8 aprile 2019

Lavoro e formazione per rieducare il detenuto: a colloquio con Salvo Fleres

Giovanni Fatuzzo


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Bollettino ADAPT 8 aprile 2019, n. 14

 

Il lavoro penitenziario è uno strumento utile per la rieducazione del detenuto? Come e quanto incide questa pratica rispetto alla risocializzazione del ristretto? Che lavori svolgono i detenuti? Abbiamo parlato di questi e altri interrogativi con il dott. Salvo Fleres, Deputato regionale e Garante dei diritti dei Detenuti in Sicilia prima, e in ambito nazionale dopo; relatore della l.r. Sicilia 19 agosto 1999 n.16.

 

È possibile, durante la fase di espiazione, formare il detenuto con competenze spendibili nel mondo lavorativo dopo la detenzione?

 

Certamente sì. In quasi tutte le carceri vengono svolti corsi di formazione professionale, ma sono pochi e non sempre sono agganciati alle effettive esigenze del mercato del lavoro. In questo periodo quelli che hanno maggiore successo riguardano le qualifiche legate alla ristorazione (cuochi, pizzaioli, pasticceri, barman) e quelli legati alle attività artigianali (meccanici, fabbri, idraulici, manutentori, elettricisti).

 

È possibile parlare di incidenza del lavoro inframurario sul tasso di recidiva?

 

Certo, è possibile parlare di incidenza positiva, sia del lavoro, sia anche delle altre attività trattamentali, se svolte seriamente e con costanza. In questo caso, i dati ufficiali forniti dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria parlano di appena il 15% di recidiva. Quando il “trattamento” è carente o assente ed il lavoro scarseggia la recidiva sale invece all’85%.

 

Dagli ultimi dati diffusi dal Ministero di Grazia e Giustizia emerge che l’87,22% dei detenuti impiegati in attività lavorative è alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria svolgendo servizi d’istituto come pulizia, distribuzione vitto e manutenzione e spesso con turnazioni esagerate o part-time. Non crede che sarebbe doveroso riflettere quantomeno sul tema se tali impieghi creino davvero il convincimento di un lavoro quale riscatto?

 

Il genere di lavoro a cui lei fa riferimento non produce grandi risultati di prospettiva. È già diverso per i reclusi adibiti alla produzione di cibo, che hanno maggiori possibilità di impiego. Ecco perché andrebbe varato un piano articolato di formazione legato ad un piano che favorisca, come faceva la mia legge, l’avvio di attività lavorative autonome.

Sarebbe un paradosso se un recluso, una volta scontata la pena, avesse come unica prospettiva l’offerta di lavoro da parte di imprese riconducibili alla criminalità organizzata. Purtroppo, quando lo Stato è assente, questo è ciò che accade talvolta.

 

In un periodo storico come il nostro, è possibile fare impresa in carcere e nelle carceri del sud Italia?

 

Teoricamente sì. In realtà è molto difficile perché, nella gran parte dei casi, gli istituti di reclusione sono sovraffollati, vecchi, mal concepiti, non dispongono, salvo qualche rara eccezione, né di laboratori, né di officine, ma soprattutto non dispongono di personale adeguato a permettere questo tipo di misure, che sarebbero estremamente utili.

 

La l.r. siciliana 16/1999, che porta la sua firma, ha un che di singolare: in essa trova ampia espressione il tema del lavoro inframurario dotando il detenuto della capacità di fare impresa. Mi consenta una notazione personale: lo Stato che confida nel “figliol prodigo” crea una maggiore consapevolezza di sé e della società, colui che ha davvero scelto la redenzione ha la seria possibilità di cambiare prospettiva di vita. Quali risultati si sono ottenuti con questa legge?

 

Della citata legge ne hanno goduto in circa 140 reclusi e nessuno è tornato a delinquere: recidiva pari a zero.

Questo risultato avrebbe dovuto convincere il legislatore siciliano a rifinanziarla, ma così con è stato. Una circostanza, questa, che mi spinge a dover ammettere amaramente che la politica mostra scarsa sensibilità per i temi della rieducazione e del reinserimento sociale dei reclusi.

Vorrei essere ancora più preciso, anche se sono consapevole che mi farò qualche nemico. La sensazione che mi sono formato in tanti anni di attività di Garante dei diritti dei detenuti è che il mondo della giustizia penitenziario sia fortemente autoreferenziale, per mantenersi ha bisogno di una certa dose di criminalità. Ma questa è solo una parte del mio convincimento. Intendo dire che oltre alla autoreferenzialità ed alla insensibilità, penso che vi sia l’errata convinzione che il delinquente non appartenga, non sia il frutto, della società nella quale vive e nella quale vive anche la persona onesta.

Si ritiene, insomma, che il criminale non abbia un passato e non avrà un futuro, ma non è così. Ecco perché bisognerebbe occuparsi di più di carceri e di rieducazione; se ciò accadesse avremmo una società più sicura ed una significativa riduzione della spesa pubblica e della criminalità.

 

Quali esempi virtuosi di impresa in carcere ha incontrato? Di cosa si occupano?

 

Come dicevo, a godere delle provvidenze della mia legge sono stati 140 reclusi, tutti hanno avviato attività di natura artigianale: falegnami, operatori di computer, tipografi, grafici, fabbri, gastronomi, pizzaioli, calzolai, idraulici, elettricisti.

Alcuni di loro, una volta scontata la pena, non solo hanno proseguito l’attività all’esterno, ma hanno anche assunto dipendenti, passando dalla posizione di assistito alla posizione di datore di lavoro. Mi sembra un bel salto di qualità.

 

Il lavoro inframurario può condurre alla defezione del sodalizio criminale in contesti mafiosi?

 

Normalmente il lavoro inframurario allontana il detenuto dal mondo della criminalità, di ogni genere di criminalità. Certo, possono esserci delle eccezioni, ecco perché bisogna affidarsi a modelli trattamentali in cui, oltre al lavoro, siano presenti la cultura, lo sport, il teatro, il confronto intellettuale, i rapporti affettivi, la percezione del valore positivo dello Stato, ecc.

 

Ulteriore elemento rieducativo di cui parlano le norme è l’istruzione. Concretamente, gli istituti penitenziari, riescono a far fronte alle richieste? Sono adeguatamente forniti? Si riesce a preparare il detenuto all’esame del “fine pena”?

 

La situazione dell’istruzione in carcere è leggermente migliore di quella del lavoro, ma si potrebbe fare molto di più ampliando l’offerta didattica e favorendo non solo l’istruzione dell’obbligo ma anche quella media superiore e quella universitaria. Quando questo accade, e purtroppo non accade molto frequentemente, a causa delle ben note carenze strutturali e di personale, i risultati sono straordinari.

Oggi ci sono detenuti che hanno conseguito anche due lauree, che sono diventati chef internazionali, scrittori, giornalisti, persino avvocati.

Insomma: volere è potere. Ma si vuole?

 

Giovanni Fatuzzo

ADAPT Junior Fellow

@G_Fatuzzo

 




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