20 maggio 2019

L’insularità non impedisce lo sviluppo economico. Uno sguardo al mercato del lavoro in Sardegna

Marco Contu


ADAPT - Scuola di alta formazione sulle relazioni industriali e di lavoro
Per iscriverti al Bollettino ADAPT clicca qui
Per entrare nella Scuola di ADAPT e nel progetto Fabbrica dei talenti scrivi a: selezione@adapt.it

Bollettino ADAPT 20 maggio 2019, n. 19

 

Poco più di un mese fa l’Istat ha pubblicato i dati medi relativi al mercato del lavoro nel 2018; un dato molto importante per poter leggere e analizzare la fase attuale e farsi un’idea, sebbene parziale, del mercato del lavoro in Sardegna.

Dai dati Istat si evince che la popolazione in età lavorativa in Sardegna nel 2018 è di 1.450.000, perdendo 4000 unità rispetto al 2017.
743 mila sono femmine, 707 mila sono maschi; la quota maggiore si inserisce nella fascia d’età   25-54 anni con 686 mila unità (-12.000), 619 mila nella fascia 55 e oltre (+10.000), 145 mila nella fascia 15-24 anni (-2000). Segno evidente di una popolazione che invecchia sempre più senza alcun ricambio e probabilmente di nuova emigrazione.

 

Il tasso di occupazione si attesta al 52,7% (+2,2% rispetto al 2017); il TdO italiano è al 58,5%, ci si distanzia quindi di 5,8 punti % dalla media italiana (nel 2017 la distanza era del 7,5%). Come da tanti anni l’isola si colloca sestultima per tasso di occupazione, ma sempre decisamente avanti      rispetto alle regioni del Meridione (addirittura +12% rispetto al TdO siciliano). Tra le regioni del c.d. Mezzogiorno l’incremento annuale sardo è quello più consistente ed è l’unica regione che sul decennio ha superato il TdO del 2008 (+0,4 punti).
Il TdO femminile sardo è al 45% (+2,9%), a 4,5 punti dalla media italiana (49,5%): erano 6,8 nel 2017. Il TdO maschile è al 60,4% (+1,7%) quindi 7,2 punti dalla media italiana. Molto importante il dato della crescita dell’occupazione femminile.
A livello provinciale la situazione è la seguente: Sassari 54% (+3,6%), Cagliari 53,8% (-1,1%),  Oristano 53,2% (+5,2%), Sud-Sardegna 51,2% (+4,4%), Nuoro 49,7% (+1%). Stupisce l’incremento occupazionale nella provincia di Oristano che si attesta la prima provincia dello Stato per la crescita di questo indicatore, e anche il Sud-Sardegna è tra le prime. In una classifica inversa sul   totale di quelle italiane Nuoro si conferma al 26° posto, il Sud-Sardegna al 30° (22° nel 2017),   Oristano al 32° (24° nel 2017), Cagliari al 34°, Sassari al 35°.
Il TdO femminile più elevato si conferma nella provincia di Cagliari con il 47,7% (+1%), seguita da Oristano con il 46,6% (+4,8%) e Sassari con il 45,5%; Nuoro (43,8%) e Sud-Sardegna (40,7%) rimangono sotto la media regionale.
Il settore dominante in Sardegna continua a essere quello dei servizi con 454mila occupati (+20.000), seguito dall’industria “in senso stretto” (estrazione di minerali da cave e miniere, manifattura, fornitura energia elettrica, gas, acqua etc…) con 57mila occupati (+3mila), costruzioni con 39mila occupati (meno un migliaio) e agricoltura con 33mila occupati (meno un migliaio).

 

