16 ottobre 2017

I ragazzi contestano l’alternanza perché nessuno gliela spiega

Emmanuele Massagli*


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 Si terrà domani «il primo grande sciopero delle studentesse e degli studenti in alternanza», come è stato definito dall’Unione degli Studenti, la sigla che lo promuove.

 

È facile avere una prima reazione a questa notizia piuttosto prevenuta, immaginando che le ragioni per il tradizionale sciopero autunnale siano da inserire nella retorica dell’opposizione al lavoro gratuito, dello sfruttamento del povero studente etc… Invero la sorta di piattaforma che annuncia la manifestazione non si inserisce linearmente nello stereotipo dello studente ribelle “senza se e senza ma”, ma prova a svolgere qualche ragionamento più fondato, condivisibile anche da chi sostiene l’importanza della alternanza tra scuola e lavoro. Certo, c’è anche l’attacco alle multinazionali che coinvolgono gli studenti in alternanza, come se da McDonald’s fosse impossibile imparare qualsiasi cosa; pensiero, tra l’altro, denigrante verso chi lavora tutti i giorni nei ristoranti del colosso americano. Allo stesso modo si legge che «non dobbiamo precocemente entrare nel mercato del lavoro solo perché qualcuno ha deciso sulle nostre vite» e che «le nostre scuole non devono essere specchio dei fallimenti del mercato». Concetto tutt’altro che rivoluzionario: difende infatti la strutturazione di una scuola a misura di docente (e non certo di discente), che proprio per questo non è «lo specchio» di un qualche fallimento, ma è addirittura la causa degli alti tassi di disoccupazione dei giovani diplomati.

 

Tuttavia sul sito della associazione studentesca si legge anche la convinzione che l’alternanza debba rimanere una esperienza gratuita, l’auspicio che sia organizzata in diretta connessione con i programmi scolastici, che non si riduca a improvvisate esperienze estive. Soprattutto si legge che «l’alternanza scuola lavoro è una metodologia didattica che lega il sapere al saper fare, l’intelligenza teorica all’intelligenza pratica, che fa davvero da ponte tra ciò che studiamo a scuola e ciò che andremo a praticare nei luoghi di lavoro». Insomma, lo scoglio concettuale più grande insito nell’alternanza pare superato: per i ragazzi è chiaro che si tratta di un metodo e non di un mero strumento o momento didattico (come fosse una gita o l’utilizzo della sala computer). È una conquista di significato non di poco conto, ancora non colta da buona parte della classe docente.

 

Perché allora non si riesce a fare il gradino gnoseologico e pragmatico che manca, comprendendo che il fine di questa metodologia non è fare da ponte tra scuola e lavoro (riduzione economicistica), ma permettere la formazione integrale della persona grazie alla integrazione tra aula ed esperienza diretta?

Un suggerimento per la risposta arriva dal lungo monologo che Maurizio Crozza ha dedicato a questo argomento nell’ultima puntata del suo show televisivo: una sfilza di luoghi comuni che della protesta degli studenti hanno colto solo la parte destruens, riducendola ad una caricatura del novecentesco scontro tra capitale e lavoro.

 

I ragazzi non riescono a comprendere fino in fondo le ragioni del metodo dell’alternanza formativa semplicemente perché non c’è nessuno che gliele spieghi, a scuola come fuori da scuola, nell’ozioso pensiero dominante. D’altra parte, come possono comunicare le potenzialità educative e, in fondo, la bellezza del lavoro, degli adulti che vivono per primi il loro lavoro come una fatica senza senso? Ecco allora una proposta per gli studenti: a quando uno sciopero autunnale contro gli educatori annoiati e noiosi, finalizzato a chiedere di incontrare in aula maestri appassionati e liberi da pregiudizi? Chissà mai, intanto, che una figura di questo genere non si abbia la fortuna di incontrarla fuori dalle aule. Magari proprio durante il tirocinio in alternanza.

 

Emmanuele Massagli

Presidente ADAPT

@EMassagli

 

 *Pubblicato anche su La Verità, 12 ottobre 2017

 

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