20 maggio 2019

Politically (in)correct – Povertà vo’ cercando che è sì cara come sa chi per lei il RdC rifiuta

Giuliano Cazzola


Bollettino ADAPT 20 maggio 2019, n. 19

 

Corre voce che siano in corso delle restituzioni volontarie dell’assegno concesso a titolo di RdC. Si citano numeri importanti. I media hanno afferrato al volo la notizia, nonostante le smentite di Pasquale Tridico che non è soltanto il commissario-presidente dell’Inps, l’ente che gestisce l’operazione, ma anche il curatore/artefice della nuova disciplina, predisposta dal governo giallo-verde (cotè giallo) per abolire la povertà e promuovere il lavoro.

 

Siamo portati a credere al prof. Tridico e ritenere – per ora – limitato il numero dei “disertori”, anche perché il flusso delle domande (poco più di un milione) dimostra che quanti preferivano non avere a che fare con il RdC (perché il gioco non valeva la candela, ovvero lo scarso appeal dell’assegno, unitamente ai vincoli e requisiti previsti, non incoraggiava a cambiare il precedente trend di vita e di lavoro) non si erano neppure premurati di chiederne l’erogazione.

 

Un giornalista di vaglia come Antonio Polito ha intervistato un beneficiario pentito che vorrebbe restituire il RdC ma non riesce a trovare un ufficio che sia in grado di spiegargli quale procedura seguire. Questa persona, di Napoli, trova più conveniente ritornare alla precedente “arte di arrangiarsi” piuttosto che continuare ad avvalersi di un’assistenza di 187 euro mensili, condizionata alla sottoscrizione di una dichiarazione di disponibilità al lavoro che comporterebbe il sottoporsi ad attività formative e ad altre iniziative. Non intendiamo essere né arroganti né semplicistici, ma ci pare che il ragionamento di questo signore si possa riassumere così: “per una somma tanto modesta non posso sottrarre del tempo alle varie attività che svolgo per tirare a campare”.

 

Traendo le considerazioni da questo incontro Antonio Polito scrive: “Intendiamoci: non è facile mirare con precisione alla povertà. Il reddito di cittadinanza è un primo tentativo, dunque l’esperienza di questi giorni andrà studiata. Innanzi tutto per capire se la povertà è davvero come la immaginavamo”. Ecco, qui sta il punto. Chi scrive è convinto che i cinque milioni di persone in condizione di povertà assoluta siano come gli otto milioni di baionette del Duce: ovvero non esistono in questi numeri.

 

Certo che è arduo sfidare le statistiche dell’Istat. Per fortuna, ci aiutano in quest’ avventura le ricerche dell’autorevole Centro studi di Itinerari previdenziali fondato da Alberto Brambilla. Nell’ultima newsletter del Centro alcuni ricercatori mettono in fila un po’ di dati.  “Nell’ultima rilevazione diffusa lo scorso luglio e riferita al 2017, l’Istat stima che 1 milione 778mila famiglie (pari al 6,9% delle famiglie residenti in Italia), per un totale di 5,058 milioni di individui (8,4% dell’intera popolazione), siano in condizione di povertà assoluta (intesa come impossibilità di accedere a un determinato paniere di beni e servizi considerato essenziale per uno standard di vita minimamente accettabile). Dieci anni prima questi stessi valori erano pressoché dimezzati: nel 2007 l’Istituto registrava 823mila famiglie povere, con un’incidenza del 3,5% sul totale delle famiglie italiane allora residenti, che corrispondevano a 1 milione 789mila soggetti (pari al 3,1% della popolazione”. Per sottolineare la complessità e la varietà  degli elementi  a cui  gli analisti  devono prestare attenzione, i testi proseguono: “Per dare un riferimento quantitativo, tenuto conto che le soglie si differenziano per composizione della famiglia, area geografica e tipo di comune di residenza, nel caso di un adulto di età compresa tra i 18 e i 59 anni che vive solo, ad esempio, la soglia di povertà assoluta (al di sotto della quale un soggetto è considerato povero) è pari a 826,73 euro mensili se risiede in un’area metropolitana del Nord, valore che scende a 742,18 euro se vive in un piccolo comune settentrionale o a 560,82 euro se risiede in un piccolo comune del Mezzogiorno”.

