Diario di viaggio nel mercato agricolo della Capitanata/2 – Manodopera straniera e le sfide per le relazioni industriali

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Bollettino ADAPT 31 maggio 2021, n. 21

 

Questo diario accompagna il percorso di studio sulla rappresentanza dei lavoratori stranieri in Provincia di Foggia condotto dall’autrice nell’ambito del dottorato di ricerca svolto in apprendistato presso la Fai Cisl di Foggia come operatore sindacale.

 

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Le relazioni industriali nella Capitanata sono caratterizzate da un marcato individualismo delle parti sociali, che implicando azioni tendenzialmente unilaterali e poco coordinate, inibisce la possibilità di intervenire in modo incisivo sui problemi del mercato territoriale del lavoro, quali il caporalato e lo sfruttamento della manodopera. Se da una parte, poi, i sindacati hanno dovuto fare i conti negli anni con un cambiamento nel loro bacino di rappresentanza, dato dall’incremento della forza lavoro straniera nel mercato; dall’altra, le associazioni datoriali si confrontano con un mondo delle imprese locali particolarmente frammentato che complica le opportunità di fare sistema e di sviluppare logiche di filiera.

 

Fino a trent’anni fa l’azione sindacale in Capitanata era prevalentemente conflittuale. Per fare un contratto si impiegavano fino a 8 mesi di scioperi svolti sempre durante la fase della raccolta dei prodotti. Con le mobilitazioni fu possibile conquistare molti diritti, che oggi, però, sono di nuovo in discussione, soprattutto a cause delle sfide che tuttora interessano il territorio, come i problemi legati al caporalato, al sotto salario, al grave sfruttamento lavorativo e al lavoro grigio. Una delle motivazioni dell’allentamento della conflittualità dell’azione sindacale potrebbe risiedere nel decremento del tasso di rappresentatività. Nel 2020 infatti su 46.704 operai agricoli iscritti negli elenchi anagrafici della Provincia di Foggia, solo 13.941 risultavano iscritti al sindacato. Il sistema agricolo, peraltro, diversamente da altri settori produttivi, prevede una modalità particolare di iscrizione al sindacato, che avviene nel momento della presentazione della domanda di disoccupazione agricola con trattenuta sindacale sull’indennità di disoccupazione. Questa procedura sistematica di iscrizione crea, però, molta confusione sul ruolo del sindacato tra i lavoratori, che tendono ad assimilarlo a un mero erogatore di servizi, alla stregua dei tanti patronati autonomi presenti sul territorio, cui del resto si sta rivolgendo un numero crescente di lavoratori (solo nell’anno 2020 le domande di disoccupazione agricola presentate tramite patronati ammontano a 18.284).

 

Campo di grano, Borgo Mezzanone (Manfredonia)*

 

La contrattazione provinciale

 

Se sindacati e associazioni datoriali si trovano insieme a rivendicare il riconoscimento dell’Indicazione Geografica Protetta del pomodoro di Foggia, ci sono ancora divergenze tra le parti sulla regolazione del lavoro agricolo locale.

 

La trattativa per il rinnovo del contratto collettivo provinciale è stata interrotta in assenza di accordo sul salario, data l’avversione delle parti datoriali all’eliminazione dell’area sperimentale del cosiddetto “sotto salario”, che era stata introdotta per incentivare i datori di lavoro a dichiarare il numero di giornate effettivamente lavorate dai dipendenti nelle denunce mensili inviate all’Inps, ma che non ha portato i risultati sperati. Tant’è che nei momenti del controllo delle giornate lavorative presso gli uffici sindacali, confrontando quelle riportate dagli elenchi anagrafici redatti annualmente dall’Inps, con quelle che risultano dalle buste paga o da fogli in cui i lavoratori segnano giorni e ore di lavoro nell’anno, emerge che le giornate effettivamente lavorate sono sempre superiori a quelle dichiarate o che le retribuzioni sono inferiori a quelle corrisposte, nella quasi totalità dei casi esaminati.

 

Il contratto provinciale dovrebbe peraltro occuparsi di formazione e di qualificazione degli operai comuni considerando l’avvento dei processi di meccanizzazione della raccolta, ma il difficile coordinamento tra le parti sociali nel territorio rende particolarmente complessa la discussione e lo sviluppo di una progettualità a lungo termine. Ad ostacolare il raggiungimento di questi obiettivi, vi è anche la tendenza di alcune parti ad avanzare proposte autonome e unilaterali, fuori dai tavoli di concertazione istituzionale.

 

In questo contesto, non stupisce che la contrattazione collettiva venga superata, soprattutto per quanto riguarda la governance del mercato del lavoro, da pratiche di contrattazione individuale, tanto tra datore di lavoro e lavoratore quanto tra datore di lavoro e caporale. In particolare, data la difficoltà di governo e presidio effettivo delle parti sociali sul mercato del lavoro agricolo locale, i datori di lavoro non hanno impedimenti al matching autonomo di manodopera e del resto traggono vantaggio da questa situazione, potendo sempre contare su una manodopera in eccesso rispetto al loro fabbisogno, disponibile a lavorare in condizioni più o meno irregolari.

