Quando il futuro?

Francesco Riccardi (Avvenire, 29 settembre 2016)

Sei miliardi di euro in tre anni: non è indifferente l’impegno che il governo ha posto ieri sul piatto degli interventi per la previdenza. I sindacati – con i quali il governo è finalmente tornato a confrontarsi – si dicono solo parzialmente soddisfatti, perché avrebbero voluto una posta di bilancio maggiore e interventi più decisi sull’anticipo del pensionamento. Ma le domande che oggi dobbiamo avere il coraggio di affrontare, invece, sono altre: si tratta di interventi equi? Sono davvero funzionali a rilanciare la crescita economico-sociale del Paese?

Se infatti è positivo che si sia individuato un meccanismo come quello dell’Ape (l’anticipo pensionistico realizzato con un prestito) per garantire un certo grado di flessibilità nell’uscita dal lavoro – con un trattamento differenziato a seconda se si tratti di una scelta del lavoratore, del datore o invece una necessità dettata dalla disoccupazione – assai meno comprensibile è la scelta del governo di aumentare ulteriormente la platea degli aventi diritto e l’importo della quattordicesima mensilità per i pensionati, fino a 1.000 euro di reddito mensile (personale).

Anche lasciando da parte le malignità su questi annunci alla vigilia di un’importante consultazione, restano le perplessità per l’ennesimo bonus distribuito in maniera indiscriminata, come già i famosi 80 euro al mese, e non solo a chi ne ha più bisogno. Lo sappiamo: ci sono molti pensionati che con 900 o 1.000 euro faticano ad arrivare a fine mese. Ce ne sono pure altri che con quelle stesse cifre, ammirevolmente, aiutano ancora figli e nipoti. Non li riteniamo “ricchi” per questo o privilegiati. Ma non sarà un caso se l’unica categoria a segnare in Italia una diminuzione del rischio di cadere in povertà risulta essere quella degli ultra 65enni, mentre le famiglie con figli e i giovani vedono di anno in anno peggiorare la loro condizione…

 

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