6 febbraio 2017

Volete davvero una Repubblica fondata sul sussidio (e non sul lavoro)?

Francesco Seghezzi *


In un futuro nel quale la tecnologia ridurrà ampiamente il numero di posti di lavoro è necessario individuare altre forme di reddito. Sembra questo l’assunto che sta alla base della rinnovata attenzione nei confronti del reddito di cittadinanza, che da cavallo di battaglia del Movimento 5 stelle è diventato tema del recente World Economic Forum a Davos, e che il candidato socialista alle presidenziali francesi, Benoît Hamon, sta usando il “reddito universale” argomento di propaganda elettorale. L’argomento è chiaro: se l’impatto rapido e difficilmente controllabile delle tecnologie sui mercati del lavoro sarà quello di ridurre il numero degli occupati, è necessario provvedere a forme alternative di sostentamento, da parte dello stato o da parte dei privati.

 

Si tratta di una semplice equazione matematica: se il reddito da lavoro scompare è necessario ricevere denaro in altro modo per mantenere tenori di vita simili ai precedenti. Se il reddito non si produce più dal lavoro occorrerebbe allora Repubblica non più fondata su quest’ultimo – come quella italiana – ma sul sussidio. E il reddito di cittadinanza risponderebbe proprio a questo nuovo principio. Così il tema appare legato alla politica economica degli stati o dei territori, ma rischia di essere ridotto rispetto alla portata politica e filosofica che gli appartiene.

 

Il filosofo Micheal Sandel distingue due motivazioni per le quali è possibile pensare di istituire il reddito di cittadinanza: una di ragione etica e una di ragione compensatoria. La prima, già teorizzata da Thomas Paine, è mossa da un’idea di giustizia sociale nei confronti dei cittadini che pagavano le tasse e che erano in condizioni di non poter lavorare e, per questo, non era universale ma si rivolgeva a particolari fasce d’età. La seconda è il modello della Silicon Valley in cui gli stessi sviluppatori di tecnologie che rischiano di mettere a repentaglio i posti di lavoro si organizzano per compensare i nuovi disoccupati con un reddito alternativo. Questo sia per evitare le possibili conseguenze sociali che in ultimo metterebbero a rischio il loro stesso business e la loro stessa clientela. Soprattutto su questa seconda motivazione Sandel pone l’attenzione richiamandosi a due principi: il primo è che ogni membro di una società è in qualche modo moralmente indebitato reciprocamente con gli altri; il secondo è il dovere di partecipare alla costruzione del bene comune mediante il lavoro. Il sistema così come teorizzato in Silicon Valley si pone quindi in contraddizione con entrambi i principi poiché fondato sull’idea di sostenere che il contributo al bene comune da parte di molti cittadini non è richiesto, e che l’indebitamento reciproco non verrà da essi “ripagato”. Sandel conclude poi che la condizionalità, che può attuarsi mediante l’obbligo di votare alle elezioni o mediante l’obbligo della ricerca attiva di un impiego (aggiungiamo noi), può essere una modalità per non venire meno a questi due principi fondanti la convivenza civile.

 

L’argomento in sé non è nuovo ma aiuta a guardare con un’altra luce un tema che, come è emerso, è soprattutto di natura filosofica e antropologica. Il reciproco indebitamento di cui parla Sandel è infatti di natura morale e non economica. Sarebbe teoricamente possibile, in termini di sostenibilità economica, sopravvivere nella paradossale situazione di una società senza lavoro in cui un 1 per cento che mantiene il restante 99, ma verrebbe a meno il valore personale, in termini di dignità e realizzazione, e sociale del lavoro. Non vi è solo quindi una motivazione di tipo politico relativa ai doveri, ma etico nel senso più profondi del termine, legato quindi alla dimensione soggettiva del mancato lavoratore. L’obiezione a questo pensiero è che la dignità del lavoro viene meno laddove la qualità dell’impiego stesso e la sua retribuzione non sono all’altezza dei livelli minimi di rispetto della persona. L’obiezione è corretta ma la risposta è sbagliata. L’obiettivo della comunità politica e sociale deve essere quello di mettere in pratica interventi che abbiano al centro la dignità della persona e del lavoro o quello di una convivenza pacifica basata sulla disponibilità sempre più incondizionata di reddito? La seconda risposta appare come una chiara sconfitta della maggior parte dei valori sui quali si fonda la civiltà occidentale.

 

Per questo motivo spesso il dibattito sul reddito di cittadinanza, in particolare le soluzioni più estreme, rischia di essere la conseguenza di un atteggiamento fatalista ed arrendevole, che oltretutto spesso si fonda su basi fantascientifiche. Non vi è studio infatti che mostri con certezza come la tecnologia abbia ridotto il numero complessivo dei posti di lavoro, piuttosto emerge con chiarezza come essa li abbia mutati. Ma se dinamiche totalmente distruttive si realizzassero, lo sforzo dovrebbe essere quello di realizzare politiche che consentano alle persone di essere beneficiari e non vittime della tecnologia, sia attraverso la formazione, la riqualificazione professionale, sostegno alle transizioni occupazionali, welfare integrativo ecc.

 

Non è escluso che vi siano fasce della popolazione che per motivi diversi, crisi economica, impossibilità di riqualificarsi, situazioni personali e familiari di estremo disagio, abbiano bisogno di un reddito da parte dello Stato. Ma si tratta di eccezioni che, laddove possibile nel rispetto della dimensione del dramma personale, non devono essere separate da elementi di condizionalità. è probabile anche che l’attuale fase di transizione verso nuovi modelli produttivi rappresenti una situazione eccezionale che renda necessaria temporaneamente l’estensione di un reddito garantito a fasce più ampie di popolazione. Ma considerare l’eccezionalità come la nuova normalità non sarebbe altro che una soluzione pilatesca destinata ad esplodere.

 

Francesco Seghezzi

Responsabile comunicazione e relazioni esterne di Adapt

Direttore ADAPT University press

@francescoseghezz

 

*pubblicato anche su Il Foglio, 1 febbraio 2017

 

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