Perché scommettere, insieme a Draghi, sul sistema ITS per favorire occupazione giovanile e crescita economica

Matteo Colombo


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Bollettino ADAPT 22 febbraio 2021, n. 7 

 

Tra i temi toccati dal Presidente Draghi nel suo discorso al Senato e indicati come “priorità per ripartire” ci sono gli Istituti Tecnici Superiori (ITS) a cui anche la bozza di Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, formulata dal precedente governo e richiamato nel discorso di Draghi, ha destinato grande attenzione, prevedendo uno stanziamento di 1,5 miliardi di euro alla voce “Sviluppo e riforma degli ITS”. Risorse ingenti, anche a fronte del fatto che gli attuali fondi su base annuale destinati agli ITS ammontano a circa 48 milioni, che vanno ad impattare su un segmento del nostro sistema formativo il cui potenziamento è un obiettivo ormai condiviso da tutte le forze politiche.

 

Ma perché, e come, rafforzare questo sistema? Domande non banali, perché senza un’idea chiara del ruolo che gli ITS hanno, e dovranno avere, nella promozione della ripresa economica e sociale il rischio è quello di perdere la straordinaria occasione fornita dai fondi connessi al Piano Next Generation EU, frammentando le risorse in una molteplicità di misure dagli effetti limitati. Sul perché promuovere questo sistema, spesso la scelta di chi argomenta in questa direzione si orienta – comprensibilmente – verso la presentazione dei principali traguardi raggiunti dagli ITS in termini di placement: secondo l’ultimo rapporto di monitoraggio realizzato da INDIRE, l’83% degli studenti diplomati è occupato entro i 12 mesi dal conseguimento del titolo di studi, percentuali senza eguali nel nostro sistema formativo, e di questi il 92% in un’occupazione coerente con quanto hanno studiato. Un dato, quest’ultimo, assolutamente non scontato e che rileva la stretta collaborazione che si instaura tra enti formativi e imprese nella progettazione e gestione di questi percorsi di istruzione terziaria non accademica.

 

La vera sfida, però, è un’altra: gli ITS superano la logica per la quale, a fronte di specifici fabbisogni aziendali, sono di rimando costruiti percorsi formativi coerenti, per porsi piuttosto come vere e proprie piattaforme, o hub, territoriali per la promozione e la diffusione dell’innovazione, anche nelle aziende meno strutturate e che più raramente hanno risorse da destinare ad attività di ricerca e sviluppo. Pensarli “solo” come corsi di formazione vuol dire non riconoscere questa loro componente essenziale. Alle Fondazioni ITS partecipano associazioni di categoria, imprese di svariate dimensioni, centri di ricerca, università. Entrare in questa rete vuol dire già di per sé facilitare anche forme di collaborazione che vanno oltre la sola didattica ITS. Non solo: le imprese di più piccole dimensioni, partecipando a queste reti, possono acquisire conoscenze e competenze necessarie per poter poi implementare nuove tecnologie: è il caso ad esempio delle imprese edilizie che grazie agli ITS possono implementare tecnologie di Building Information Modeling (BIM), ossia la metodologia attraverso la quale è possibile rappresentare digitalmente le costruzioni, includendo nel rendering visivo informazioni relative alle caratteristiche fisiche e funzionali dei materiali e degli elementi strutturali, tecnologie ancora poco diffuse ma cruciali per l’efficientamento energetico delle costruzioni, e quindi anche per la sostenibilità ambientale. Questa stessa tecnologia, a disposizione di un’Università o di un’azienda più strutturata, può quindi “passare”, seguendo un processo di informale “trasferimento tecnologico”, alle aziende che non l’hanno ancora implementata grazie ai diplomati ospitati in stage o assunti al termine del percorso. Oppure si può pensare al settore del legno-arredo, dove molte aziende competono sui mercati internazionali grazie al brand del made in italy e con un’ancora limitata adozione di tecnologie connesse ad Industria 4.0: gli ITS forniscono anche a queste aziende profili in grado di progettare, introdurre e gestire tecnologie abilitanti che le aiuteranno nella gestione della transizione verso nuovi metodi di produzione e di organizzazione del lavoro, a beneficio della loro stessa competitività. Anche le aziende più piccole ma comunque altamente innovative possono beneficiare di questo canale formativo: sia per il recruiting di risorse dotate di competenze adeguate, sia per innescare processi di collaborazione utili alla loro crescita.

