6 luglio 2016

La grande trasformazione non compresa fa perdere la rappresentanza

Francesco Seghezzi e Michele Tiraboschi


L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea segna indelebilmente uno spartiacque nella storia dell’Occidente e per questo non smette di far discutere e di lasciare spazio alle più varie interpretazioni. Quello che è certo è che non si può parlare di un fulmine a ciel sereno, e che è chiaro a tutti, anche a chi non vuole ammetterlo, che ci troviamo all’interno di una nuova edizione di quella Grande Trasformazione di cui Karl Polanyi, proprio parlando dell’Inghilterra, scriveva ormai sessant’anni fa. Allora si trattava di una trasformazione economica, con la nascita del libero mercato, ma pur sempre originata da una profonda mutazione antropologica e quindi politica.

 

Oggi si tratta dei prodromi di una nuova e imponente trasformazione economica, la globalizzazione, che sta avendo pesanti ripercussioni geografiche, antropologiche e quindi politiche. Si è provato a giustificare il voto leave della maggioranza dei britannici utilizzando motivazioni sociologiche banali, costruendo contrapposizioni generazionali, ma spesso si tratta proprio di spiegazioni che servono per evitare di scavare a fondo.

 

La globalizzazione ha portato a un progressivo superamento dei confini nazionali e del modello dello Stato-nazione anche dal punto di vista economico e sociale. Hanno guadagnato spazio le città come luoghi che più sanno interpretare il cambiamento, diventando luoghi di innovazione e aggregazione in quanto hub che consentono una proiezione globale, come se fossero nuove nazioni. La crescita del ruolo delle città ha lasciato indietro chi non vive nelle città, e quindi si sente escluso (e spesso lo è) dal cambiamento in atto, che subisce.

 

Una chiave di interpretazione che ci sembra valida è quella della crisi della rappresentanza intesa come crisi di tutto ciò che si trova tra la persona e l’istituzione. Crisi che si ripercuote sui partiti, sui sindacati, sulle associazioni di rappresentanza e su molto altro ancora. E crisi che ci sembra derivare dalla grande incapacità proprio dei corpi intermedi di saper comprendere e interpretare la Grande trasformazione in atto.

 

Il tema del lavoro può apparire un punto di vista parziale, ma non è così. A partire dagli anni 80 del Novecento il modello fordista della fabbrica operaia, che scandiva le giornate di una grande parte della popolazione, è lentamente andato in crisi, complice innovazione tecnologica e processi di delocalizzazione. Gli occupati nella manifattura in Inghilterra sono meno della metà di quanti erano nel 1980. Moltissimi posti di lavoro sono andati perduti e i lavoratori hanno dovuto trovare nuovi impieghi, in settori lontanissimi magari da quelli per il quale avevano competenze, si sono dovuti spostare nelle grandi città alla ricerca di opportunità, lasciando nelle periferie disagio, povertà e frustrazione. I momenti di crisi erano quelli nei quali il bisogno di rappresentanza era più forte, il sindacato era visto come uno strumento utile perché sapeva come risolvere i problemi e ci riusciva, il partito era composto da persone alle quali si poteva fare riferimento (pur con tutti gli aspetti negativi che ben conosciamo).

 

Oggi i corpi intermedi tradizionali sembrano allo sbaraglio di fronte alla crisi di quella società che ormai tutti vedono come lontana e passata. Il lavoro stabile non esiste più, ma il sindacatosi mostra intento a difenderlo, la flessibilità non è uno spauracchio, ma una realtà, eppure sembra non essere accettata e quindi non è rappresentata. La risposta a questo è stato ed è l’individualismo, in Inghilterra anche teorizzato politicamente dalla metà degli anni 70.

 

Un individualismo che è lentamente penetrato nella struttura antropologica fino a far sì che tutto ciò che non va si può risolvere unicamente nella contrapposizione dialettica tra il sé e il“nemico”: cioè l’istituzione, la politica, lo straniero, il padrone… Un conflitto che, essendo spesso destinato a concludersi con una sconfitta (o la percezione di una sconfitta), alimenta rabbia, frustrazione, insoddisfazione, in un circolo vizioso pericoloso e costante. Il non aver saputo leggere la trasformazione ha fatto sì che tantissime persone fossero lasciate indietro, che si creassero quelle <periferie geografiche ed esistenziali > che papa Francesco continua a illuminare con la sua parola e i suoi gesti fin dai primi giorni del pontificato.

 

Un fenomeno questo che ha causato reazioni differenti a seconda delle fasce d’età, ma che porta allo stesso risultato. Da un lato le persone più anziane che soffrono tutto lo scotto di un modello di rappresentanza nel quale hanno creduto per decenni e che oggi non sembra più utile, e che quindi sono portati a un voto contro tutto questo. Dall’altro i giovani, che non hanno il ricordo di questa rappresentanza e partono direttamente immersi nell’idea che ci si possa disinteressare della società e dell’altro, senza neanche nulla da recriminare, e quindi non vanno a votare.

 

Due facce della stessa medaglia, che non giustificano alcun comportamento, né possono far rimpiangere un modello che non c’è più e neanche assolvere l’Europa dalle proprie colpe. Non capire la Grande Trasformazione non significa rifugiarsi nella memoria del Welfare State, del posto fisso, dello scatto d’anzianità automatico. Significa al contrario non sapere affrontare problemi come disoccupazione giovanile, bassa qualità del lavoro, instabilità professionale…

 

Può sembrare poco, una mera discussione sulle soluzioni politiche, ma è molto di più. È la speranza di una risposta a un disagio che c’è, di un ritorno a una dimensione di comunità che non tema l’alterità, sia essa un’altra persona o sia essa uno scenario economico che non si comprende. Un disagio che oggi soprattutto nei giovani, conduce spesso a immaginare soluzioni anacronistiche (Sanders, Iglesias, Varoufakis e i loro opposti Farage, Le Pen, Alba Dorata, Salvini…),quasi che oggi non ci si sentisse in grado di pensare a modelli nuovi per affrontare il futuro.

 

La sfida dell’Europa è quella di tornare a far politica, a proporre e discutere soluzioni concrete a problemi reali, soprattutto a chi non la capisce perché la sente lontana ed è quasi rassegnato all’impossibilità di un’integrazione non duramente conflittuale e dell’inclusione. Continuare a ignorare la malattia significa scegliere di non curarla, e oggi i sintomi sono troppo gravi.

 

 

Francesco Seghezzi

Responsabile comunicazione e relazioni esterne di Adapt

Direttore ADAPT University Press

@francescoseghezz

 

 

Michele Tiraboschi

Coordinatore scientifico ADAPT

@Michele_ADAPT

 

 

Pubblicato anche in Avvenire, il 6 luglio 2016

 

 

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