Élite sindacali e classe politica al bivio tra art. 8 e legge sulla rappresentanza

Paolo Tomassetti

 


Quando nel 1995 il parapiglia sull’accordo per la mobilità lunga all’Alfa di Arese costò il posto a Susanna Camusso, allora responsabile del settore auto della Fiom, la linea massimalista dei metalmeccanici Cgil era ampiamente condivisa dalla segreteria confederale e dalla base. In ballo, poi, c’era un’intesa che, seppur simbolica, non faceva certo il paio con i protocolli che hanno segnato la storia del sindacato in Italia.

 

Oggi la crisi delle élite sindacali si consuma all’interno dell’organizzazione più rappresentativa del lavoro nella totale assenza di una linea di azione condivisa su un accordo che è la carta costituzionale del sistema di relazioni industriali e che tocca il cuore della rappresentanza: la titolarità della contrattazione.

 

La frattura all’interno della Cgil, al pari dei processi di destrutturazione dell’associazionismo imprenditoriale, fa emergere le disfunzioni di un sistema di relazioni industriali fatto a immagine e somiglianza non solo del sistema politico-istituzionale, conflittuale e inconcludente, ma anche e soprattutto del modello di capitalismo italiano che la letteratura sulla varietà di capitalismi descrive come terra di mezzo tra economie liberali di mercato e sistemi coordinati.

 

Il Testo Unico sulla rappresentanza è del resto la massima espressione del dialogo tra i corpi intermedi della società. Che insieme definiscono le regole e i principi fondamentali dell’azione di rappresentanza e, segnatamente, della principale istituzione del mercato del lavoro: il contratto collettivo. Uno straordinario sforzo di coordinamento a livello orizzontale, cui però non corrisponde un pari grado di integrazione verticale del sistema e delle organizzazioni, capace di garantire l’applicazione delle regole definite dal centro che anzi vengono disattese con disinvoltura senza sostanziali contraccolpi sul piano della responsabilità contrattuale e endoassociativa.

 

È significativo, in questo senso, il consiglio che Sergio Cofferati ha rivolto alla Camusso che in questi giorni sta compiendo proprio lo sforzo di riaffermare il valore delle regole associative e il peso della confederazione sulla categoria: «La Cgil si fermi. Smetta di trattare il dissenso con lo Statuto e ripristini un passaggio fondamentale, la consultazione di coloro che sono coinvolti dall’accordo sulla rappresentanza, gli iscritti dell’industria. Il dissenso – conclude – si affronta con la politica e non con i regolamenti interni. L’idea di rispondere a delle obiezioni di merito utilizzando lo Statuto mi pare sbagliata».

 

Ma la tecnica della politica nella gestione del dissenso ha i suoi tempi. Troppo lunghi. E legittima ogni veto player a sindacare, rivendicare e lamentare. L’eterogenesi dei fini risulta così in una scarsa esigibilità della contrattazione collettiva e, giocoforza, in una scarsa efficacia del sistema di relazioni industriali nel complesso, che esposto alla continua minaccia dell’exit option – a tutti i livelli – produce soluzioni compromissorie, caos e immobilismo.

 

Ad indicare una possibile via d’uscita è stato Sergio Marchionne al termine dei lavori del Consiglio per le relazioni fra Italia e Stati Uniti tenutosi lo scorso dicembre: «Per l’Italia non è più tempo di compromessi, bisogna scegliere fra i sistemi economici americano e tedesco». Rimasto sottotraccia negli organi di stampa, il monito dell’AD Fiat-Chrysler è coerente con altre raccomandazioni provenienti dai vertici del Lingotto che negli ultimi anni non hanno mancato di sollecitare un intervento legislativo che assicuri certezza delle regole e piena esigibilità della contrattazione collettiva.

 

Nei sistemi di stampo liberista l’efficacia e l’effettività della contrattazione collettiva deriva dal basso, è regolata dalla legge del mercato ed è garantita dalla prossimità dei centri decisionali rispetto al relativo campo di applicazione. Nei modelli coordinati, invece, l’esigibilità delle regole definite dal centro dovrebbe essere assicurata, verticalmente, dall’erga omnes del contratto collettivo, dalla impossibilità di scioperare, anche per i singoli, contro gli accordi raggiunti o, comunque, da una effettiva integrazione tra base associativa e élite.

 

Un intervento legislativo nell’una o nell’altra direzione non è più rinviabile. Al nuovo Governo di Mattero Renzi spetta la scelta di imboccare la strada del decentramento spinto sulla scia dell’art. 8, oppure procedere senza indugi al recepimento degli accordi interconfederali sulla rappresentanza in una legge sindacale.

 

Paolo Tomassetti

Scuola internazionale di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro

ADAPT-CQIA, Università degli Studi di Bergamo

@PaoloTomassetti

 

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