idea di poter gestire [la precarietà]  invece che proporsi di metterla in discussione alla radice». La politica deve quindi riprendersi un primato, regolando dall’alto il mercato e limitando la «ferocità di un sistema altamente competitivo» Pur concordando sulla necessità di un primato della politica, la visione di D’Alema differisce sui punti di intervento e continua a rimandare alla visione espressa al Palaeur, ormai 23 anni fa. «La sinistra, negli anni Novanta, ha provato a individuare gli elementi di opportunità che emergevano, per cogliere i quali occorreva cambiare il modello di Stato sociale e puntare sul welfare delle opportunità. Vi erano certamente dei limiti in questo approccio, ma anche alcuni elementi innovativi. Non credo sia sbagliato dire – continua D’Alema – che questa grande trasformazione abbia portato anche delle possibilità di miglioramento che però, per essere colte, ri­chiedevano più formazione, più flessibilità e un sistema di protezione diverso. Queste opportunità sono state effettivamente colte, ma solo da una minoranza. Si è in realtà determinata una frattura orizzontale nel­la società e nel mondo del lavoro tra chi si è posto sulla cresta dell’onda della globalizzazione e chi, per diverse ragioni, rischiava e rischia tuttora di venirne schiacciato».

 

Un’analisi quindi più in linea con la teoria dei loosers della globalizzazione, che spiega le crescenti disuguaglianze a livello globale e la concentrazione del benessere nei centri della produzione del valore. Dice insomma D’Alema, che il modo per intervenire sulla precarietà doveva essere non tanto quello di limitare il mercato ma di tutelare gli esclusi. Discorso simile per quanto riguarda il welfare privato: «un bene per una comunità, ma introduce un ulteriore elemento di frammentazione nel mondo del lavoro», che crea disuguaglianze al di fuori di quella comunità.

 

I due si trovano poi d’accordo sul fatto che i processi della trasformazione partono dai modelli di consumo e dagli stili di vita, e quindi dei modelli di produzione, dei nuovi ecosistemi del lavoro e delle catene globali del valore.  Ma se per Landini la risposta è innanzitutto politica, per D’Alema la risposta deve venire anche dal basso in ottica incentivante: «un’azione politica in grado di […] orientare l’economia verso finalità di progresso, primariamente in campo sociale e ambientale» (corsivo mio).

 

In ultimo, si ripropone la stessa frattura del 1997 proprio sul ruolo politico del sindacato: se per Landini il sindacato deve essere protagonista di una «funzione generale[…], perché in grado di unire l’azione nel luogo di lavoro con quella di trasformazione sociale fuori da esso». Un po’ quel sindacato fuori dalle fabbriche con il contratto nazionale in mano, al quale D’Alema contrappone, pur velatamente «la necessità di tornare sul territorio, in modo che chi ha bisogno di risposte possa trovare fisicamente un inter­locutore, e recuperare un linguaggio utile a parlare al mondo del lavoro».

 

in conclusione è uno scambio, quello tra Landini e D’Alema ,che dietro alla facciata di una nuova alleanza per il lavoro riflette la difficoltà di un’elaborazione teorica che possa tradursi in azione programmatica e capillare. La prova di ritorno al futuro per il rapporto tra politica e sindacato rimane al momento sul piano delle relazioni funzionali alla demarcazione della geografia elettorale, senza una riflessione sui diversi e complementari ruoli di legge e contrattazione. A livello politico le direttrici strategiche diventano persino opposte quando si tratta di scegliere tra premialità e incentivi da un lato e divieti e imposizioni dall’altro. E se è aperta un’indagine sulle ragioni di una mutazione antropologica che rompe il nesso tra mestiere e identità sociale, comunità professionale e solidarietà di classe (e quindi impone di non parlare solo agli operari) è ancora difficile cogliere i punti sui quali fare leva per nuove dinamiche di coesione alternativi a quelle individuate dalla politica neo-populista, dove l’etnia sostituisce la classe e le limitazioni al mercato si traducono in protezionismo. A dimostrazione di quanto l’obiettivo di una sostenibilità universale e di un’equità globale costituisca un rompicapo per gli attori politici.

 

Francesco Nespoli

ADAPT Research Fellow

@Franznespoli

 




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