20 ottobre 2014

Garanzia Giovani. A tu per tu con Rosario Rasizza, AD Openjobmetis e Presidente Assosomm

di Giulia Rosolen


Dott. Rasizza, parliamo di Garanzia Giovani, come giudica l’equilibrio che si è raggiunto nel complesso su questo tema e in cosa potrebbe essere migliorato anche in vista della preannunciata riforma dei servizi per il lavoro?

 

Non parlerei di equilibrio, innanzi tutto. Sarebbe bello parlarne, perché vorrebbe dire che qualcosa si muove finalmente per pareggiare il disequilibrio tra politiche attive e politiche passive del lavoro. Invece, l’ago della bilancia è ancora troppo spostato su quelle passive e azioni di maggiori propositività – “attive”, per l’appunto – stentano a decollare. Ne dà sconfortante certificazione il Ministero del Lavoro stesso, pubblicando sul proprio sito reportistiche sconcertanti. Come dovremmo leggere il primo dato in esse riportato? Come commentare le registrazioni al portale di soli 169.076 giovani in Italia? Per non parlare delle consuete discrepanze tra giovani del Sud e del Nord: perché l’idea di avvalersi della Garanzia Giovani è piaciuta a 30.698 Siciliani contro 15.116 Lombardi? La campagna di promozione varata a livello istituzionale non è stata forse di portata nazionale? C’è ancora molto su cui riflettere a proposito della frammentazione del nostro Paese. E come sempre nella vita, se non si prendono decisioni in autonomia, qualcun altro finisce per farlo al posto nostro. Ce lo ha detto chiaro e tondo anche il numero uno della Banca centrale europea, che è un italiano e che si chiama Mario Draghi: Bruxelles è pronta per imporre dall’alto una riscrittura della riforma, vista la nostra lentezza.

 

Molte Regioni con l’occasione della Garanzia Giovani hanno rivisto i propri sistemi di accreditamento. Il piano europeo è quindi divenuto un’opportunità per sperimentare equilibri nuovi. Come giudica il piano nazionale di attuazione e nel complesso le diverse iniziative regionali? Quale ruolo le agenzie per il lavoro sono chiamate a svolgere?

 

Lei dice bene: “diverse” iniziative regionali. Una jungla nella quale districarsi. Me ne rendo conto quando sento che i miei collaboratori attivi in Lombardia, con già sulle spalle l’esperienza di gestione della Dote Lavoro, faticano a mettere a fattor comune le best practice con quelli del Lazio. Eppure, sono convinto che le Agenzie per il Lavoro possano rappresentare un asso nella manica formidabile per le istituzioni, che dovrebbero far tesoro di questa esperienza prima di riprogettare tutto ex novo. Forse non servono nuove impalcature organizzative, forse sarebbe più opportuno snellire quelle esistenti. Mi rifaccio allora alla mia ultima esperienza di confronto sul tema dell’efficacia dei servizi per l’impiego in Europa. Di recente sono stato invitato dal Ministero del Lavoro, in qualità di Presidente dell’Associazione Nazionale delle Agenzie per Lavoro Assosomm, all’evento organizzato in occasione del semestre di Presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea. Titolo: I servizi per il lavoro in Italia: stato dell’arte e prospettive di sviluppo. Ebbene, a parte l’aver rilevato quanto presso queste sedi di comando e confronto nazionale ed internazionale sia macchinoso arrivare a un dunque e prendere una decisione dal sapore finalmente pratico (del resto, io nasco come imprenditore e per un imprenditore, si sa, sono la risolutezza e il senso pratico a fare la differenza), ho compreso quanto si debba fare ancora molto per far valere una filosofia meritocratica nella gestione di certe cose e quanto ancora si rimanga legati a schemi pateticamente assistenzialistici. Ancora una volta, le migliori performance sono state presentate dai Paesi Esteri. Dico ancora una volta perché è notorio che lo stadio di sviluppo dei servizi per l’impiego in Italia è indietro di 5-10 anni rispetto alla situazione europea. Si parla molto del confronto tra l’Italia e le soluzioni adottate invece dal Governo tedesco per il miglioramento dell’occupabilità, ma a noi è parso invece che l’Inghilterra abbia qualcosa da dire di più interessante perché è qui che vincono di più le prassi di maggior successo che le teorie arretrate. Qui è il mercato infatti a dettare regole ed esigenze. Creando un contesto forse più crudo ma più pronto a rispondere.

