4 novembre 2019

Rider, in gioco c’è la modernità del lavoro*

Francesco Seghezzi


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Bollettino ADAPT 4 novembre 2019, n. 39

 

Non sono poche le ragioni per cui il lavoro dei rider si pone come un tema destinato a occupare per lungo tempo il dibattito pubblico. Da un lato la forte riconoscibilità del fenomeno ormai non solo per chi abita nelle grandi città a causa della rapida diffusione delle piattaforme anche in centri più piccoli. Dall’altro, la facilità di identificare molte delle contraddizioni dell’economia digitale in un solo, per quanto ristretto, gruppo di lavoratori. Ogni tempo di transizione ha le sue icone ed è ogni giorno più chiaro che nel pantheon dell’idealtipo del lavoro contemporaneo e delle sue criticità, i rider si accingono a ricoprire un ruolo centrale, come era quello del lavoro nei call center o nei fast food pochi anni fa.

 

Il dibattito che si è generato in occasione della discussione in Parlamento del decreto 101/2019 è stato particolarmente interessante soprattutto perché ha fatto emergere, grazie a una petizione firmata da centinaia di rider di varie città d’Italia, una posizione alternativa a quella diffusa negli anni scorsi sui media. Posizione che critica i contenuti del decreto, sostenendo che condurrebbero a un sostanziale peggioramento delle condizioni economiche e a una riduzione della quantità di lavoro. Non interessa qui prendere le difese di una o dell’altra parte, ma sottolineare la complessità che emerge di fronte alla volontà di normare un fenomeno nuovo e ancora difficile da comprendere se letto con le lenti del Novecento.

 

Sia chiaro, nessuno, neanche i rider o le piattaforme di delivery, pensa che si tratti della frontiera del lavoro del futuro. Tutti sono consapevoli, e il forte turnover nel settore lo dimostra, che si tratta di lavori che durano poco nel tempo, utilizzati più che altro per integrare il reddito o per affrontare periodi di transizione tra un lavoro e l’altro. Ma ciò non significa che non debbano seriamente essere prese in considerazione le conseguenze di un lavoro che resta al confine tra autonomia e subordinazione.

 

E così pensare di regolarlo, nei fatti, introducendo rigidità tipiche del lavoro subordinato potrebbe minare uno dei suoi elementi caratteristici ossia la possibilità di scegliere quando e quanto lavorare, caratteristica propria di un lavoratore autonomo. E poco conta a riguardo la polemica sull’utilizzo da parte delle piattaforme di algoritmi che premierebbero chi è più fedele garantendogli più lavoro, si tratterebbe di una ordinaria logica di mercato nella quale il committente utilizza propri criteri per scegliere a chi affidare una attività.

 

Così come non si vede la ragione di un divieto assoluto del cottimo, previsto dal nuovo testo del decreto emendato dal governo, che implicherebbe un aumento delle paghe orarie non indifferente a fronte di un modello di business che si fonda necessariamente su due momenti di picco giornaliero e risulterebbe, molto probabilmente, insostenibile. Quindi va tutto bene? No, un ragionamento sulle tutele di questi lavoratori è necessario e importante.

 

Ed è importante anche per le piattaforme che sono sempre più identificate come i nuovi caporali, una immagine che alla lunga non potrà che danneggiarne la reputazione anche di fronte ai loro fruitori. La sfida è sia di forma, con una comunicazione spesso assente e timorosa, che di sostanza, con atteggiamenti non sempre cristallini.

 

Ma questa è anche e soprattutto l’occasione per rimettere a tema la necessità di un insieme di tutele di base per tutti i lavoratori, senza differenze tra lavoratori autonomi o subordinati così da garantire al meglio tutta quell’area grigia tra i due poli, che viene oggi gestita solo nella logica di ricondurla a una faccia o all’altra della medaglia. Tutele che aiutino anche i lavoratori nelle continue transizioni occupazionali che caratterizzano il mercato del lavoro di oggi così che se capitasse di dover fare il rider per qualche mese, alla ricerca di un altro lavoro, questo non significhi per forza un indebolimento.

 

Emerge così l’attualità dell’idea di uno Statuto dei lavori come l’aveva immaginato Marco Biagi quasi vent’anni fa. Un insieme di diritti inderogabili e universali ai quali aggiungere, seguendo le specificità dei settori, le previsioni della contrattazione collettiva. Ed è proprio quella della contrattazione collettiva la strada che in qualche modo il nuovo decreto obbliga a percorrere se si vogliono mantenere le specificità di questo mercato e delle sue intrinseche modalità di lavoro. Una strada complessa, soprattutto per chi fa rappresentanza, ma che può essere intrapresa, anche da parte di nuovi attori, ricordandosi che i lavoratori sono le prime vittime di un sistema che guarda all’oggi con gli occhi di ieri

 

Francesco Seghezzi

Presidente Fondazione ADAPT

@francescoseghezz

 

*pubblicato anche su Il Sole 24 Ore, 30 ottobre 2019

 




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