 

Ma come si arriva a questi numeri?  Premesso che le stime di povertà si basano sui dati dell’indagine Istat “Spese per consumi delle famiglie”, che nel 2017 ha coinvolto, in tre step, circa 490 comuni e 17.000 famiglie, il Centro studi arriva alla seguente conclusione: “Semplificando, nella pratica, si tratta di una sorta di “autocertificazione” delle famiglie. Se accadesse quello che già avviene per la compilazione della DSU (Dichiarazione Sostitutiva Unica) per la richiesta dell’ISEE, sulla base dell’ultima indagine della Guardia di Finanza, circa il 60% delle autocertificazioni sarebbe falso. Un procedimento dunque sul quale si potrebbe quantomeno aprire un confronto”.  Confronto che viene evitato con cura ed ostinazione, perché è “politicamente corretto” accettare la versione che descrive un Paese in affanno a causa delle misure di austerità (di cui in Italia si sono presto perse le tracce) anch’esse al solito “percepite” e non “reali”.

 

Siamo talmente impegnati a “farci del male” che addirittura sulla povertà assoluta speculiamo anche sulla presenza degli stranieri. I talk show si guardano bene dal precisare che almeno un terzo dei poveri conclamati è composto da stranieri e dalle loro famiglie.  “Volendo comunque utilizzare i dati Istat ufficiali – precisa il Centro studi di Itinerari previdenziali – si scopre che l’incidenza della povertà si attesta su valori molto elevati in particolare tra le famiglie con componenti stranieri: sempre nel 2017 circa il 30% delle famiglie composte da soli stranieri è in condizione di povertà assoluta (percentuale 6 volte superiore a quella degli italiani), con punte che superano il 40% nel Mezzogiorno, e il 34,5% in condizioni di povertà relativa. Pur non disponendo del dato equivalente al 2007, possiamo ragionevolmente supporre che – il passaggio è importante, ndr – all’epoca, l’incidenza delle famiglie di stranieri era significativamente più bassa rispetto a quella attuale: già considerando il solo numero assoluto, gli stranieri residenti all’1 gennaio 2008 erano 3,432 milioni contro i 5,144 del 2017, con una crescita di circa il 50%. E dunque l’incremento della povertà dei nuclei familiari composti da stranieri potrebbe spiegare almeno in parte l’aumento della povertà assoluta”. È noto tuttavia che il requisito di risiedere da almeno 10 anni in Italia per aver diritto al RdC limita molto – a bella posta – l’accesso degli stranieri al beneficio. Si profila pertanto un risparmio rispetto agli stanziamenti di almeno un miliardo che però potrebbe arrivare a 1,6 miliardi.

 

Un’altra indagine interessante è stata pubblicata dalla Fondazione Giuseppe Di Vittorio, l’istituzione in cui la Cgil ha incorporato tutte le sue attività di studio e ricerca. La nota (“Analisi prospettica ‘Quota 100’) si diffonde sull’entità delle risorse non utilizzate – rispetto a quelle stanziate in bilancio – per le politiche previdenziali del governo Di Maio-Salvini. Nella Tabella 1, vengono indicati i costi complessivi stimati di “quota100”, del blocco della speranza di vita per le pensioni anticipate, della proroga di opzione donna.

Tali oneri sono messi a confronto con gli stanziamenti. I costi complessivi stimati nel triennio ammontano a 13.778.305.853 euro, mentre, le coperture previste nella Legge di Bilancio 2019 sono pari a 20.988.000.000. Vi è quindi un residuo di risorse che non verranno utilizzate nel triennio, pari 7.202.224.387, così suddivise: 1.627.693.344 nel 2019, 2.953.657.269 nel 2020, 2.585.873.774 nel 2021.

 

ANNI           quota 100        blocco speranza vita  opzione donna      costo totale             risorse in bilancio           residuo
2019 1.598.953.293 617.291.812 124.571.691 2.340.816.796 3.968.000.000 -1.627.183.204
2020 4.326.875.581 955.152.894 100.314.256 5.382.342.731 8.336.000.000 -2.953.657.269
2021 5.013.757.281 955.152.894 86.236.151 6.055.146.326 8.684.000.000 -2.585.873.774
TOT. 10.939.586.155 2.527.597.600 311.122.098 13.778.305.853 20.988.000.000 -7.202.224.387

 

Non si venga a dire che sono stati bravi a risparmiare risorse tanto significative. Se gli stanziamenti per i prossimi anni possono essere destinati ad altri obiettivi, le risorse “risparmiate” nel 2019 finiranno in economia. Si tratta dunque di somme  sottratte ad un più congruo utilizzo.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 




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