2 febbraio 2015

Un inverno caldo per la PA

Umberto Buratti


Il mese di dicembre si è rivelato particolarmente caldo per il comparto pubblico. scioperi, manifestazioni, proteste, occupazioni e rivendicazioni hanno accompagnato il cammino di approvazione della legge di stabilità. Anche sul Jobs Act non sono mancate le polemiche e le incertezze. Il nuovo anno si apre così all’insegna della confusione e della tensione.

 

La protesta dei dipendenti pubblici

 

Il primo giorno di dicembre ha visto fermarsi i lavoratori pubblici aderenti alla Cisl, la quale in solitaria ha indetto per quella data uno sciopero di comparto. Le ragioni della protesta sono e restano molteplici, come spiega un documento di approfondimento pubblicato dalla Cisl-FP (Si veda il documento: Le ragioni della protesta dopo un anno di promesse mancate, Paper Cisl Fp, n. 11/2014, disponibile su www.fp.cisl.it). Ad essere oggetto delle critiche sindacali, infatti, non vi è unicamente la decisione del Governo di estendere ulteriormente il blocco del rinnovo della parte economica dei contratti, ma l’intera politica dell’Esecutivo in materia di pubblica amministrazione.

 

La contestazione nasce dalla presa di consapevolezza che il 2014 è stato “un anno di promesse mancate” nonostante le grandi attese di cambiamento con cui il premier Renzi e la sua compagine ministeriale si fossero presentati. La riforma del sistema amministrativo preannunciata più volte nei mesi di marzo, aprile e maggio in realtà si è bloccata sull’ennesima attuazione di politiche di austerità. La critica della Cisl-FP è radicale tanto al decreto legge n. 90/2014 quanto al disegno di legge A.S. 1577 in discussione ormai da mesi al Senato. Per il sindacato di via Lancisi «Quello del Governo appare un intervento di manutenzione della facciata, che non entra nel cuore del problema, non elimina i danni di una cattiva programmazione e gestione; quindi una ennesima riforma per apparati, non per politiche e servizi, per “costo”, non per “asset” e funzioni. Visione che peraltro preclude, quasi ideologicamente, la possibilità di implementare gli strumenti per programmare e gestire la spesa» (op. cit., p. 4).

 

A mancare nel progetto governativo è una visione di insieme sullo stato dell’arte della pubblica amministrazione e su quali debbano essere i suoi obiettivi nel medio lungo periodo.

Proprio una simile miopia non ha permesso e non permette al Governo di concentrare i propri sforzi riformatori nella direzione giusta. Il decreto legge n. 90/2014, secondo la Cisl-FP, non ha fatto altro che proseguire il solco tracciato negli ultimi cinque anni sulla via della riduzione dei costi. Il disegno di legge che giace a Palazzo Madama, invece, pur contenendo cose di interesse, non ha in sé alcuna vera novità. Invece di aspettare i tempi incerti dei passaggi parlamentari “sarebbe stato sufficiente accelerare e portare a compimento i processi di riorganizzazione già previsti da leggi vigenti, ma rimasti sulla carta” (op. cit., p. 6).

 

L’incapacità dell’Esecutivo guidato da Renzi di imprimere la #svoltabuona al comparto pubblico trova la sua conferma nella legge di stabilità. L’atteggiamento assunto dal Governo, infatti, appare uguale a quelli dei titolari di Palazzo Chigi precedenti: far cassa congelando il trattamento retributivo dei dipendenti, strozzando in tal modo ogni possibile dialogo e confronto costruttivo sul cambiamento. Non manca, nel pamphlet elaborato dalla Cisl-FP la denuncia del tentativo del Governo di “tagliar fuori” dalla discussione del futuro del sistema pubblico i corpi intermedi, ovvero il sindacato. Un simile atteggiamento viene letto come “una compressione della democrazia”.