 

I monitoraggi del Ministero evidenziano che la Garanzia Giovani si trova in fase di avvio (le Regioni più virtuose hanno avviato i primi colloqui e proceduto in qualche caso alla profilatura dei candidati), mentre, nonostante i primi 4 mesi siano ormati trascorsi, non risulta che siano stati raggiunti i primi risultati. Può raccontarci come si stanno muovendo le agenzie per il lavoro e quale è il primo bilancio a 3 mesi dall’avvio formale della Garanzia?

 

La Agenzie per il Lavoro, innanzi tutto, si trovano dinanzi a queste iniziative a dover investire del gran tempo nel cercare di districarsi tra regole e burocrazia, e in ogni Regione bisogna spesso ricominciare da capo anche perché l’utenza locale cambia moltissimo. In linea generale, riscontriamo uno scarso successo dell’iniziativa. Vorrei davvero che questa Garanzia Giovani potesse rappresentare la svolta per i giovani del nostro Paese, ma non è così e non può essere così. L’inghippo è nascosto proprio nella parola “giovani”. Innanzi tutto perché mi pare che il problema della disoccupazione riguardi ormai ogni età e questa concentrazione solo su una fascia della popolazione – per quante cruciale per l’economia stessa di una nazione – non possa essere bastevole. E poi perché l’attenzione è oggi pericolosamente distolta dal vero problema: il costo del lavoro, le difficoltà degli imprenditori, i cali di produzione, l’impossibilità di dedicarsi alla ricerca e all’innovazione. Perché non abbiamo creato invece una Garanzia Lavoro? Non è il sistema di matching tra domanda e offerta di lavoro a dover essere migliorata, dal momento che il problema è sostanzialmente nella carenza di offerta di lavoro! Lancio spesso questa provocazione ai media: il lavoro è forse un lusso? E allora perché lo tassiamo come tale?

 

La stragrande maggioranza delle offerte di lavoro pubblicate sul portale nazionale sono state inserite delle agenzie per il lavoro. Alcuni osservatori hanno evidenziato che ciò dimostrerebbe che la Garanzia Giovani non avrebbe prodotto alcun risultato, posto che quelle esigenze professionali si

sarebbero comunque realizzate, anche senza la Garanzia Giovani. Quale è il suo punto di vista?

 

Perché dovrebbe aver dato questa evidenza? A noi sembra più che altro che, ancora una volta, le Agenzie per il Lavoro sono una delle realtà più attive nel panorama delle realtà al servizio del lavoro. Siamo abituati a cogliere tutte le opportunità per riuscire nel nostro lavoro di matching tra imprese client e candidati. È nel nostro dna, visto che la riuscita in tale missione segna per noi la differenza tra continuare a esistere sul mercato o chiudere la saracinesca sulla filiale. Come dico spesso scherzosamente, ma non troppo, la differenza per noi sta nella automobile. Quella del nostro commerciale che bussa alle porta delle aziende del proprio territorio per sondare il loro bisogno di personale. E magari per spingere un po’ di più, aiutando l’imprenditore a delineare meglio le sue esigenza di personale e talento latenti. Credo che questo segni una differenza sostanziale tra noi e, per esempio, i Centri per l’impiego. Perché allora non riconoscere questa linea di demarcazione e assegnare le risorse proporzionalmente ai risultati?

 

Gli ultimi dati pubblicati da Ebitemp evidenziano un andamento in crescita per l’occupazione in somministrazione. Perché, secondo Lei, il lavoro tramite agenzia può essere riconosciuto come un valido strumento per realizzare anche gli obiettivi della Garanzia Giovani?

