Lavorare di più, lavorare tutti: altrimenti l’economia crollerà

Gianni Balduzzi (Linkiesta, 8 febbraio 2017)


C’è una componente della crescita economica che spesso rimane nascosta, ma che è determinante. Spiega molte delle differenze che intercorrono tra i diversi andamenti delle economie delle varie aree del mondo: l’aspetto demografico, ovvero la crescita della popolazione.

Lo scopriamo quando guardiamo alla crescita del Pil valutando il dato pro-capite. Per esempio, sotto questo parametro, si nota che la crescita del Pil americano sia spesso inferiore a quella dell’area euro. È perciò l’aumento della popolazione americana, maggiore di almeno mezzo punto, che compensa le differenze e fa risultare la crescita del Pil Usa, infine, più alta.

L’influenza della demografia è enorme: un Paese con popolazione a crescita zero, se non vuole andare incontro alla stagnazione, è costretto a fare affidamento soltanto sull’aumento della propria produttività, a meno che riesca a incrementare nel breve periodo il debito privato o pubblico per far crescere la domanda, pagandone però poi il prezzo (come noi italiani sappiamo bene). È, insomma, il destino che una serie di Paesi ha davanti a sé. Tra questi vi è l’Italia.

Questo perché, strettamente collegato alla crescita demografica a zero, vi è l’andamento della popolazione attiva, cioè quella tra i 15 e i 65 anni, che può lavorare e sostenere tutta l’economia di un Paese. Quando la crisi demografica è in atto da decenni non diminuisce solo il numero dei giovanissimi, ma anche quello degli adulti in età lavorativa. In poche parole, ad aumentare è solo il livello di dipendenza della popolazione inattiva da quella che lavora…

 

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