Lavoro, porte aperte coi social ma a attenzione ai dati personali

Quello che gli altri pensano di noi è qualcosa che ci insegue, che ci definisce. Secondo Warren Buffet, imprenditore e economista e filantropo «ci vogliono vent’anni per costruire una reputazione e cinque minuti per rovinarla».

Nel mondo digitale, la reputazione assume diversi connotati rispetto al passato: ciò che è scritto non si cancella facilmente. Del resto, verba volant, scripta manent. Il tema della reputazione è centrale nella ricerca di un lavoro: le proiezioni di una persona online possono anche far capire all’azienda che il candidato ha una certa visibilità e una certa autorevolezza.

« una delle prime curiosità dell’esaminatore dopo i convenevoli di rito è stata quella di sapere come mai non fossi presente sui principali social network e il mio nome non rintracciabile sul più importante motore di ricerca. E così, tra le varie e già faticose peregrinazioni in cerca di una futura opportunità lavorativa, mi ritrovo pure mortificata, scoprendo che il riserbo è una nota di demerito oggigiorno e la completa estraneità al mondo virtuale, vista come un deficit», scrive MC a Lo Specchio dei Tempi de La Stampa.

Nel mondo moderno ci dimentichiamo spesso di quel confine che esisteva una volta tra pubblico e privato. Ma se la mancanza di profili sui social network può essere un ostacolo alla ricerca di un lavoro, anche la presenza assidua e costante sul web può costituire un problema…

 

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