29 luglio 2014

Il commissario Andor «Lavoro, c’è un piano giovani ma l’Italia non lo pubblicizza»

Nando Santonstaso (Il Mattino)


Commissario Andor, è soddisfatto dello stato di attuazione di Garanzia giovani nei Paesi UE?

«Garanzia per i giovani spiega  Laszlo Andor, commissario Ue per le politiche giovanili ha richiesto per molti Paesi un approccio nuovo e l’attuazione di riforme strutturali significative. Gli Stati membri dovranno rafforzare i propri servizi pubblici per l’impiego, riformare i sistemi di istruzione e formazione, rafforzare i partenariati per raggiungere anche i giovani inattivi non iscritti ai servizi per l’impiego e migliorare la fornitura di servizi di qualità. È normale che l’attuazione di misure di questa portata richieda del tempo».

 

Ma c’è ancora tempo, considerata l’emergenza occupazione?

«Sappiamo che risultati visibili arriveranno con gradualità, ma la maggior parte degli Stati membri sta facendo fronte all’urgenza della situazione proprio con la Garanzia per i giovani. E poi un’altra buona notizia è il fatto che il nuovo bilancio Ue contiene uno strumento dotato di 6 miliardi di euro, l’Iniziativa a favore dell’occupazione giovanile, a favore delle regioni in cui i livelli di disoccupazione giovanile sono superiori alla media. La dotazione finanziaria sarà anticipata negli armi 2014e 2015, ma la Commissione sta lavorando con gli Stati membri per accelerare ulteriormente l’anticipo della dotazione, cercando di velocizzare non solo l’impegno dei fondi ma anche la loro erogazione».

 

Come verranno spesi questi soldi?

«Questi finanziamenti possono essere usati per un ampio ventaglio di misure, come i sussidi all’assunzione o i sostegni per i giovani imprenditori che fondano un’impresa. Si potranno usare anche per aiutare chi cerca la prima occupazione, chi vuole fare tirocini e apprendistati L’allarme «Il calo dei disoccupati nell’Unione è ancora modesto: ma la strada è awiata» o desidera proseguire gli studio la formazione. Nel caso dell’Italia il programma per l’Iniziativa a favore dell’occupazione giovanile è molto ambizioso: punta infatti a raggiungere oltre mezzo milione di giovani italiani attualmente disoccupati e al di fuori di ogni ciclo di istruzione e formazione».

 

Ma in Italia ai portali del ministero del Lavoro e delle Regioni risultano attualmente iscritti poco più di 120mila: a distanza di 3 mesi dall’avvio del piano c’è da essere delusi?

«Pur essendo un’iniziativa totalmente nuova per l’Italia, la Garanzia per i giovani è già estremamente popolare. Tuttavia il governo e le regioni devono impegnarsi per darle ulteriore visibilità. Il portale nazionale per l’iscrizione, insieme a una serie di portali regionali, è stato lanciato all’inizio di maggio. L’Italia ha scelto di non organizzare massicce campagne di comunicazione o eventi di lancio, per consentire un avvio del programma senza scossoni. Malgrado ciò l’iniziativa ha suscitato un interesse molto elevato e le cifre da lei citate sono state raggiunte nel giro di pochi mesi: questo può essere considerato un successo».

 

Il tasso di disoccupazione giovanile nell’Ue non scende e nel Sud Italia ha raggiunto ormai il 45%. E’ sempre colpa della crisi economica o bisogna cercare le cause in maniera più specifica?

«Bisogna riconoscere che a livello di Ue c’è un miglioramento, anche se finora abbiamo registrato solo un modesto calo della disoccupazione, e occorre considerare anche la qualità dei nuovi posti di lavoro. In Italia, e in particolare nel Sud del paese, la situazione desta ancora gravi preoccupazioni. È chiaro che occorre dare impulso agli investimenti perché le imprese assumano di più. Tuttavia, il processo di riforma intrapreso dai paesi dell’Ue è fondamentale per la ripresa dell’occupazione».

 

Ma le differenze ci sono: come le spiega, Andor?

