Il mio canto libero – Gino Giugni, riformista

Bollettino ADAPT 16 dicembre 2019, n. 45

 

Gino Giugni, “padre” dello Statuto dei Lavoratori, è stato variamente ricordato in questi giorni in occasione del decennale dalla morte. Nella primavera del 1983 egli subì un attentato brigatista in quanto ritenuto una intelligenza professionale al servizio della composizione dei conflitti sociali. “Ragione” che fu alla base delle altre aggressioni terroristiche a figure esperte del lavoro con conseguenze, purtroppo, più tragiche. Craxi, segretario del Partito Socialista cui Giugni aveva da tempo aderito dopo le simpatie giovanili per il Partito d’Azione e per la socialdemocrazia di Saragat, decise di candidarlo per il collegio senatoriale di San Donà di Piave (Ve) nel voto anticipato che di lì a poco si svolse. Io ero entrato in Parlamento nel 1979 quale deputato del collegio che comprendeva le intere province di Venezia e di Treviso. E così mi candidavo in quello stesso anno per la rielezione anche nel territorio del Veneto Orientale. La comune amicizia con Gianni De Michelis ci fece conoscere stabilendo una intensa collaborazione umana e politica nei dieci anni successivi. Gino frequentava il collegio di elezione con l’intensità di un militante generoso ed umile, curando la rappresentanza degli interessi dei lavoratori delle fabbriche come dei piccoli imprenditori. Osservava compiaciuto la grande crescita economica e sociale di quell’area nella convinzione che il suo diritto del lavoro dovesse vivere nell’evoluzione delle relazioni collettive e individuali. Amava ricordare quanto gli disse Brodolini, prima dell’ultimo viaggio a Zurigo per la malattia, a proposito di uno Statuto che avrebbe dovuto rimanere ancorato ai “lavoratori” senza decadere a strumento dei “lavativi”. Raccontava di non avere amato certi irrigidimenti prodottisi nel compromesso parlamentare o nella interpretazione di certa giurisprudenza ideologizzata. Pur affermando la natura implicitamente dialettica del rapporto di lavoro, auspicava la soluzione dei conflitti attraverso gli strumenti della conciliazione e dell’arbitrato (tema del recente convegno dedicatogli da Aidlass).

 

Quando poi nel 1987 venne eletto anche nel collegio senatoriale di Conegliano, territorio di intense relazioni industriali maturate nelle fabbriche metalmeccaniche, volle fondare li un centro studi del lavoro dedicato alle nuove prospettive che si stavano aprendo con la caduta del comunismo e vi organizzò il primo incontro tra giuslavoristi dei vicini Paesi che avrebbero presto vissuto una veloce transizione all’economia di mercato. I suoi consigli si rivolgevano ad un impianto regolatorio semplice, fatto non di garanzie immutabili ma di sostegni alla duttile contrattazione, funzionale in primo luogo alla attrazione di investimenti e allo sviluppo d’impresa. Fu quindi insieme socialista e liberale ma soprattutto riformista nel metodo empirico che praticava.

 

Nei prossimi mesi lo Statuto dei Lavoratori compirà 50 anni ed il migliore modo per capirne il significato più autentico, storicizzandolo, sarà la lettura di una bella intervista di Giugni al più giovane collega Pietro Ichino del 1993 nella quale affermava: “Potremmo dire che quanto piu la società migliora, e il diritto del lavoro consegue e consolida il suo obiettivo di riequilibrio tra le parti, tanto meno c’è bisogno del diritto del lavoro stesso”. Era un paradosso, una consapevole utopia, ma utile a spiegare il senso e l’adattività di un diritto vivente.

 

Maurizio Sacconi
Chairman ADAPT Steering Committee
@MaurizioSacconi

 

Il mio canto libero – Gino Giugni, riformista
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