Una battaglia di retroguardia quella contro i buoni lavoro

Intervista a Michele Tiraboschi a cura di Valentina Conte (La Repubblica, 3 gennaio 2017)


Roma. I voucher largheggiano anche tra i Comuni. Abuso o opportunità?

«Il caso di Torino è piuttosto banale», risponde Michele Tiraboschi, ordinario di diritto del lavoro presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. «Si tratta di 500 ore, quattro al giorno, remunerate con i ticket. Tradotto: 125 giorni, quattro mesi totali. Di certo non stiamo parlando di abuso o di rimpiazzo dei contratti stabili. In questo caso il voucher è uno strumento intelligente. Con un contratto a termine il Comune erogherebbe meno servizio».

 

Molti Comuni campani usano i voucher per l’assistenza. Nulla da dire?

 

“Il caso non scandalizza perché coinvolge persone che hanno perso il lavoro o finito gli ammortizzatori. L’impiego dei buoni nella pubblica amministrazione, se coerente con l’attività dell’ente, mi pare privo di rischi. I voucher non sono né buoni né cattivi. È buono o cattivo l’uso che se ne fa”.

 

Sbagliato allora definire patologica l’esplosione dei ticket venduti?

 

“Se chiediamo a chi è pagato così, ognuno ha la sua idea: li subisci o ne benefici. È come lanciare la monetina. La grande lacuna della politica è non aver ideato uno strumento di monitoraggio e lettura dei dati. Siamo bombardati da cifre di Istat, ministero del Lavoro e Inps. Ma le banche dati sui voucher sono tenute chiuse nei cassetti e non c’è modo di avere tutti i numeri. Come possiamo dire se il Jobs Act ha aggravato o meno il fenomeno, quando non sappiamo se la tracciabilità funziona?”.

 

Abolire i voucher è una sciocchezza?

 

“Un mercato del lavoro come il nostro, con molto nero e irregolarità, non può privarsi di uno strumento così. Anche se va usato in modo corretto. Sarebbe giusto tornare alla riforma Biagi, vincolandoli ai lavori occasionali che non hanno mercato: ripetizioni, manutenzione, giardinaggio”…

 

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