18 dicembre 2017

Lupus in fabbrica. La politica alla ricerca del voto operaio*

Francesco Nespoli


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Poco dopo l’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti diverse analisi avevano dato riscontro ai sentori già espressi mesi prima dai più autorevoli labor journalist. Molti iscritti al sindacato avevano votato per il tycoon. Il verdetto emergeva dagli exit polls, nello sconcerto delle unions di diversi settori, dalla scuola all’acciaio, fino all’automotive.

 

La penetrazione del populismo destrorso nell’elettorato tradizionalmente incline al voto opposto era già stata osservata in Europa. Uno studio dell’Università di Berlino condotto tra il 2003 e il 2004 concludeva che il 34% dei lavoratori a bassa qualifica iscritti al sindacato aveva un orientamento di estrema destra, contro il 18% dei non iscritti.

 

Alla ricerca di segnali del fenomeno nel vecchio continente si può risalire sino a primi anni Novanta. Per l’Italia, come ricorda Michele Corsi, nel 1996 un’inchiesta commissionata dalla CGIL Lombardia indicava come la Lega fosse il primo partito tra gli operai, col 33% (Rifondazione comunista era al 10,4%).

 

Se questo è il trend non stupiscono i dati dei sondaggi più recenti, da quello di Nando Pagnoncelli per il Corriere della Sera, a quello di Antonio Noto per Il Fatto Quotidiano, concordi nell’assegnare al Movimento 5 Stelle e Lega la maggioranza del voto operaio.

 

Chi si sia chiesto come mai nel giro di una settimana i leader di Lega, Cinquestelle e Fratelli d’Italia abbiano intrapreso una corsa alle fabbriche, non solo metaforica, trova in questi dati una risposta. La strategia è la medesima: dimostrare ai lavoratori di spendersi attivamente per la difesa del loro lavoro, in contrapposizione con il Governo e con il sindacato, provare a spostare qualche voto, e, mal che vada, consolidare il proprio elettorato.

 

Così ecco che Matteo Salvini accusa il Ministero dello Sviluppo di non aver fornito risposta alla interrogazione della lega sul caso Ideal Stardard (interrogazione inesistente secondo il Ministro Calenda) e si proclama a favore di una tassa sui robot. Di Battista va oltre le telecamere: si presenta davanti ai cancelli dello stabilimento Embraco di Riva di Chieri (annunciati 500 licenziamenti) e attacca il governo incapace di affrontare le crisi industriali. Giorgia Meloni va oltre ed entra fisicamente in uno stabilimento Amazon e posta su Facebook un video ripreso all’interno, dove assicura che grazie a una sua chiacchierata con l’azienda il pericolo dell’applicazione del famigerato braccialetto elettronico è scongiurato.

 

Difficile provare a spiegare come mai il sindacato abbia progressivamente perso la presa sull’elettorato tradizionale della sinistra, tanto da lasciare alla politica cosiddetta populista e sovranista la difesa del lavoro lavorato. Fatto sta che, tenuto conto della tradizione sindacale che non individua una corrispondente rappresentanza partitica, e tenuto conto della rottura ormai definitiva della “cinghia di trasmissione” tra Cgil e centrosinistra, il sindacato sembra una volta di più messo alle corde dalla politica.

 

Oltreoceano le unions non stanno meglio, anzi. Il partito repubblicano avrebbe in mente un vero e proprio disegno per ridimensionare il potere di influenza dei sindacati che risponde al nome di Right to Work: leggi che eliminano il requisito che i lavoratori, anche se non iscritti, paghino contributi ai sindacati. In merito, a maggio 2017 l’attivista repubblicano anti tasse Grover Norquist aveva dichiarato che il GOP potrebbe vincere anche nel 2020 se tali misure continueranno ad essere adottate da altri Stati. Uno studio appena pubblicato dal National Bureau of Economic Research conferma che Nordquist potrebbe avere ragione: negli stati dove è stato introdotto il Right to work, in media il voto democratico è calato del 3,5%, con effetti anche sulla affluenza. Causa i minori fondi a disposizione per le campagne di fund raising a favore dei democrats e per il voto.

Nel vecchio e nel nuovo continente quindi la situazione è quindi simile: il sindacato si trova di fronte a un trade off tra tra mobilitazione politica e reclutamento di nuovi iscritti nei posti di lavoro.

 

Ma di fronte a una minaccia di dimensioni tali come quella del Right to Work, i sindacati italiani possono farsi coraggio: la politica del Belpaese ha al più sfidato il sindacato con l’ipotesi di un salario minimo legale (ipotesi che viene ora contrastata a livello confederale) e il recente tentativo della politica populista di prendere la scena della fabbrica appare ben poca cosa. Anzi, a ben vedere queste iniziative offrono anche l’opportunità al sindacato per cominciare e ricostruire una credibilità corrosa. Almeno tra i lavoratori della fabbrica. Perché se l’elettore generico può scambiare le apparizioni nelle fabbriche con efficacia dell’azione politica, i lavoratori di quegli stabilimenti possono comprendere come si tratti in realtà di vendite elettorali allo scoperto, che non possono concretizzarsi in risultati, semplicemente perché la politica non ha i mezzi per intervenire nelle realtà produttive, se non a livello amministrativo (ministeriale o territoriale). Ciò a patto che il sindacato sappia comunicare le sue attività di contrattazione e di tutela nei luoghi di lavoro, anche in contrapposizione ai tentativi di strumentalizzare le vicende aziendali, ma senza rincorrere il consenso di brevissimo periodo con gli stessi mezzi frettolosi della politica. Pena continuare ad essere percepito anch’esso come un effimero gioco di potere, anziché un organismo vitale della rappresentanza che dura qualcosa di più di un giro di campagna elettorale.

Francesco Nespoli

ADAPT Research Fellow

@FranzNespoli

 

*Una versione precedente di questo articolo è pubblicato anche su Linkiesta, 8 febbraio 2018

 

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