Il tasso di disoccupazione sardo è al 15,4% (-1,6 rispetto al 2017); al 15,6% quello maschile (-1,3%) e al 15% quello femminile (-2,1%); la Sardegna si conferma al quinto posto per tasso di disoccupazione più alto, tra Puglia (16%) e Molise (13%); la media italiana è al 10,6%. Nel decennio 2008-2018 il TdD è aumentato di 3,2 punti.
La disoccupazione giovanile (15-24 anni) rimane alta al 35,7% ma con una forte riduzione di 11 punti rispetto al 2017 e addirittura una riduzione di 18 punti nei cinque anni della giunta regionale uscente; anche in questo caso una situazione nettamente migliore rispetto alle altre regioni del Mezzogiorno (e meglio della Liguria) che invece volano tra il 38% e il 54% di disoccupazione giovanile.
Il miglioramento del TdD è comunque un dato “positivo”, ancor più se si associa al calo del tasso di inattività, cioè quel tasso che calcola la % di persone che pur potendo lavorare non lavorano e non cercano lavoro (nel caso più temibile perché ormai scoraggiate e hanno perso la speranza oppure perché studiano, o si occupano a tempo pieno della cura della casa e del lavoro riproduttivo non retribuito); positivo perché così sappiamo che le persone che escono dalla disoccupazione non vanno a fomentare per lo più la quota di inattivi bensì quella degli occupati e quindi degli attivi.
Il tasso di inattività si attesta al 37,4% e cala di 1,5 punti; su questo tasso è ampia la forbice (18,8 punti) tra quello maschile (28,1%) e femminile (46,9%). Attenzione però perché la forbice italiana tra i due sessi è addirittura di 18,9 punti, spinta soprattutto dal mezzogiorno d’Italia, area rispetto alla quale la Sardegna si distingue positivamente anche in questo caso.

 

Contemporaneamente aumenta anche il tasso di attività (gli attivi sono composti dalla somma di occupati e disoccupati) che va al 62,6% rispetto al 61,1% del 2017; al 71,9% quello maschile (+0,8) e al 53,1% quello femminile (+2,2). Bisogna ricordarci inoltre che sparsi tra gli attivi e gli inattivi ci sono i c.d. NEET, cioè i giovani tra 15 e 29 anni che non studiano e non lavorano; secondo l’Istat la media di NEET sardi nel 2018 è del 27,7%, il 31,3% maschi e il 23,7% femmine, in diminuzione del 1,4% rispetto al 2017. Dati ANPAL del Luglio 2018 (riferiti al 2017) ci permettono un ulteriore approfondimento sui NEET; questi infatti sono suddivisibili in 4 gruppi: (1) in cerca di occupazione, in Sardegna sono il 42,3% sul totale quindi la quota nettamente maggioritaria; (2) in cerca di opportunità, sono il 26,1%; (3) indisponibili ad attivarsi (vuoi per ragioni di salute o di responsabilità familiare), sono il 14,8%; (4) disimpegnati o scoraggiati, cioè quelli che pur potendo lavorare o formarsi in quanto privi di obblighi socio-familiari non lo fanno, sono il 16,8%, una cifra abbastanza alta e preoccupante, sopra la media italiana e dietro solo a Basilicata, Sicilia e Campania.

 

Scendendo al livello provinciale, il tasso di disoccupazione migliora dappertutto tranne che nel cagliaritano dove si passa dal 15,5% del 2017 al 16,2% del 2018; il minor tasso si registra anche quest’anno a Nuoro con un immutato 13%, seguita da Oristano con il 13,3% dove si registra la riduzione più intensa di tutte le province dello stato, con un calo di 4,5 punti (era al 17,9% nel 2017); poi Sassari con il 14,5% (-2,4) e infine il Sud-Sardegna con una disoccupazione al 17,7% ma con un forte miglioramento rispetto al 21,4% del 2017.
Il TdD femminile più alto è nel Sud-Sardegna con il 19,5%, il più basso a Nuoro con l’11% (dove però c’è il più alto tasso di inattività femminile al 50,7%); a Oristano la disoccupazione femminile si attesta all’11,8% con una forte riduzione di ben 6 punti; Sassari al 14,6%, Cagliari al 14,9%.
Per quanto riguarda il tasso di attività: Cagliari 64,5; Sassari 63,5; Sud-Sardegna 62,4; Oristano 61,5; Nuoro 57,3; migliora dappertutto tranne a Cagliari. Quello di inattività: Cagliari 35,5; Sassari 36,5; Sud-Sardegna 37,6; Oristano 38,5; Nuoro 42,7; anche questo migliora dappertutto tranne nella provincia di Cagliari.
Per quanto riguarda i NEET (sempre dati ANPAL 2018 riferiti al 2017): Oristano è la provincia con la minor incidenza (23%), seguita da Nuoro (24,7%), Cagliari (27%), Sassari (29,4%), Sud-Sardegna (36,4%).