 

Lavoratore che rientra nell’insediamento informale dell’ex pista di Borgo Mezzanone (Manfredonia)*

 

Il ruolo del terzo settore e delle ONG

 

In questo quadro, caratterizzato da una forte presenza di lavoratori stranieri che risiede in insediamenti informali con permessi di soggiorno precari, assumono un ruolo di rilievo anche gli enti del terzo settore e le organizzazioni non governative che svolgono un’azione prevalentemente di supporto sui temi dell’immigrazione. Emergono, però, dai report sulle attività svolte settimanalmente negli insediamenti informali, numerose iniziative, portate avanti da queste organizzazioni, relative altresì alla promozione dei diritti sindacali di base. Si fa spazio nel territorio anche la Lega Braccianti guidata da Aboubakar Soumahoro, ex sindacalista di USB, che aspira a rappresentare gli invisibili del territorio e il 18 maggio ha portato a Montecitorio a Roma i lavoratori agricoli della Capitanata con lo slogan “uguale lavoro, uguale salario”. Nonostante la Lega Braccianti non sia riconosciuta formalmente come soggetto sindacale nel territorio e non partecipi ai tavoli di contrattazione territoriale, il progetto che porta avanti tende allo sviluppo di una forma di sindacalismo di base, che contribuisce, insieme all’azione degli altri enti del terzo settore, ad alimentare la confusione – specie tra i lavoratori immigrati – sull’identità e sul ruolo dei sindacati confederali.

 

Sede Fai Cisl, Foggia*

 

La Fai Cisl di Foggia

 

La Fai Cisl di Foggia al pari degli altri sindacati sul territorio ha subito un profondo cambiamento nella composizione dei suoi iscritti. Dal 2018 al 2020 si è passati dal 36% al 46% di iscritti stranieri. L’avvento e l’incremento della forza lavoro migrante, con le sue specifiche esigenze, hanno inevitabilmente impattato sull’azione tradizionale del sindacato locale, alterandone in particolare il difficile equilibrio tra l’erogazione di servizi (necessari soprattutto per questa fetta di lavoratori) e l’assistenza politico sindacale della categoria. La Fai Cisl ha risposto a questa sfida con l’intenzione di rafforzare le connessioni tra l’offerta individuale di servizi e l’avanzamento delle tutele collettive, ma al di là dei propositi, è ancora lunga la strada per accompagnare i lavoratori nella piena consapevolezza dei loro diritti e del ruolo che il sindacato svolge in questo ambito.

 

Conferma della difficoltà di questo percorso si rintraccia nelle parole di Donato Di Lella, segretario generale della Fai Cisl di Foggia:

In una provincia così depressa possiamo dire quanto vogliamo ai lavoratori che devono lavorare solo 6 ore e 30, perché se lo fanno dopo in quell’azienda non ci entrano più. Noi come sindacato poi scriviamo alle aziende e gli facciamo causa ma le cause civili di lavoro durano anni e si risolvono in via stragiudiziale con il lavoratore che acconsente ad un accordo al ribasso e il datore di lavoro ci rimette una somma che comunque non riteneva di dovergli dare ma quel lavoratore non andrà mai più a lavorare lì. Oggi abbiamo un contratto in cui la parte più bassa è di 50 euro al giorno. 50 euro al giorno per 6 ore e 30 da bracciante puro di raccolta di prodotto e di lavoro massacrante chi le viene a fare? Ecco perché non si trovano più giovani disposti ad investire la vita nell’agricoltura o a pensare che quello possa essere il loro futuro. Se funzionasse l’architettura delle norme messe in piedi, dalla legge sul caporalato, alla Rete del lavoro agricolo di qualità, tutti strumenti notevoli, il problema sarebbe risolto. Se domani un’azienda non va a reclutare manodopera dai soggetti preposti (cioè i centri per l’impiego) e quindi nessuno va a lavorare il prodotto lo deve buttare perché ha un’urgenza impellente che è la raccolta finalizzata alla vendita. Fino a quando i datori di lavoro la sera prima contattano un caporale che gli porta 20 persone e non hanno neanche un problema perché i controlli, data la vastità del territorio e la dislocazione territoriale delle aziende non sono capillari, non si risolverà nulla.”

 

In questo articolo sono state brevemente messe in luce le molteplici sfide delle relazioni industriali nel settore agricolo nella Capitanata, che saranno più accuratamente approfondite nei prossimi numeri di questa rubrica.

 

Francesca Di Credico

Scuola di Dottorato di ricerca in Apprendimento e Innovazione nei contesti sociali e di lavoro

ADAPT, Università degli Studi di Siena

@dicredicofra

 

*Fotografie a cura dell’autrice

 

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