 

Il 12 dicembre è stata la volta dello sciopero generale indetto in modo unitario da Cgil e Uil. In questo caso, le rivendicazioni sindacali non si sono rivolte unicamente alle politiche messe in campo dall’Esecutivo in materia di Pubblica Amministrazione, bensì all’intera idea di riforma del mercato del lavoro pubblico e privato pensata dal premier Renzi. L’attacco dei due sindacati è piuttosto duro. “Le politiche economiche e quelle sul lavoro hanno peggiorato le condizioni di vita di milioni di persone, indebolito i nostri sistemi di protezione sociale e ridotto le tutele per chi è più colpito dalla crisi. [Le]Politiche, quelle del governo, che non hanno avuto alcun effetto espansivo” (quanto riportato nel manifesto di presentazione dello sciopero di Cgil e Uil). Date queste premesse generali i giudizi sull’azione dell’Esecutivo per quanto riguarda il sistema amministrativo, non sono affatto diverse. La mobilitazione ha avuto quindi come proprio obiettivo il riaprire “rapidamente la contrattazione nei settori pubblici”.

 

Le misure della legge di stabilità

 

Nonostante i toni duri scelti dai sindacati e le proteste di piazza, il premier Renzi e i suoi Ministri hanno optato per proseguire diritti lungo la via tracciata già nei mesi precedenti. La scelta di prolungare di un nuovo anno il blocco del rinnovo della parte economica dei contratti è stata confermata. Il comma n. 254 dell’unico articolo che compone la legge n. 190/2014, infatti, estende fino al 31 dicembre 2015 il congelamento delle retribuzioni dei dipendenti pubblici. I tagli di spesa del Governo non si limitano, però, unicamente a questo aspetto. L’intero provvedimento – nella parte relativa agli interventi sul sistema amministrativo – appare come un lungo percorso a ostacoli composto da riduzione dei costi, rinvii di procedure concorsuali, proroghe, deroghe, concessioni, limitazioni. Basti pensare ai tagli ai fondi ministeriali – comma n. 287 – al blocco dell’assunzione di 250 tra ispettori del lavoro e tecnici d’area – comma n. 300 – o, ancora, al nuovo contributo chiesto alle Regioni per il risanamento dei conti pubblici – commi n. 398, 399.

 

A generare, però, le proteste più vibranti e accese, con tanto di occupazione delle edifici pubblici da parte dei dipendenti, è stato l’inserimento della parte relativa al riordino delle Province L’azione combinata delle diverse iniziative legislative in corso, prima di tutte la c.d. “Riforma Delrio”, con i nuovi tagli di risorse potrebbe generare 20.000 esuberi. La promessa del Governo è che tra pensionamento, riassorbimento presso Regioni, Enti locali e Amministrazioni Statali con le procedure di mobilità contenute proprio nella legge n. 190/2014 e l’avvio della nuova Agenzia nazionale per l’occupazione prevista nel Jobs Act nessun dipendente rimarrà veramente senza lavoro. Nonostante, però, le certezze ostentante dall’Esecutivo le perplessità e i dubbi rimangono molti. Le procedure di mobilità sono già complesse e farraginose nel sistema privato. Ancora di più rischiano di esserlo all’interno di un comparto pubblico poco avvezzo a gestire simili situazioni e con così grandi numeri.

 

 

Un Jobs Act solo per il lavoro privato

 

L’approvazione da parte dei due rami del Parlamento della legge di stabilità non è stato l’unico banco di prova dell’Esecutivo nel mese di dicembre. Alla vigilia di Natale il Consiglio dei Ministri ha approvato due schemi di decreto – attuativi di alcune parti della delega contenuta nella legge n. 183/2014 – del complessivo progetto di riforma del lavoro denominato Jobs Act (vedi anche F. Carinci, M. Tiraboschi, I decreti attuativi del Jobs Act: prima lettura e interpretazioni, ADAPT Labour Studies e-Book series, n. 37/2015).