 

Grazie al sistema ITS, la geografia dell’innovazione segue le traiettorie degli studenti coinvolti in questi percorsi, che portano in azienda nuove competenze grazie alle quali è poi possibile anche programmare investimenti in nuove tecnologie e quindi aumentare la produttività aziendale. Un’innovazione che quindi passa dalle persone, dai giovani diplomati ITS, agenti “ibridi” che sanno mescolare conoscenze teoriche e tecniche avanzate con competenze pratiche ed operative guadagnate grazie alla massiccia didattica laboratoriale e alle attività di stage, che assieme coprono più della metà delle ore di un corso ITS. Questa possibilità viene ulteriormente esaltata dall’attivazione di contratti di apprendistato di alta formazione e ricerca, utilizzati sia per conseguire il diploma di tecnico superiore, sia per realizzare percorsi di ricerca successivi il titolo di studio e realizzati in partnership con enti di eccellenza nazionale, come accade nel caso di alcuni ITS legati al settore chimico e farmaceutico, dove il diplomato viene assunto in apprendistato di ricerca dall’azienda dove ha svolto lo stage con l’obiettivo di implementare nuove tecnologie, sfruttando la trama di relazioni presente attorno alle Fondazioni ITS. A fronte degli evidenti benefici generati da questo connubio virtuoso tra ITS e apprendistato di terzo livello, stupisce constatare la completa assenza di quest’ultimo strumento nella Legge di Bilancio per il 2021, che ha preferito promuovere il solo contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, minando così ulteriormente la diffusione dell’apprendistato duale.

 

Non basta quindi guardare ai tassi di placement e di coerenza occupazionale, ma anche a questa capacità di propagazione dell’innovazione a livello territoriale, per comprendere perché sostenere il sistema ITS. Le reti che si costruiscono tra tutti i soggetti coinvolti realizzano nel concreto quella partecipazione plurale che può poi generare ulteriori effetti benefici: si pensi ad esempio ai laboratori degli ITS, spesso realizzati anche grazie al supporto delle aziende, le quali poi realizzano negli stessi spazi attività di formazione continua per i propri dipendenti o per quelli di altre aziende partner della Fondazione: si tratta quindi di pensarli come luoghi di ibridazione continua tra ricerca, studio, formazione, attività produttive, un tassello fondamentale di quei moderni ecosistemi dell’innovazione che rappresentano oggi il paradigma adeguato per pensare a logiche di sviluppo sociale ed economico diffuse e partecipate.

 

Per quanto riguarda invece il come, stante le caratteristiche ora ricordate, sembrano almeno tre le direzioni sulle quali lavorare: rafforzamento delle infrastrutture tecnologiche e delle sedi ITS, sviluppo dell’offerta formativa, intreccio con la filiera della formazione professionale a sua volta legata alle filiere del valore del mondo produttivo. Da scartare sembra essere invece l’idea di aumentare il numero delle Fondazioni ITS: 104, un numero superiore a quelle delle università italiane (96). La logica degli ITS è infatti quelle di luoghi di alta specializzazione, che devono possedere strutture adeguate e accentrare competenze e conoscenze: pensare ad un modello diffuso rischia di diminuirne le potenzialità, favorendo la confusione tra questi percorsi e quelli secondari superiori, mentre invece gli ITS rappresentano a pieno titolo il segmento della formazione terziaria non accademica italiano.

 

Una proposta simile è stata avanzata recentemente da Dario Odifreddi, Presidente di Piazza dei Mestieri e Segretario Generale di FORMA, che sul Foglio di lunedì 15 febbraio ha argomentato l’importanza di adeguati investimenti sia per il potenziamento delle strutture esistenti, sia dell’offerta formativa. Le sedi ITS, soprattutto di quelli che collaborano con settori produttivi dove l’innovazione tecnologica è ancora limitata, necessitano di laboratori all’avanguardia per far sì che i giovani possano poi portare in azienda nuove conoscenze maturate a diretto contatto con l’innovazione, ancora solo accennata nei contesti di stage. Questi stessi laboratori potrebbero poi essere costruiti secondo una logica di stretta partnership con il sistema delle imprese, ottenendo i benefici già ricordati e trasformandoli in centri di aggregazione di competenze a livello territoriale. Attorno a questi laboratori, andrebbero anche pensati adeguati investimenti infrastrutturali per ampliare le sedi ITS, per ospitare studenti che arrivano da altre regioni costruendo veri e propri campus, e per poter disporre di spazi nei quali pensare anche ulteriori attività di formazione e ricerca, anche questi in stretto dialogo con i principali stakeholder locali: università, centri di ricerca, associazioni di categoria, imprese.