 

Questo quadro – sia ben chiaro – può essere utile solo a dare una idea della situazione, in quanto ben più profondo deve essere il lavoro di analisi, dal quale i dati presentati potrebbero essere ridimensionati e reinterpretati (è quanto proverò a fare in un articolo successivo). Infatti bisogna sempre tenere presente che per l’Istat “occupato” è colui che ha svolto almeno un’ora di lavoro nella settimana di svolgimento dell’indagine; d’altro lato bisogna sempre tenere a mente la grande quota di lavoro sommerso e di economia informale esistente, per cui gli occupati potrebbero risultare di più. Bisognerebbe analizzare inoltre la qualità del lavoro e quindi il numero di ore lavorate, i livelli retributivi, il part-time involontario, l’incidenza dei contratti precari e occasionali, il tempo di permanenza nei diversi stati, e altro ancora. Un’altra domanda cui sarebbe interessante rispondere è se e in che misura questi miglioramenti siano riconducibili alle politiche lavoristiche regionali e statali o rispondono all’andamento economico generale.
Il programma LavoRas – con il piano cantieri che ha coinvolto pressoché tutti i 377 comuni sardi, gli assegni formativi e gli incentivi occupazionali (peraltro cumulabili con tutti gli altri sgravi contributivi statali già presenti) per l’assunzione di disoccupati di tutte le età a tempo indeterminato e a tempo determinato per almeno un anno, per l’apprendistato professionalizzante e anche per il contratto intermittente degli  over 55 – ha sicuramente contribuito all’aumento quantitativo dell’occupazione. Allo stesso modo la forte politica regionale di promozione dei tirocini extracurriculari (che ho avuto modo di seguire da vicino con la rete Cambiamo le regole sui tirocini) probabilmente ha avuto una certa incidenza nell’aumento del tasso di attività e nella diminuzione del tasso di inattività (stimiamo circa 10.000 attivazioni di tirocini durante il 2018) ma non incide di per sé sulla % di occupati in quanto il tirocinio non è considerato un lavoro[1].

 

Se la (non)formazione è una fase fortemente critica del tirocinio, lo è anche in generale nel sistema lavoro in Sardegna, rappresentando forse il vero punto debole sul quale occorre intervenire in maniera strutturale sia dal punto di vista prettamente pedagogico sia in un’ottica di riorganizzazione sinergica con le economie del territorio (e compatibili con il territorio). Se il tasso di abbandono scolastico nel 2018 è salito al 18,3% (+0,2), un ulteriore recente dato negativo arriva dal monitoraggio Miur-Indire sugli Istituti Tecnici Superiori post-diploma. Il monitoraggio registra che a livello statale “l’80% dei diplomati ha trovato lavoro ad un anno dal diploma di cui il 90% in un’area coerente con il percorso concluso”, rappresentando il canale formativo che ha maggiore successo occupazionale in Italia, ma il contributo della Sardegna è ridotto all’osso se non pietoso, infatti detiene il primato per tasso di abbandono con il 62% degli iscritti ai corsi ritiratisi (il secondo posto vede un tasso del 39%) e nessun corso ha ottenuto risultati minimamente sufficienti, posizionandosi tutti  a chiusura della graduatoria sui 139 corsi monitorati.

 

Da questo breve quadro generale esce comunque una situazione di sommario miglioramento in termini di ripresa dell’occupazione e di femminilizzazione dell’occupazione sarda. Un importante dato che ho voluto sottolineare è che su base comparativa la Sardegna continua a distinguersi in positivo dalle altre regioni del Mezzogiorno d’Italia, a ennesima dimostrazione che l’insularità non è la condizione impeditiva dello sviluppo economico.
Sono tanti gli spazi occupabili in cui poter liberare potenziale ed energie, su cui poter prosperare e coltivare il desiderio di continuare a vivere nella nostra isola senza la costrizione di dover emigrare. Quale strada dobbiamo seguire?

 

Marco Contu

Studente del corso di laurea magistrale in Relazioni di lavoro

Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

@marco_contu94

 

[1] Secondo il Rapporto annuale sulle comunicazioni obbligatorie 2018 la variazione dell’attivazione dei tirocini in Sardegna tra il 2016 e il 2017 è stata del +59,7% contro una media italiana del +15,4%; a Maggio 2018 i tirocini attivati in Sardegna erano 3.950 (v. Tirocini, allarme lavoro nero, L’Unione Sarda, 24 Giugno 2018).
Secondo l’osservatorio della rete Cambiamo le regole sui tirocini, i tirocini attivati tra Gennaio e Aprile 2019 dall’ASPAL sono solamente 977, una contrazione dovuta all’assenza durante questa annualità delle tipologie di tirocinio cofinanziate (quella A per i NEET con 300€ a carico dell’INPS e 150€ a carico dell’impresa, e quella B con 300€ a carico dell’ASPAL e 150€ a carico dell’impresa, più il rimborso della copertura INAIL)

 




PinIt