«Le differenze nell’andamento dell’occupazione tra i vari paesi dell’Ue dimostrano che determinate istituzioni e politiche del lavoro funzionano meglio di altre nel mitigare gli effetti più dannosi della recessione e favorire la ripresa. Per fare un esempio, i Paesi con un sistema di apprendistato solido e ben funzionante hanno garantito ai più giovani un’agevole transizione dalla scuola al mondo del lavoro, evitando elevati livelli di disoccupazione giovanile. Molto poi dipenderà da come la Bce affronterà i rischi di deflazione».

 

Lei pensa che il Jobs act lanciato da Renzi possa aiutare l’Italia a superare le rigidità del mercato del lavoro?

«La Commissione ha valutato positivamente le proposte di riforma del governo italiano. La legge votata nel maggio scorso tocca i principali problemi irrisolti del mercato del lavoro italiano, tra cui segmentazione costantemente elevata, disparità dei livelli di tutela dalla disoccupazione, in particolare peri lavoratori non subordinati, scarsi collegamenti tra le politiche del lavoro attive e passive e un’organizzazione dispersiva dei servizi pubblici per l’impiego. Le prospettive per l’occupazione in Italia potranno essere invertite se tutti questi aspetti verranno affrontati contemporaneamente, in modo da attenuare eccessive rigidità amministrative ed eliminare disuguaglianze nel mercato del lavoro di lunga data. Solo istituzioni più efficienti e più eque possono creare le condizioni giuste per investire nelle capacità dei lavoratori italiani e, di conseguenza, incidere sulla produttività delle imprese. L’Italia ha ancora molta strada da fare nell’ambito dell’apprendimento permanente e per rafforzare il ruolo delle imprese in questo settore».

 

Quindi avanti con le riforme o addio crescita?

«È importante che il governo italiano traduca la legge di riforma del lavoro in norme concrete, come previsto. Solo su questa base la Commissione potrà valutare pienamente la riforma e gli italiani potranno raccogliere i frutti di politiche del lavoro più efficaci e più eque».

 

Perché secondo lei l’Italia fa così fatica a spendere i fondi Ue? Non c’è anche da parte della burocrazia europea qualche responsabilità?

«Purtroppo la “burocrazia dell’Ue” non c’entra nulla. La gestione dei fondi è una cosa che si deve imparare, ma per il periodo 2014-2020 è stata semplificata in modo che l’impiego dei fondi europei venga valutato sulla base dei risultati. Se la causa dei risultati discontinui dell’Italia fosse la burocrazia, tutti gli Stati membri avrebbero gli stessi problemi, invece non è così. Di fatto, finora il quadro è stato duplice: se nel Sud del paese si riscontrano gravi problemi e rischi elevati di disimpegno (tasso medio di impegno dell’88,2% e tasso di pagamento del 62,1%), il resto del Paese presenta risultati molto migliori (tassi rispettivamente del 95,8% e 74,4%). A partire dal 2011 sono state adottate delle misure per accelerare l’attuazione, ad esempio tramite il “Piano di azione Coesione” che prevede la riassegnazione delle risorse, principalmente dai programmi operativi regionali di convergenza e riducendo i tassi di cofinanziamento nazionali. Nelle regioni meridionali, capacità amministrative carenti hanno impedito un uso efficiente ed efficace dei fondi strutturali».

 

Non c’è una via di uscita, allora?

«L’Italia deve affrontare meglio questo problema per riuscire a sfruttare appieno le risorse 2014-20. Sono già state avviate iniziative in questo senso nell’ambito della preparazione dei documenti di programmazione che definiscono in che modo l’Italia intende utilizzare i fondi strutturali e d’investimento dell’Ue nel prossimo periodo. L’Italia intende inoltre accompagnare il processo coni “Piani di rafforzamento amministrativo”, che devono essere presentati dalle amministrazioni nazionali/regionali coinvolte nella gestione dei fondi europei e devono prevedere misure concrete per garantire che gli interventi di attuazione possano contare su capacità amministrative e standard di qualità necessari».

 

 




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