27 gennaio 2020

Il dibattito attuale sulla riforma delle pensioni, tra quota 102 e proposte sindacali

Michele Dalla Sega


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Bollettino ADAPT 27 gennaio 2020, n. 4

 

Nell’ultimo periodo, anche alla luce della prossima scadenza della misura conosciuta come “quota 100”, il governo ha ufficialmente riaperto il cantiere della riforma delle pensioni. La ministra del Lavoro e delle Politiche sociali, Nunzia Catalfo, ha ribadito che l’obiettivo è superare la riforma Fornero, promuovendo uscite flessibili. In particolar modo, ha assunto centralità nel dibattito la proposta di “Quota 102”, che prevede un pensionamento agevolato a 64 anni di età, adeguata alla speranza di vita, con 37/38 anni di contributi. Per chi dovesse aderire a tale opzione, sarebbe però previsto un ricalcolo completamente contributivo della pensione (così come è previsto oggi per l’”opzione donna”) che potrebbe portare a una decurtazione dell’assegno pensionistico attorno al 25-35%. Si tratta di una soluzione che punta a garantire flessibilità in uscita anche in futuro, riducendo però i costi rispetto a “quota 100”.

 

Il sindacato ha però bocciato la proposta in maniera netta e unanime. Roberto Ghiselli, segretario confederale della Cgil, ha criticato fortemente tale soluzione, sottolineando come sia il requisito anagrafico che quello contributivo vadano a penalizzare le fasce più deboli sul mercato del lavoro, in primo luogo giovani e donne, rendendo più complesso l’accesso alla pensione anticipata per la maggior parte delle persone. Per la Uil, invece, secondo il segretario confederale Domenico Proietti, tale proposta piuttosto che risolvere i problemi ricollegati a quota 100, contribuisce ad aggravarli, senza garantire la necessaria flessibilità e penalizzando i lavoratori con il ricalcolo contributivo. Vi è infine la Cisl, che ha manifestato attraverso il segretario confederale Ignazio Ganga un’opposizione sia nel merito, poiché tale proposta si allontana da quanto previsto dalla piattaforma unitaria delle tre principali confederazioni sindacali, sia nel metodo, poiché il primo passo da compiere dovrebbe essere l’apertura di un tavolo di confronto tra governo e parti sociali sul tema. Tale tavolo di confronto è stato effettivamente aperto da Nunzia Catalfo, la quale ha convocato per lunedì 27 gennaio Cgil, Cisl e Uil per riprendere il confronto sui temi previdenziali, in vista poi di costituire un nucleo di esperti per la riforma pensionistica.

 

Le proposte dei sindacati

 

Nell’attesa dell’incontro e dei successivi tavoli tecnici che saranno fissati, sono state rese note dagli stessi sindacati le linee generali della piattaforma unitaria con la quale si presenteranno in sede di discussione. I punti principali appaiono chiari e riprendono quanto previsto in tema di pensioni dalla piattaforma unitaria presentata dalle confederazioni sindacali nel 2018, in merito alla legge di bilancio del 2019.

 

Una prima proposta consiste nel garantire un’uscita flessibile, a partire dai 62 anni con un requisito contributivo che non superi i 20 anni. In tal modo si mira a garantire ai lavoratori con più di 62 anni di età e almeno 20 di anzianità contributiva di poter scegliere quando lasciare il lavoro. Il contenimento dell’età pensionabile appare un obiettivo sul quale i sindacati non intendono cedere. Una battaglia in linea con quella portata avanti dai sindacati francesi nei confronti della riforma delle pensioni voluta fortemente da Emmanuel Macron, per rivedere la soglia attuale dei 62 anni per la quiescenza (seppur con molte eccezioni, riferite alle diverse categorie di lavoratori). In quel caso, il governo francese è stato costretto al ritiro provvisorio della parte del progetto di legge che prevedeva una nuova età di equilibrio a 64 anni. Nel caso italiano, invece, adottare la proposta dei sindacati significherebbe tornare a requisiti simili a quelli previsti prima del 2012, quando la legge chiedeva il compimento dei 60 anni di età per le donne e di 65 anni per gli uomini, oltre ad un’anzianità contributiva di 20 anni, comportando inevitabilmente un sensibile aumento della spesa pensionistica.

L’altro canale proposto dai sindacati, basato esclusivamente sulla contribuzione versata, prevederebbe la possibilità di andare in pensione quando i lavoratori abbiano versato 41 anni di contributi, a prescindere dall’età.

Particolare rilievo è assunto poi dalla richiesta di separare la spesa previdenziale da quella assistenziale, in maniera tale da fornire – secondo la visione del sindacato – una più corretta rappresentazione della spesa pensionistica italiana, nonché dalla proposta di eliminare l’adeguamento automatico alla speranza di vita applicato ai requisiti di accesso alle prestazioni pensionistiche.

Specifiche previsioni dovrebbero poi riguardare le fasce deboli del mondo del lavoro. Si parla infatti in primo luogo di una pensione di garanzia per i giovani e per coloro che abbiano avuto lavori discontinui e precari. Inoltre, appare forte la domanda di un sostegno alla pensione delle donne, valorizzando sul piano dei contributi il lavoro di cura e prevedendo maggiore flessibilità in uscita, con anticipi nell’accesso alla pensione proporzionati ai carichi famigliari. Infine, viene richiesta una soluzione definitiva sulla questione dei lavoratori esodati e specifiche previsioni per i lavoratori addetti a mansioni usuranti, con adeguate risposte previdenziali che tengano conto delle specificità professionali.

 

Prime reazioni e prossime tappe

 

La proposta ha già comportato le prime reazioni nel mondo politico, con visioni contrastanti anche tra partiti dello stesso governo. Come riportato dal quotidiano La Repubblica, da un lato Stefano Fassina e Nicola Fratoianni, deputati di Liberi e Uguali hanno mostrato di apprezzare l’idea portata avanti dai principali sindacati confederali, ritenendola ragionevole e condivisibile. Ben diversa l’opinione di chi come Luigi Marattin, deputato di Italia Viva, ritiene “inaccettabile” l’idea di abbassare l’età pensionabile a 62 anni e dimezzare contemporaneamente l’anzianità contributiva. Anche Elsa Fornero, ministro del lavoro ai tempi della riforma del 2011, ha fortemente criticato la proposta dei sindacati, giudicandola “irresponsabile”, per l’aumento eccessivo della spesa pensionistica che si verificherebbe qualora fosse concesso in modo generalizzato l’accesso alla pensione all’età di 62 anni. Dal canto suo, invece, Pasquale Tridico, ha aperto alle proposte dei sindacati, considerando prioritaria la flessibilità in uscita purché, però, gli assegni pensionistici siano calcolati con il sistema contributivo. Il Presidente dell’Inps ha inoltre condiviso la necessità di prevedere pensioni di garanzia per i giovani, che possano colmare i vuoti contributivi dovuti al lavoro precario.

Il cantiere della riforma delle pensioni appare quindi pienamente avviato, così come il dibattito attorno alle prime proposte. I prossimi mesi saranno decisivi per comprendere quale direzione prenderà il governo e se un contributo importante potrà essere fornito sul tema dalle parti sociali.

 

Michele Dalla Sega

ADAPT Junior Fellow

@Michele_ds95

 




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