 

Lo sviluppo dell’offerta formativa è, necessariamente, un processo più graduale, da consolidare negli anni grazie ad investimenti dedicati che favoriscano l’intraprendenza delle stesse Fondazioni e il dialogo con il sistema produttivo: in questo senso, una legge organica, come quella proposta dall’Associazione Rete Fondazioni ITS Italia sembra essere la prima urgenza su cui lavorare, come anche ricordato anche dal Presidente Draghi, che ha sottolineato nel suo discorso che: “Senza innovare l’attuale organizzazione di queste scuole, rischiamo che quelle risorse vengano sprecate”. L’attuale governance del sistema è problematica per almeno due motivi: la logica dei bandi annuali a cui è ancorata, che minano alla radice la stabilità dell’offerta formativa e quindi anche la programmazione didattica ed economica delle Fondazioni, nonché le attività di orientamento in entrata, e la sua regolazione frammentata tra competenze centrali e regionali, che non sempre si integrano armoniosamente a beneficio degli stessi ITS. Ulteriore problema è la libertà di spesa e di investimento a carico delle Fondazioni, spesso vincolate a paletti burocratici che ne limitano le potenzialità. Una legge organica è quindi utile e necessaria per dare una conformazione definita al sistema, ormai giunto a maturazione, ed è un’opportunità che il nuovo ministro Patrizio Bianchi potrà cogliere per rinsaldare anche l’attività del Ministro dell’Istruzione nella promozione del sistema ITS.

 

Ed è infine nell’incentivazione di un crescente sviluppo e consolidamento della filiera professionalizzante che risiede un ulteriore tassello utile al potenziamento del sistema: se è pur vero che è un punto di forza il fatto che molti degli iscritti agli ITS provengano anche da licei o addirittura dall’università, altrettanto evidente è che una migliore connessione con i percorsi secondari superiori e con l’istruzione e formazione professionale, attraverso il canale degli IFTS, potrebbe anche favorire il proseguo della formazione di molti giovani ad un livello più elevato, anche esaltando il legame con specializzazioni settoriali e filiere produttive presenti a livello locale. Questo significa sia migliorare le attività di orientamento, ma anche investire adeguatamente su tutta la filiera, per costruire effettivamente un canale di istruzione e formazione professionale che arrivi fino al livello ITS, alternativo e di pari dignità a quello dell’istruzione. L’intreccio con le filiere produttive si realizza nei fatti anche grazie alla strategica attività di armonizzazione ed anticipazione dei fabbisogni condotta dalle associazioni di categoria e dalle imprese, facendo sì che i profili costruiti dagli ITS siano rispondenti a bisogni trasversali i settori interessati e non a quelli delle sole singole aziende, con l’obiettivo di gestire ed anticipare il cambiamento e l’innovazione, ancora una volta, partendo dalla formazione dei giovani: in questo senso, gli ITS devono sempre essere pensati “al plurale”, in base alle caratteristiche e alle specifiche esigenze dei diversi settori produttivi. Un’importante apertura, in questa direzione, arriva anche dal recente rinnovo del contratto dei metalmeccanici, siglato lo scorso 5 febbraio, che prevede diverse azioni a supporto del sistema ITS tra cui il rafforzamento dei legami con quelli di area meccanica e meccatronica, anche grazie all’attivazione di contratti di apprendistato di terzo livello.

 

Hub per la diffusione dell’innovazione e per la formazione anche continua, spazi partecipati di apprendimento e di lavoro, luoghi per la ricerca in partnership con le imprese, osservatori per la costruzione di nuovi profili professionali e per la rilevazione dei fabbisogni di competenze: queste diverse sfaccettature appartengono tutte al sistema ITS, e vanno adeguatamente valorizzate e promosse per utilizzare al meglio i fondi messi a disposizione del piano Next Generation EU. Necessariamente andrà potenziata anche l’attività di valutazione del sistema ITS, per evitare che queste risorse vadano poi perse nel sostegno a Fondazioni poco efficaci e incapaci di migliorare la propria offerta formativa. Non guardare alle differenze qualitative, che pur esistono, tra gli stessi ITS vorrebbe dire sprecare parte delle risorse europee e quindi fare un danno agli stessi giovani: perché, come ha ricordato il Presidente Draghi, “ogni spreco è un torto fatto alle future generazioni”.

 

Matteo Colombo

ADAPT Junior Fellow

@colombo_mat

 




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