 

Oltre alle più che prevedibili polemiche e critiche sulla struttura del contratto a tutele crescenti pensato dall’Esecutivo, si è aggiunto un nuovo terreno di scontro relativo al campo di applicazione della norma. A dare origine allo scambio corrosivo di opinioni per mezzo stampa è stato il senatore Ichino il quale ha fatto notare come in una prima bozza del provvedimento, circolata tra i vari Ministeri il 23 dicembre, fosse contenuto un apposito comma che escludeva l’estensione della nuova normativa al comparto pubblico. Nella versione presentata invece al termine del Consiglio dei Ministri tale disposto non era più presente.

 

Il 27 dicembre, però, i titolari di Palazzo Vidoni e di via Veneto hanno dichiarato pubblicamente che il nuovo regime delle “tutele crescenti” è valido solo per il lavoro privato e non anche per il lavoro pubblico. In questo modo l’Esecutivo ha chiarito la sua linea politica, anche se le incertezze interpretative del testo del provvedimento sollevate da più parti – al momento – permangono (vedi F. Verbaro, Jobs Act e tutele crescenti: il nodo della applicazione al lavoro pubblico, in F. Carinci, M. Tiraboschi, I decreti attuativi del Jobs Act: prima lettura e interpretazioni, op. cit.).

 

Secondo il Governo la sede per discutere di una riforma complessiva del sistema regolatorio in merito alle norme applicabili al pubblico impiego è l’apposito disegno di legge depositato in Senato. Questo contiene una esplicita delega in tal senso e, dunque, sarà in occasione di una simile analisi che si affronterà la questione. Il Jobs Act, invece, è stato pensato e concepito unicamente per riformare il lavoro privato.

 

Nonostante, il tentativo di fare chiarezza da parte della compagine ministeriale, allo stato attuale lo schema di decreto – così come scritto – non esclude in alcun modo l’applicabilità anche ai pubblici dipendenti. Con molta probabilità la questione si risolverà nell’immediato futuro, ciononostante è forte l’impressione di una ennesima incertezza per alcuni aspetti analoga a quanto capitato tre anni fa in occasione della approvazione della “Riforma Fornero”. Anche in quel caso, infatti, per una infelice formulazione del Legislatore il dibattito sul campo di applicazione della legge n. 92/2012 si è protratto per lungo tempo.

 

Contro i fannulloni serve un vero progetto

 

Il complesso mese di dicembre per il comparto pubblico si è concluso con una nuova ondata di polemiche contro i “fannulloni” di Stato. Il casus belli è stata la tristemente nota vicenda dell’assenteismo dei vigili urbani romani durante la notte del 31 dicembre. L’evento ha riaperto una querelle mai sopita e ha prestato il fianco ai tanti sostenitori della necessità di “un giro di vite” nei confronti del lassismo degli “statali”. Le risposte dei “difensori d’ufficio” dei dipendenti pubblici non si sono fatte attendere e sono state suffragate anche da ricerche a loro favore.

 

Se si prova ad andare oltre alla stucchevole quanto reiterata e endemica polemica contro i nullafacenti, la sensazione che si ha è quella di una generale mancanza di chiarezza e di progettualità.

 

Il mese di dicembre costituisce la sintesi efficace di un anno di politiche sul lavoro pubblico caratterizzato da grandi promesse di riforma (al momento?) inattuate, da decisioni che ricordano molto da vicino le misure di austerità degli ultimi cinque anni, da una forza sindacale messa nell’angolo e costretta a giocare un ruolo marginale.

 

Quel che servirebbe, invece, è proprio il contrario. Una visione a lungo termine, una riorganizzazione che combina in modo nuovo e progettuale il comparto pubblico, una rappresentanza sindacale attiva e co-protagonista del cambiamento, in quanto svincolata da logiche meramente protettive.

 

Umberto Buratti

Assegnista di ricerca Università di Bergamo

ADAPT Senior Research Fellow

@U_Buratti

 

* Pubblicato in Guida al Pubblico Impiego, Il Sole 24 Ore, gennaio 2015, n. 1.

 

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