Politically (in)correct una rubrica ADAPT sul lavoro – Jobs act: una notte in cui tutte le vacche sono nere

a cura di Giuliano Cazzola

 

 


Benché venga invocato con la stessa sfibrante insistenza di una tribù di aborigeni che intesse, in tempi di prolungata siccità, una danza della pioggia, il Jobs act di Matteo Renzi, da quanto è stato reso noto il documento eNews381 ad oggi, è riuscito soltanto a farsi aggiungere una “s”. Il resto è immerso – direbbe Gigliola Cinquetti – in “una notte in cui tutte le vacche sono nere”. Anche la sua collocazione nei punti prioritari dell’agenda del “garzoncello scherzoso” è piuttosto variabile: da ultimo, dopo la doccia fredda dei dati Istat sulla (dis)occupazione, l’impegno per il varo Jobs act ha ripreso fiato e vigore. I bene informati garantiscono che anche il codice semplificato del lavoro subirà un’accelerazione, essendo questo il biglietto da visita con cui Renzi vuol presentare il suo governo ad Angela Merkel.

Chi ha avuto la pazienza di seguire la rubrica si sarà accorto che la stima e la considerazione di chi scrive per il giovane premier sono assai ridotte. Considerando, però, che non si può sempre stare in guerra soprattutto quando, come il sottoscritto, si “conta” all’incirca come il due di coppe quando briscola è bastoni, sembra il caso di attendere il governo all’opera, essendo per ora le indicazioni di Renzi talmente generiche da poter approdare in ogni dove. Del resto, in materia di lavoro e di welfare è già stato inventato di tutto. Il problema vero è quello di scegliere una linea che sia in grado non già di risolvere la questione del lavoro a partire dal dramma della disoccupazione giovanile, ma di promuovere almeno delle iniziative legislative che – unitamente alle politiche economiche possibili – siano di aiuto e non di ostacolo alle assunzioni. È un’idea balzana quella che i governi abbiano il potere di creare lavoro, sbloccare il credito, finanziare infrastrutture, assumere nella pubblica amministrazione: un’idea balzana, purtroppo messa in circolazione in questi anni in cui si è voluto fare strame della politica per tornare, con l’attuale governo, alla fine della fiera, alla solita politica, con l’aggravante dell’inesperienza e della improvvisazione.

Per farla breve: quale sarà il Renzi del Jobs act? Quello che, nel 2012, alla sera dopo cena faceva i compiti che gli aveva assegnato Pietro Ichino (non è un caso che abbia voluto esibire sul banco del governo un libro scritto dal giurista-senatore per spiegare il diritto del lavoro ai ragazzi)? Oppure colui che nel 2013 ha vinto la sua battaglia contrapponendo al populismo plebeo di Beppe Grillo e a quello in doppiopetto del Cavaliere, il suo populismo istituzionale? Durante il dibattito nella direzione del Pd del 13 febbraio, quando Renzi ha cambiato il suo hashtag da #enricostasereno in #enricofattidaparte, è stato tutto un fiorire di citazioni poetiche da parte di quanti si sforzavano di legare l’asino laddove indicava il nuovo padrone. La parte del leone, a partire dalla relazione del segretario, è toccata a Robert Frost con la storia delle due strade nel bosco di cui occorre percorrere quella meno battuta. Ricordate? La citazione produsse un effetto imitativo: i giovani renziani non avevano dimenticato che i loro genitori – ex sessantottini – li condussero al cinema a vedere “L’attimo fuggente” e, da nostalgici del voto politico, indicarono come fulgido esempio di docente quel professore – interpretato da Robin Willams – che invitava i suoi studenti a strappare e a cestinare le pagine dei libri di testo. Però il bivio è drammaticamente reale.