 

Perché noi offriamo flessibilità in un contesto garantito e a norma di legge. Ed è quanto di meglio un giovane possa trovare all’inizio della sua carriera. Forse sono lontani i tempi in cui si entrava in una azienda con la prospettiva di rimanervi sino alla pensione, ma tramite noi si combatte il lavoro sommerso. Se ne parla abbastanza? Secondo noi no, visto che ancora ci troviamo a lottare contro una diffusa ed errata ideologia delle Agenzie per il Lavoro quali dispensatrici di precarietà.

 

Il piano europeo individua quale strumento fondamentale per realizzare la Garanzia Giovani, l’apprendistato. In Italia dal 2011 è stato introdotto l’apprendistato in somministrazione. Sono trascorsi quasi 3 anni dall’entrata in vigore del Testo Unico dell’apprendistato, è tempo di un primo bilancio. Lo strumento sta funzionando (quali sono i numeri, gli sviluppi e le criticità e le prospettive di sviluppo)? In che modo potrebbe contribuire al raggiungimento della Garanzia Giovani)?

 

Quando si parla di apprendistato è bene ricordare innanzi tutto che si parla di formazione. E quindi di miglioramento e di sviluppo per la popolazione attiva. Certamente, essere più attivi sul fronte apprendistato vuol dire andare nella direzione delineata dalla Garanzia Giovani. Tuttavia, sono ancora molti i freni che rileviamo nelle aziende alle quali proponiamo l’apprendistato. Prima di tutto formali. Le leggi che ne regolano l’utilizzo cambiano in continuazione, e gli imprenditori temporeggiano spesso nell’incertezza e nella spinosità della burocrazia. Le cose potrebbero essere semplificate, e di molto. Ma è proprio davanti a questa situazione che le imprese riscoprono in noi la consulenza. Il fiore all’occhiello, quello che dovremmo essere aiutati a rendere ancora più noto a tutti, è il Forma.temp. Come sa, ogni anno investiamo milioni di euro in formazione delle più assortite tipologie. E per un’azienda che decida di avvalersi di un’Agenzia per il Lavoro per attivare uno o più apprendistato è senza dubbio una bella comodità. Ma si potrebbe fare molto di più. Le Agenzie per il Lavoro potrebbero fare tutte molto di più. Sicuramente è un problema anche nostro, poiché credo che noi per prime siamo chiamate a far comprendere, a comunicare il nostro valore e il nostro apporto. Ma è anche un problema di cultura e di sistema.

 

Chiudiamo guardando al futuro. Quale ruolo può avere secondo lei la Garanzia Giovani nello sviluppo del ruolo delle agenzie per il lavoro? Ci sono particolari iniziative in cantiere (protocolli d’intesa, progetti…) di cui ci vuole raccontare e di cui le agenzie per il lavoro si sono fatte promotrici?

 

Torno un attimo all’evento di cui accennavo sopra. Nella welcome bag dei relatori (ma il documento è pubblicamente scaricabile ora dal sito del Ministero) vi era un concept document all’interno del quale mi sono imbattuto in una interessante definizione, o se vogliamo modo di vedere nuovo, delle Agenzie per il Lavoro. Esse venivano definite infatti “agenzie di transizione”. Ecco, credo siano davvero le Apl i nuovi soggetti sociali capaci di traghettare l’Italia verso un futuro più luminoso e sono convinto che la loro capacità di offrire servizi si amplierà. Lo sta dimostrando il crescente successo dei servizi rivolti non più solo alle imprese, ma anche alle famiglie, che possono sempre più trovare nell’Agenzia per il Lavoro un soggetto serio, competente e rapido per risolvere tutti i problemi di assistenza e copertura familiare. Ecco, per me questo vale come e più di un riconoscimento dall’alto del nostro valore e della nostra prontezza. Vox populi

 

Giulia Rosolen

ADAPT Research fellow

@GiuliaRosolen
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