In materia di lavoro Matteo Renzi ha davanti a sé due strade: ambedue presenti nel suo partito, nello stesso governo e nel dibattito aperto nel Paese. Il primo sentiero, quello più battuto, conduce ad un mercato del lavoro drogato dagli incentivi ad assumere a tempo indeterminato, ossessionato dal dover rispondere alle esigenze di flessibilità di cui il sistema produttivo ha bisogno, convinto che solo i vincoli, le proibizioni e le abiure possano ripristinare quel sistema tolemaico in cui tutto ruotava (o almeno così appariva) intorno all’asse del lavoro standard. La sinistra del suo partito ha preparato un cahier de doléances, includendovi una revisione della riforma Monti-Fornero delle pensioni, così da consentire ancora a legioni di under 60enni di andare in quiescenza (dal 2000 al 2012 si è trattato di tre milioni di persone circa) e, magari, un inasprimento della legge n. 92 del 2012 in materia di lavoro allo scopo di togliere di mezzo anche quei modesti accorgimenti che il mondo delle imprese ha adottato per difendersi dagli aspetti più persecutori che in quel testo sono previsti per quanto riguarda le assunzioni e le tipologie dei rapporti di lavoro. Quale sarà il ruolo degli ammortizzatori sociali dopo la cura di Renzi? La logica sarà quella di estendere, a tutti, prestazioni di sostegno al reddito di chi ha perduto o sta perdendo il lavoro senza preoccuparsi di aiutarlo ed incentivarlo a trovare altre opportunità? Ovvero, tali prestazioni riformate serviranno ad accompagnare il lavoratore verso una nuova occupazione In sostanza, il governo allargherà ancora i cordoni della borsa per fare politiche passive che durino il più a lungo possibile, magari rendendo permanente, da un lato, il ricorso alla cassa integrazione in deroga, dall’altro assistendo i c.d. esodati per decenni, come se fossero Cavalieri di Vittorio Veneto? Oppure accetterà la sfida delle politiche attive, del contratto di ri-collocazione, della mobilità da posto a posto, della riconversione professionale e dell’outplacement: azioni ed iniziative sorrette da una rete efficace ed efficiente di ammortizzatori sociali di nuova generazione di cui siano caratteristiche essenziali la condizionalità, la temporaneità, l’incentivazione a darsi da fare?

 

Il destino – Renzi ha sicuramente molto fortuna – ha voluto che al nuovo governo arrivasse in dote il programma “Garanzia giovani”, predisposto con sufficiente cura dall’esecutivo precedente. Il programma prevede che ad ogni giovane che esca da un ciclo scolastico e non abbia immediatamente un’occasione di lavoro venga offerto dal servizio pubblico in collaborazione stretta con organizzazioni private imprenditoriali, entro il termine massimo di 4 mesi: un servizio di orientamento scolastico e professionale; una opportunità di lavoro, o di addestramento, di formazione on the job o apprendistato, indirizzata verso gli skill shortages, cioè le migliaia di posti di lavoro che in Italia restano permanentemente scoperti per difetto di persone con le attitudini richieste; oppure, dove possibile, una forma di assistenza per l’ avvio di lavoro autonomo o di impresa o un impegno nel servizio civile. La novità di questo programma, promosso in tutti i Paesi e co-finanziato dalla Ue, sta proprio nel mettere a prova i servizi per l’impiego pubblici e privati nello svolgere una funzione di politica attiva. È questa la svolta di valore generale che va oltre i risultati che si potranno ottenere, nell’opera di “stanare” i NEET offrendo loro una opportunità lavorativa e formativa e favorendo così il loro approccio con il mercato del lavoro.

 

A fronte di tale impegno (che non è chiamato a risolvere il problema dell’occupazione giovanile, che non crea posti ma cerca di coprire quelli che ci sono), aver fatto “tabula rasa” nel dicastero del lavoro non è stata un atto di buona politica. Essersi privati, oltreché di un buon ministro come Enrico Giovannini, di uno dei migliori economisti del lavoro come Carlo dell’Aringa, è stata un’operazione stucchevole, arrogante ed insensata. Ma tant’è. Si arriva poi alle carte non ancora scoperte nel poker di Renzi. Come sarà il contratto di inserimento a tutela differenziata e crescente? Tutti si aspettano che questa iniziativa si misuri con il tabù dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, in quanto la prevista tutela ad efficacia reale (consistente nella reintegra nel posto di lavoro) dovrebbe cedere il passo, durante i primi anni, ad una forma di protezione obbligatoria. Intanto è stato accantonato l’aggettivo “unico”.

 

Tutti coloro che si sono avventurati nei meandri del “contratto unico a tutela differenziata e crescente”, da Tito Boeri a Pietro Ichino, sono concordi nel ritenere che una forma siffatta non potrà mai escludere tutte le altre anche vi fosse l’assoluta libertà di licenziamento. Ci sono tipologie di rapporti che possono essere adeguatamente regolati soltanto attraverso contratti specifici (a termine, job on call, somministrazione, consulenze, ecc.). Se vogliamo essere seri e attenti alla realtà (nel 2007 la sinistra che volle abolire lo staff leasing è arrivata a riconoscere oggi che si tratta di un chiaro esempio di flessibilità buona), il rapporto prefigurato dal premier-segretario potrà avere un senso se diventa una revisione del contratto di lavoro a tempo indeterminato, chiamato a convivere con le altre forme, ciascuna nel suo ambito e nella sua funzione. Ma non sarebbe più opportuno assecondare una tendenza esistente, certificata tra l’altro dal primo monitoraggio sull’applicazione della legge Fornero, e sperimentare l’acausalità nel contratto a tempo determinato, estendendola a tutti i 36 mesi previsti? In fondo si tratterebbe di tornare all’idea del “contratto Expo” (indicando quindi anche la data del 31 dicembre 2015 come conclusione della sperimentazione) che nel frattempo si è smarrita nei meandri in un negoziato sindacale.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 

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